Domenico Cara: “Territorio di fatti”

di Maurizio Grande

Territorio di fattiCon questa sua ultima raccolta di versi Domenico Cara ha vinto “La Gerla d’oro 1968”: dopo Arie senza flauto (1959), Mitologia familiare (1961), Romanzi (1965), Cactus (1968), questo Territorio di fatti rappresenta forse un momento di riflessione (poetica e memoriale) nell’incalzare degli affeti e della storia, e ci consente di fare un po’ il punto e di raccogliere i parametri costanti della poetica e dell’ottica sentimentale di questo autore, il quale “è poeta delle ultime o penultime avanguardie, ma non contesta per questo le origini e la storia del nostro linguaggio poetico al quale porta anzi un contributo di ricche e moderne metafore, di veloci trasfigurazioni” (dal Verbale della Giuria de “La Gerla d’oro 1968).

L’impegno poetico di Cara si volge al recupero di materiali sentimentali e fantastici, di memorie e “congegni” allusivi del passato vissuto nel sud della penisola e raccolto pazientemente dagli strumenti dell’immagine e della parola, derivanti dalla lettura dell’esistenza e degli avvenimenti sulla scorta dell’immenso geroglifico nella poesia, interprete multicomunicazionale delle modificazioni dell’io e dell’universo.

Così il linguaggio poetico di Cara si ritaglia nelle cose stesse fatte memorie insopprimibili, punti fermi della propria geografia esistenziale, elementi di valutazione e interpretazione della realtà e dei suoi svolgimenti. Linguaggio allusivo, percepito e forgiato sulle rovine della propria esperienza come uno strumento magico di evocazione – ricostruzione; ma nello stesso tempo linguaggio analitico e preciso nell’esigenza di classificare “scientificamente” fatti ed eventi, volti e gesti, natura e significato dei brani memoriali che emergono dal rigore della coscienza per rivivere nella sfera del sentimento e della fantasia poetica. Basti una sommaria verifica: l’uso di un’aggettivazione che rivela la lucidità di uno sguardo teso ai rapporti significanti tra cose ed eventi, tra fatti e loro modificazione del reale (sia esso coscienza o affetti, universo o natura).

L’aggettivo di Cara non è semplicemente un elemento valutativo né del linguaggio né delle cose; il giudizio non è circoscritto all’enfasi linguistica né alla metafora poetica: ma l’aggettivo viene usato in ben latro modo e svolge ben altre funzioni. Per esempio, serve ad illustrare  nelle varie “forme” della comunicazione poetica(monologo, colloquio, descrizione, ecc.) il senso “composto” dei fatti della vita trascorsa (e accettata); il nesso che costituisce la possibile continuità della vita a sé medesima  pur nel mutare incontrollato degli eventi; la conclusione provvisoria del presente sconvolto da una brutale umanità costretta nella gabbia tecnologica della grande città. L’aggettivo diviene così neutro ma necessario, interpretazione / esplicazione del sostantivo che corregge con una lucidità obbiettiva, mentre, talvolta, viene usato nella sua nudità “scientifica” a parziale sostituzione del nome e della sua multivalente impersonalità, per meglio definire la porzione di realtà scelta come materia del proprio discorso.

La prima parte della raccolta, Territorio di favole, è la parziale conclusione di quel mondo di memorie emergenti dal Sud tradito e desiderato, ansia di perfezione morale e di pace, intravisto attraverso il velo presente della vita condotta nella grande città industriale. Il linguaggio è pacato e corregge lucidamente, nelle sue immagini trasparenti e ariose di calda preziosità barocca, lo strato incandescente dei sentimenti e delle rievocazioni. La madre, i giochi da ragazzo, il paesaggio, le solitudini joniche sono rivissuti nella descrizione attenta, nel tono colloquiale di chi rende ragione (indagandone il senso) alle cose narrate.

