Nota a ‘L’arpa romana’ di Alessandro Ricci

arpa romanaUn werther leggero

L’opera poetica di Alessandro Ricci è interamente raccolta in tre cartelle: al poemetto Con enfasi ed ironia, altrimenti indicato come il «Furio Seniore», seguono testi numerati cronologicamente da 1 a 217. Da questo corpus egli trasse i tre libri pubblicati: Le segnalazioni mediante i fuochi (1985), Indagini sul crollo (1989) e I cavalli del nemico (2004), i quali procedono – fin dove lo consentono le date di pubblicazione – paralleli tra di loro: capita cioè che, rispettando di massima la cronologia di composizione, poesie dello stesso periodo siano destinate a libri diversi. In forza dell’autorevole precedente, questa scelta è stata fatta con lo stesso metodo fra testi che, dal primo all’ultimo, coprono un arco di trent’anni.

«Come è calma questa misura alla fine». Si apre così questo piccolo libro, nel segno di un pensiero che «uguale a se stesso […] / pochissimo muta»; e, con quel che segue, siamo già nel pieno di un’onda di deriva; ché se la speranza lumeggia qualche bivio della vita (estate-autunno, sonno-veglia), essa è «senza miracoli», arida, improduttiva. Così, non accade mai niente di nuovo; ovvero accade tutto: «la gente / si riproduce. Così come / una stagione ruba il posto / dell’altra». E dopo aver ceduto per «un attimo / alle virtù ironiche / della natura, alla truffa / benevola» del tempo e aver provato «la farsa birbona dell’incanto, / quella certezza di esistere, / e un moto spontaneo della carne / o più del cuore» per colei che si finge vicina, «torna l’odio, / ammalato, / schifoso, / come sempre»; e, insieme ad esso, non resta che tentare «l’idea / della morte»: quando si è (o ci si crede) infecondi e inadatti, ogni giorno è «giorno di frane», del quale, più spettatori che protagonisti, ma non perciò salvi, «è meglio datare mattina, pomeriggio, / sera eccetera, / perché l’impressione è che non manchi molto».

Ecco, con ciò, ancora una volta disegnata la parabola che sempre va da «disperazione» a «morte», così tipica della poesia di Ricci; il quale, in una delle venti poesie (che molto a queste somigliano) de La confessione, l’ultimo grande testo delle Segnalazioni, si definisce «un werther leggero». Leggero, ma non per questo meno tragico. E tali sono non poche di queste poesie: leggere e tragiche. Fatte di rapidi appunti o di annotazioni diaristiche, dei piccoli ma rovinosi crolli della quotidianità, di sorpresi abbandoni e di malessere, dell’amore e del suo rovescio; come di folgoranti squarci aperti sulla città del padre e sua, attraversata, percorsa e cantata, perfino, a momenti, deponendo il peso di quel dolore morale con il quale Ricci ha sempre convissuto.

Scegliendo, fra le tante che lasciò inedite, queste brevi poesie, si è voluto privilegiare la sua vena più arresa (eppure tutt’altro che disarmata); certe zone franche ai confini della sua poesia più compiuta: quelle in cui egli può anche abbandonarsi, impudicamente, alla confidenza di amici e lettori, sfrangiando a più vive tinte l’abituale umor nero. Sono allora atone o maligne autoironie, parodie e amari sberleffi a far vibrare le corde di questa antifrastica arpa romana.

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