Appunti su Ḥāfez

HAFEZ COPERTINA

Prima di tutto si impara che l’anfibologia è lo stile dell’estasi. È una figura retorica, quindi l’estasi ha uno stile.
Secondo nodo: brevità e sottigliezza. Il testo è un lampo, senza un tempo o un’ora. Le quartine del libro sono solo 43. Il gioco è sottile, come ama dire il Medioevo italiano; poi la sottigliezza si slancia – per statuto e necessità – nell’oscuro.
L’anfibologia è brevissima: riguarda una sola parola scritta, che si apre in più significati. È legata all’esperienza. L’esperienza conosce la «rete del mondo», che non è la «rete dell’amore». Qui Salzani ha uno scatto poetico, non tradotto ma personale: chiunque «cerchi di domare l’anfibologia sa che essa divora inesorabilmente e costantemente il significato». Divora, non a caso, come se avesse bocca e denti; e così una figura retorica diventa una figura retorica: la descrizione dell’anfibologia è una metafora. È una figura di Sfinge, enigmistica per natura: propone il detto e divora (divora il significato; forse non l’uomo; ma punge il lettore/uditore, il nuovo Edipo, i devoti, tutti; e più che mai il suo traduttore moderno, europeo, cristiano). La metafora di Salzani – se include davvero l’eco di Edipo – è dura, perché dice il vero: il significato – il mondo come è – è rotto, oppure deviato, oppure cooptato in un’enarmonia. Tradurre letteralmente la doppiezza di un bicordo semantico è impossibile. Ma il bicordo è ricostruibile, comunque: il modo più semplice è la scissione, che l’occhio vedrà sùbito.
La quartina 24 ha naz, che è collana e poesia. La traduzione di Salzani non può scegliere, e sceglie di non scegliere, giustamente. Così il lettore italiano troverà una geminazione inusuale:

Quell’orecchio, che inanella all’orecchio [fa schiava] la bellezza,
orecchino di perla della collana [poesia] di Ḥāfeẓ possa essere!

La quartina 5 «è giocata su un’inestricabile anfibologia (ihām) dei termini kamarmiyān e bar-bastan/bar bastan», e la traduzione è

 

Nella tua cintura, in vita, misi la mano:
supponevo che [là] dentro ci fosse qualcosa.
Quella vita si è resa manifesta allorché la cintura [l’]ha cinta. /
È chiaro come la cintura trasse profitto da quella vita…
Vedremo quale profitto trarrò dalla [tua] vita…

Nelle quartine 28 e 32 l’anfibologia è su lablabbro e bordo. Anche qui la traduzione è una sfida gentile, che si può risolvere così:

nella coppa del mondo, amaro e dolce è insieme:
questo, dal labbro dell’amante chiedi e, quello, dal bordo della coppa.

Fresco è il tuo labbro, il calice, da esso, non tenere lontano!
Il vino, sul bordo del prato sarà lieto bere!

La base è il piacere del bene-dire e dire-bene. Golandām, citato da Salzani, lo ammette: «Il canto dei sufi [samā‘-e ūfiyān] senza i suoi [di Ḥāfeẓ] ghazal appassionati perde calore, e il banchetto [majles] degli adoratori del vino [meyporastān] senza la dolcezza del suo eloquio entusiasmante non trova fervore» (Moqaddamè, QGh, 72).
Il vino ubriaca, è ovvio. L’ebbrezza molesta è l’amore «oltre la nostra comprensione»: «Bevanda proibita, sarà per la poesia della religione dell’amore ingrediente costante, come esperienza del divino (il «gusto/zouq»), ma anche come processo di coltivazione dell’amore e dei successivi stati (hạ̄ l) di coscienza e d’incoscienza». E poi: «Nella religione dell’amore, la pratica malfamata (bad-nām) del vino è però anche uno dei senhal dell’ultra-legge che è amore, il cui unico nemico è l’ipocrisia (rīyā), il legalismo».
Il vino scioglie le membra e la mente. Non c’è più legame, né legge. È il «vino dell’estasi», e letteralmente è «il vino del senza sé». E il nuovo linguaggio è abbastanza potente da opporsi ad altre Scritture, anche sante; e questo è un punto forte della mistica speculativa, anche in Occidente. Salzani scrive, attraverso Ibn ‘Arabī: «Con la potenza del suo linguaggio, qui la poesia rivela come l’ultra-legge della religione dell’amore esiga il superamento della littera anche nella religione:

Il mio cuore può prendere ogni forma: pascolo per la gazzella, chiostro per il monaco, per gl’idoli terra santa, Ka‘ba per il pellegrino che vi gira attorno, tavole della Torah, rotoli del Corano.
Io professo la religione dell’amore [dīn al-ḥụ bb]; ovunque si volga lungo la via la sua carovana, lì è il mio credo, la fede che mantengo».

L’ebbrezza è antisociale, per statuto, come dice la quartina 42:

Se, come me, cadrai [in] questa rete,
oh! spesso rovinato diverrai da vino e coppa!
Noi innamorati e randagi ed ebbri e brucia-mondi siamo:
non sederti con noi, o sarai malfamato.

La religione offusca i sensi, ma in questo caso non è un oppio dei popoli. Nel capitolo 25 di Geremia, YHWH minaccia – «ruggisce dall’alto» – un’ebbrezza mortale: ti ubriaco, perché devo ucciderti; e se non vuoi bere, berrai ugualmente, e poi ti ucciderò. La tua bevuta anticipa la morte: ti confondo, perché devi morire.
Quello è il vino dell’ira: «Bevete e inebriatevi, vomitate e cadete senza rialzarvi davanti alla spada che io mando in mezzo a voi» (25, 27). Il vino dell’Ultima Cena sarà sangue transustanziato, in ogni caso amore – «non c’è amore più grande di questo» –, ma a prezzo di sangue e Croce. Qui non c’è Croce di un Dio, ma l’esperienza dell’adoratore, che al limite è crocifisso dalla vox populi e sarà «malfamato». In questa poesia si muore solo alla convenzione, per rinascere. Qui il vino è tutto amore e basta; è il vino dei singoli, ed è l’esperienza di un privilegio, cioè di una diversità, che «brucia i veleni del mondo».
Da studente, Tondelli propose ad Eco un’esercitazione sul vino. Una delle autorità era ‘Omar Khayyām, per forza di cose. Allora Eco distrusse Tondelli: parlava secondo un «attaccamento… così vitale, così autobiografico, per certi versi, che non riuscì a ribattere alle critiche che gli venivano mosse. Lo studente non sapeva che, in quella ricerca fra libri e vini, stava in realtà cercando se stesso».
Il Racconto sul vino di Tondelli lo dice. Il bello è che Eco ha replicato a Tondelli morto, su «Panta», numero 9 del 1992. E dice una cosa che può esaltare o nauseare, a seconda del giorno e dell’ora: «Nel complesso è stato un bello scontro. …Non avevo di fronte un testardo…, ma un posseduto, evidentemente da Dioniso, ma da un Dioniso filtrato attraverso un corpo a corpo con Apollo». «La dolcezza dell’eloquio entusiasmante» è nel posseduto o nell’ebbro. Lo spirito – ecco un’altra anfibologia – si trova «in qualche liquore generoso». Così parla un Genio Familiare entusiasmante, nelle Operette morali di un altro posseduto.

 

3 settembre 2013
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