Tre schegge dantesche

Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi
Ecco un dio più forte di me, che viene e mi dominerà

Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps
Me infelice, d’ora in poi sarò impedito molte volte

Ego dominus tuus
Io sono il tuo signore

488px-Gustave_Doré_-_Dante_Alighieri_-_Inferno_-_Plate_7_(Beatrice)La prima carta della Vita nova non è tenera con la salute. La prima perdita è il cedimento al più forte, come se Amore fosse un nemico [e se non è il nemico, è il diverso]; la seconda è essere impediti, come se Amore fosse paralisi [ma non è afasia, e provare è patire, ma patire per dire]; la terza perdita è nel rigore: la signoria esiste, il signore non sono io, e la signoria deve essere dichiarata. Certo, questo amore asessuato è peggio di uno stupro: in primo luogo, non è né puro né sano. E va bene, perché tutto questo è anche mio: nel senso che l’ho voluto, e non sono il solo a farmelo piacere. Io stesso ho voluto la supremazia del Dominatore, e tanto basta. Dall’esterno il nuovo viene e così «inizia la vita nuova», e rinnovarsi è violento, perché devo soffrire il deus fortior me. Dopo i suoni imposti allo spirito impedito, la vecchia apatia bastarda, o infantile, diventa il suono migliore.

Oppure tutto è retorica e Dante simula. Perché no? Forse Dante cita e finge di essere Geremia, abusato da Dio. Davvero è e non è così: chi prova su di sé non vuole sapere di prove letterarie. Il libro è il mezzo, ma non conta. I libri sono la tradizione, ma che cosa ce ne importa davvero, adesso? Il nuovo conosce il dominio del Dio più forte, e peggio per lui: ne uscirà diviso in 9 pezzi, e chiamerà beatitudine la rottura. Ha imparato il mestiere, dunque lo fa. Chiamerà il mio lavoro il risultato infrangibile della rottura, maledetta e benedetta.

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