Lettera di Gabriella Sica a Francesco Dalessandro su L’osservatorio

di Gabriella Sica

osservatorio dalessandroCaro Francesco,

sei sempre stato una figura discreta del paesaggio romano poetico, più appartato di altri appartati, o comunque tale sei apparso a me nel corso di anni e ormai decenni. Hai fatto parte di una rivista romana, “Arsenale”, coeva a “Prato pagano”, ma senza che ci siano stati scambi o reciproci sconfinamenti, chissà perché: semplicemente un altro spicchio di quella Roma dei primi anni Ottanta così ricca e feconda. Su questa rivista, convergevano Gianfranco Palmery e la rimpianta Giovanna Sicari e devono essere stati anche per te anni memorabili. E gli amici di “Prato pagano” sono stati anche i tuoi e pure tua è stata la rinnovata fiducia nella poesia. Ma sei sempre stato una figura appartata.

E ora mi fai una vera sorpresa, ora spunti con questo bel libro, una pianta davvero rigogliosa e verde, che in realtà deve essere spuntata anche in altre stagioni, ma io non me ne ero accorta. Ha un bel passo il tuo “osservatorio”, non sta solo fermo a guardare – e in verità guarda attento quello che si trova intorno – ma cammina e molto, con i passi felpati, continui, instancabili dei tuoi versi che scivolano uno sull’altro come le ore e i giorni della vita, con le possenti e amabili inarcature che stringono le minuzie del giorno. Scorre senza pausa il Tevere e scorre la vita nella tua dolce Roma ai tepori delle stagioni e alle variazioni della luce ma anche nel quotidiano, infernale caos. C’è già in questa tua Roma tutta la possibile dolcezza “familiare” dei sentimenti e l’inquietudine ruggente dell’anima, profuse a piene mani nei tuoi versi. Non un luogo di Roma, un tuo luogo, un epicentro, ma tutta Roma tocchi e abbracci nei tuoi spostamenti non comprensibili dal punto di vista topografico perché per te, come per tanti, Roma è sempre Roma la bellissima, da via Trionfale a Monte Mario, da Monteverde al Gianicolo, Roma l’incomparabile, come scrive Orazio.

Scorrono i tuoi versi inesausti, dolenti  e rapinosi, con un loro segreto intrepido procedere, che non arranca, anzi rilancia in continuazione, e che non stanca mai il lettore trascinato in quella corrente inarrestabile, in quelle improvvise aperture nei cieli o nella campagna o nell’eros, tanto da aver bisogno di tornare alle tue pagine e non poterle lasciare. Davvero instancabile nel rilanciare, cosa che implicitamente fai anche riprendendo un testo già pubblicato, come è L’osservatorio, e ripubblicandolo ora fitto di emendamenti.

Tra cielo e terra, tra nuvole e alberi, per le vie, per il giardino di casa e la camera da letto scorrono i tuoi versi braccati dallo “strano male” e dal “crudo morso”, da una smania incontenibile se non dalla monotonia macerante del giorno. Scorrono con la gran maestria che discende dalle tue belle traduzioni dei grandi poeti inglesi. C’è nella tua poesia Keats con la sua sapiente “urna greca” e c’è molto Wallace Stevens con il suo splendido “mattino domenicale” somigliante al tuo, entrambi a lungo occupati da un lavoro fisso d’ufficio. Come Stevens, non fai altro che inventare il mondo che c’è, con la stessa trasparenza e densità. E ci sono anche alcuni scrittori: non a caso già avevo avuto modo di stupirmi, in recenti conversazioni, delle tue buone e scelte conoscenze estese alla narrativa, non troppo frequenti tra i poeti. Cosa che riemerge certamente nella tua poesia così tanto italiana e pure narrativa alla maniera latina o inglese.

Eppure  c’è anche e molto Attilio Bertolucci, che deve aver scorto in te un discepolo della sua poesia trasparente e naturale, indefessa misuratrice del battere dei passi e del tempo. Forse il suo vero erede. Deve essere stato così, come apprendo, ancora con stupore, dalla affettuosa e generosa nota critica di Bertolucci, non solito a questi gesti, acclusa, solo in questa edizione, a L’osservatorio. Non posso non commuovermi a immaginare Bertolucci, in un febbraio forse freddo del 1990, accompagnare, lui ormai restio a ogni incontro romano, te poco più che quarantenne, alla presentazione del tuo libro, segretamente uniti dal filo sottile e pervicace della stessa “ansia”.

Ci parli, caro Francesco, del nostro passaggio negli anni, di un transito a tratti spettrale, del nostro pauroso precipitare dal quotidiano all’assoluto  e viceversa, e lo fai orchestrando da gran maestro una vera ampia sinfonia con tutti i toni e le scale. Ecco, quando nell’introibo invochi la Musa perché ti dia una  “franca parola” mi fai sentire davvero a casa. Quella “franca parola” è stata un sogno e una nuova speranza per alcuni poeti che si sono manifestati a Roma negli anni Ottanta, indipendentemente dalla rivista su cui hanno scritto.

E io per di più mi sento rinfrancata e doppiamente a casa perché da quell’Osservatorio Astronomico in cima a Monte Mario, o nel vicino Zodiaco, ho cominciato anche io a guardare e non solo a vedere, e a considerare Roma dall’alto, esposta in tutta la sua magnifica luminosa chiarità, fin da quando a dieci anni sono venuta ad abitarci, e proprio quella era la meta delle passeggiate domenicali con i genitori e più tardi con i primi amici. L’osservatorio del titolo, con la vocale iniziale minuscola, è qualcosa che allude a quel luogo insostituibile di visione che è la poesia, un luogo che comprende il massimo di stabilità e il massimo di movimento, come ben sai tu così tanto immobile e tenace pellegrino nella tua Roma. Non posso non sentire l’affinità di questo sentire, io che mi sono sempre sentita, alla maniera di Bertolucci, “pellegrina immobile”. Senza contare che noi, nati altrove, possiamo più acutamente vedere la presenza della natura dentro Roma.

Allora non sapevo che sarebbe stato un “osservatorio” speciale della poesia. Anche se da quel punto già Marziale si fermava abitualmente: da lì “totam licet aestimare Romam”.  Oltre a tutti i pellegrini appena approdati a Roma per scorgere così, quasi all’improvviso e con grande festa, quello che per loro era Mons Gaudii, il monte della gioia e dell’arrivo. E non sapevo neppure che Roma sarebbe stata il magnifico scenario zodiacale di una vita.

Un abbraccio, Gabriella

Roma, 26 novembre 2011

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