L’utopia gioiosa di Domenico Cara

di Antonio Spagnuolo

L'utopia gioiosaMai diffidente nei confronti della scrittura, tesa quasi sempre al di là di ogni misura metrica e ricca di ritmi e scansioni ed alternanze, abile nel racconto o nella metafora, anche questa volta Domenico Cara offre ai lettori una pausa raffinata.

“Nel flusso delle correnti vibrano i tagli / di un problema di rose pitagoriche…” determinati aspetti del mondo, dalla memoria per niente affatto estranea al logos alla produzione planetaria del detrito urbano, si dilatano a dismisura con la vanificazione del verso, nei segni sempre più evidenti della psico  – patologia contemporanea, ove l’ordinaria assoluta incapacità del proprio io non significa liberazione ma soltanto sottrazione ad ogni condizione di strappo, un rovesciarsi di tutti i punti di riferimento nella consistenza del reale, collocati, come siamo, nella presenza assoluta della cosa, e riflessi  nelle ombre che oggi purtroppo non appartengono ad alcuno.

“In più disagi di forma e di utopie divelte…”, “Un verso dopo l’altro, una pagina dopo l’altra, – scrive Elio Grasso nella prefazione – la sorpresa non viene meno e matura quasi sempre in un canto civile e variegato, viaggiante e non disperso nella vastità delle cose…” e il poeta…” l’occhio s’immette dentro una serie mimetica / di screziature intrise di brina esitante / da cui rinasce quasi per assalto, per amore…”

Così il profondo, illeso dal taglio dell’esserci, rimane ancora parte di un sentimento, di una magia rimandata e rimbalzata dagli anni giovanili alla maturità fuori da forzature o travagli clandestini.

Necessariamente gli oscuri ed i chiaroscuri e le pennellate, le figure generiche degli attori, femminili o femminei, temporali o eterni, dionisiaci o semantici, e i suoni ed i paesaggi e le apparenze includono proprio ciò che è escluso dalla natura logica ed immanente… “Tutto l’irreale diviene paradiso perduto / e a più alta verità  è un ritratto ritrovato…”

L’esperienza, nel tentativo di rappresentare contorni originali, riedifica ed insieme corrode i contatti che si sono manifestati o scanditi nei rapporti, nelle distanze fabulatorie, nelle tracce od occasioni esistenziali, così che i legamenti congedati da un perpetuo ritorno della malinconia, riescano a distanziare ironicamente sia le sembianze del mito, sia le difficoltà materiali del sopravvivere…” ma intrecciando divertimenti, nel post – moderno / si commettono sempre gli stessi scenografici / errori…”

Domenico Cara non tradisce se stesso: dispiegando con magistrale disinvoltura quella logica centrifuga che fa delle parole il significato stesso della poesia, riaccosta l’impasto emotivo alla capacità di sincretismo in una espansione immaginativa, al di là delle ristrettezze quotidiane.

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