Nadia Agustoni: “Il mondo nelle cose”

il mondo nelle cose - agustoniSpiazzante e stilisticamente innovativa appare la nuova, bellissima raccolta di Nadia Agustoni, il cui nucleo tematico sembra raccogliersi all’interno del testo intitolato Corpo nostro PPP, dedicato a Pasolini. “Sii corpo pensato”: questo l’imperativo, in omaggio alla tradizione di altissima poesia civile incarnata dal Nostro grande poeta friulano, “Virgilio degli inferi e del bosco”, come lo definisce acutamente l’autrice, che invoca la sua invisibile orma come paratesto di un cammino negli inferi della selvaggia terra padana, fra uomini in cerca di sopravvivenza come novelli Crusoe e incerti Venerdì. Agustoni si appresta a chiudere, con l’omaggio a Pasolini, una circumnavigazione perfetta fra abissi e inferni della contemporaneità, attraverso sezioni dai titoli come poesie: quando c’è chi va nel buio in alto, scrivere col gesso e coi secchi, il mondo che non c’è, Venerdì, il fiore nei cortili, Crusoe, frammenti di Crusoe e PS:.

L’uso della terza persona singolare ci conferma la volontà narrativa di questa scrittura, che inserisce una distanza fra chi scrive e i personaggi di cui si parla. Personaggi a loro volta sbilanciati fra l’apparire a volte Robinson, a volte il selvaggio Venerdì. Cosa si direbbero, se si incontrassero oggi, chiede Agustoni: “Venerdì e Crusoe nella modernità forse nemmeno s’incontrano nel senso di un vero incontro, ma si guardano, si scrutano e proseguono da soli” risponde, non essendoci incontro fra l’umanità degli oppressi e quella degli oppressori, ma solo “un movimento che apre e i nomi degli uccisi, un canto di oppressi”, un’umanità in cui ogni singola solitudine mette in moto una musica senza suono, stralunata e cosmica, come pietrisco rotante di pianeti, foglie e animali, una natura sofferente e umbratile, disillusa e residuale.

La poesia di Agustoni distilla note dissonanti, fra periferie di fabbriche, alveari di vetro e cemento, campi di spine e rovi, orti coltivati con cura, balconi e canali dove si addensano detriti. L’altra sua visione è il senso della cura, la libertà ritrovata di gesti semplici, il mais sulla tavola, la felicità di riconnettere passato e presente, integrandoli (con dieci dita intrecciava pianura/ e alfabeti).

Ci sono testi brevissimi e folgoranti, così come prose poetiche che sommano poesia alla poesia, in un processo creativo che è descritto magicamente da questi versi: “aveva nel petto/ un salire di verde e aquiloni/ e con un sillabario di tosse/ parodiava il caos/ scriveva la voce”. Conoscere è anche testimoniare, filtrare il mondo attraversando l’essere “memoria stanziale”, “puro paesaggio”, per divenire il bene (i vivi siamo quello che fa il bene).

Un titolo, Il mondo nelle cose, che richiama quel pensiero presocratico che contemplava nell’uno il tutto, e dunque la compassione e l’empatia sono, secondo questa poetica, il volto vero del bene, perché “La vita di uno solo è ogni vita”.

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