“La luna cercava altri paesi bucati / lasciandoci senza parole e un sapore d’arancia / nei fazzoletti di lacrime, l’arresto del sangue. / Gli uccelli non ci facevano sentire / a quell’ora, e bevevano sonno e tepore d’ali;” (La paura alle spalle). E ancora: “Ricordo che in Calabria il gelsomino ha le albe / brina e limone, e le donne avvenenti, che animano la sua / celestialità naturale; offre profumi e trasalimenti / vergini, sorride al mare con un velluto di beltà / dalle mobili serre leggendarie, poi sbiadisce e respira / con aliti velati, sulla sua candida integrità odorosa”. (Il gelsomino).

La seconda parte, Territorio di fatti ha un tono più amaro nel suo catalogo di cose ormai volutamente scontate, banali nella loro ovvietà fatta di violenze conosciute e di solitudini, nell’arida nebbia dei macchinari lombardi. La prima poesia, Milano: notizie, è veramente esplicativa nell’intenzione scoperta di dare un catalogo poetico spietato della realtà che circonda l’uomo trapiantato nel Nord, e ricorda nella sua lapidarietà (ma anche nella sua impostazione di amaro monologo con se stessi = apertura al dialogo) il montaliano Notizie dall’Amiata, come quella morbida apertura agli altri attraverso un colloquio accennato dimessamente che agli altri ci riveli.

L’impianto di questa raccolta è volutamente narrativo, e il sentimento è velato da metafore e “nominazioni” della realtà che concedono ben poco all’immaginazione, raccolte come sono nell’ottica obbiettiva di una descrizione poetica esauriente, precisa e puntuale, già sperimentata da Cara con la splendida raccolta del 1965 Romanzi. Un esempio di questa tecnica “narrativa” della poesia di Domenico Cara: “Manifesto di ilari vittorie (la notte) sull’abilità / di operai in vacanza, nel profumo di vino inchiostrato / della cantina periferica, di gocce di sudore, / tra gli alchimici fumi dei “vietato lo scarico” (Periferia di notte). Rivivono tutti i miti sconvolgenti della “civiltà” capitalistica, le ambizioni incoerenti e tinte della delusione del reale (quando sperimentato) di masse umane che si muovono sullo sfondo di un paesaggio brulicante di fatiche e di macchine, senza senso per chi vi cerchi una possibilità di vita: “La ragazza aveva una rosa enorme sul seno, / la chiamarono con un nome che non ha, / si spense nei riflessi dei ‘due tempi’ / tra teppisti ambigui:… (Uscita di sicurezza). In questo ‘territorio di fatti’ si stempera l’uso dell’epiteto impiegato in Territorio di favole per la nominazione metaforica della realtà e degli eventi(vd., per tutte, Vita): mentre si raffina quella capacità di descrizione poetica propria dello stile e delle analisi di Domenico Cara.

Il discorso sulla peculiarità dell’aggettivazione di questo autore e della sua rigorosa “obbiettività”, trova qui la sua conferma più evidente. L’aggettivo raggiunge una dimensione rarefatta e una precisazione “scientifica”, mentre si fa ricorso felicemente all’uso del participio in funzione aggettivale (spaziale, temporale, ecc.) che contribuisce a dare compattezza e solidità al componimento: “La città senza volto ha i suoi schemi definitivi / nell’antitesi di Porta Ticinese e i grattacieli grigi; / ogni mattina riporta l’odore del moka / agli operai in fretta, e la sera il giradischi rauco. / Ecco, può darsi che tutto questo sia un sogno, /  la ragione più eletta di chi giunge dal Sud / in un’angoscia moderna del benessere, feudo dell’ambiguità  / luce delle plastiche, dove sei un ribelle / nella irta adesione solitaria, e insegui una tua / enigmatica festa, in un azzurro solcato / da un futile elicottero pubblicitario (sullo sfondo) / che scuote il tuo presente sempre in forse” (Codice della città). Un discorso a parte andrebbe poi fatto sull’uso originale e personalissimo dei vari meccanismi linguistici e ‘retorici’ ai fini della sottolineatura semantica degli elementi del discorso (uso dell’enjambement, delle voci verbali, della costruzione della proposizione, del periodo, ecc.): ma evidentemente sarebbe un discorso eccedente la presente nota, che vuole solo fissare il carattere dell’interesse ricavato dalla lettura di questa notevole raccolta.

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