Milo De Angelis: ‘La corsa dei mantelli’ – una nota di Franca Mancinelli

Ma il più delle volte non c’è bisogno, per sentire la profondità del respiro, di un porto a cui far approdare queste figure dell’inverno. Basta camminare lentamente lungo le strade che portano a casa, in una stagione qualsiasi, e vedere come grandeggiano le ombre delle arcate, simili a quelle delle proprie ginocchia e degli innumerevoli luoghi che circondano la linea dei passi, in ognuno dei quali, in ogni palpito, c’è un agguato o un fratello. E non ha importanza capire chi è, perché le ombre stesse, con un gioco sottile di incroci, risolvono l’enigma e beffardamente dicono che non è lì l’indovinello e ipnotizzano gli occhi su altre frontiere, in cui cicloni e mareggiate sembrano l’inizio di un sogno che tace. Il dormitorio, il puma nero, i rettili, la passatoia, la pianta del rabarbaro, mille figure attraversano le persiane ed escono nei viali, scavalcano il parapetto, nuotano nel Po, vanno sempre più lontano a dire che il mondo rinasce nei loro passi, e li fanno battere più forte sotto i portici. Sono infiniti i frammenti che escono dalla penombra e si danno la libertà di essere conosciuti, malgrado le piccole palpebre che vorrebbero sognare solo la loro infanzia. Per questo a volte è ridicolo pugnalare e pugnalare il corpo del nemico, che a ogni colpo emette gemiti e sogni che nessuno può fermare, nemmeno le mani indignate, le quali cercano di fare scudo intorno al suo corpo e di raccogliere tutto il succo della sofferenza: un’aria invisibile e possente già si era librata, appena sfoderavi il coltello, e già aveva invaso la scena con i suoi microbi gioiosi. E allora è inutile invocare le dighe della morte per porre riparo a questi voli, che escono dal sangue per lievitare un’altra materia e un’altra felicità: le loro fionde lanciano nel mondo proiettili leggeri e casuali, che colpiscono altre vicende e le fanno rinascere a migliaia di chilometri, insieme ai segreti più antichi del respiro. Cristalli, corridoi, polvere di rame, contrabbandieri di mele pregiate, arcipelaghi escono dal gesto di colui che si credeva assassino e congiungono il verde scuro alla finestra di Roberta.

(Milo De Angelis La corsa dei mantelli, [Guanda, 1979], Marcos y Marcos, Milano 2011)

di Franca Mancinelli

Copertina_De Angelis

La corsa dei mantelli è un libro unico nel percorso di Milo De Angelis: può apparire a prima vista una stazione marginale, e invece è un crocevia fondamentale per la sua vicenda poetica. Edito da Guanda nel ’79 e riedito di recente per la Marcos y Marcos, contiene in una prosa frammentaria e per certi aspetti fiabesca, visioni che continuano a fluire e a sedimentare nei libri di poesia, a partire da Somiglianze, uscito nello stesso anno, il ’76, in cui De Angelis iniziava a scrivere questa storia. Come in una corsa senza soste vi si narra, per bagliori e strappi di buio, la ricerca di una figura somigliante, di una sorella di sangue con cui condividere il destino. Daina, anagramma di Diana, è una delle ragazze-atlete che attraverseranno le piste deserte di Biografia sommaria (’99) con il soprassalto di un’ombra. Bambina compagna di giochi, adolescente selvatica e guerriera, indimenticabile nelle bande di ragazzi, donna che si lascia ferire, che guida all’amore, Daina è il filo che unisce queste prose, ambientate in luoghi quotidiani e di fiaba, da un’autostrada a una capanna di bambù, da Varsavia a un castello sott’acqua. Spazio e tempo hanno infatti la stessa densità che hanno nell’universo fiabesco, così come gli oggetti, nominati con l’articolo determinativo («la fionda e la lanterna», «la torcia») a evidenziare la loro singolarità, il loro potere di talismani, di appigli contro il vortice delle visioni. La precisione estrema di alcuni dettagli è coniugata con l’assurdo, come in un riassunto “sommario”, come in un racconto tra bambini (la «città […] nelle ultime ore della notte aveva lo stesso chiarore di quando era andato allo zoo per guardare il cervo»). Questo caleidoscopio di immagini in movimento è guidato da un’unica legge: l’obbedienza cieca, inderogabile, immediata, a qualcosa di oscuro, inafferrabile che si manifesta a tratti nelle sembianze di Daina. Soltanto attraverso un abbandono completo, attraverso un amore assoluto, è possibile raggiungere, per alcune frazioni di tempo e sequenze, Daina, ossia ciò che più avvicina e conduce alla gioia, alla pienezza dell’istante, al riconoscersi nel luogo e nel tempo esatto.

A guidare Luca, il protagonista, sono alcune voci e presenze che provengono dalla morte o da una dimensione imprecisata, fuori dalle coordinate consuete. Sono il Chiromante, la Signora del Viottolo e altre figure che appaiono per indicargli dove dirigersi, dove cercare e quali rituali compiere. La scena centrale di questa corsa dislocata in luoghi e tempi dell’immaginazione e del ricordo, è il sacrificio di un ragazzo in una risaia da parte di Daina, a cui assiste l’intera banda. Come in altri fotogrammi che precedono l’istante fatale, i gesti rallentano e ogni cosa è come sospesa nel suo approssimarsi a una dimensione altra: sciolta dalla quotidianità si fa intoccabile, sacra, entra nel mito. Così è stato per Daina, irraggiungibile proprio perché «nel punto in cui i pugnali non colpiscono più nulla», per sempre al centro dell’adolescenza e delle sue terribili prove, dei suoi sanguinari riti di iniziazione.

Il motivo della ferita percorre infatti l’intero libro con la costanza di un’ossessione. Patita o inferta, temuta o attesa, sancisce il legame tra Luca e Daina: è un giuramento, un’alleanza che affonda nella parte più segreta e oscura della propria identità, ma anche una fenditura che permette di vedere attraverso il proprio corpo o quello dell’altro. Con l’estrema complicità di una bambina-amante, impartendo le leggi ferree dei giochi che ricreano un mondo, in una sfida frontale, Daina lo invita a ferirla, a entrare attraverso di lei in tutte le cose. Affidandosi alle sue parole come a formule magiche, con la sua infantile fiducia, Luca viene portato dalla morte alla gioia, in una corsa in cui infiniti frammenti di immagini liberate si affollano, si susseguono e a tratti vanno a confluire e a radunarsi in un istante, oppure si aprono all’indeterminata moltitudine come nell’«immensa scena di un estuario che si allargava».

(già su «Punto, Almanacco della poesia italiana», n.3, 2013)

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