Testimonianza di Attilio Bertolucci su ‘L’osservatorio’ di Francesco Dalessandro

di Attilio Bertolucci

osservatorio dalessandroDevo ringraziare Francesco Dalessandro di avermi dolcemente obbligato a uscire di sera nella sua città per la piccola «festa mobile» che è la presentazione d’un libro di poesia. Lo è, naturalmente, se il libro è di vera poesia.

Roma è bellissima la sera per via della nuova illuminazione, sul dorato caldo, ed è viva e vivibile malgrado le tante macchine che l’attraversano in lungo e in largo che, con i pochi semafori in funzione, potrebbero metterti sotto. Comunque, più pericolose le «provinciali» verso l’alba, dopo la discoteca e l’hard rock paesano.

Ho divagato subito da Dalessandro a Roma, ma ho divagato davvero, quando L’osservatorio non parla altro, con mite ossessione, bene e male, che di Roma?

Dalessandro inizia il suo lungo, filato, continuo canto, invocando la Musa (stupendo, provocatorio richiamo della negletta), chiedendole di tornare. Ma dove? Sulla sua «mortale città»: ed enumera il poeta, le stagioni, le ore, i luoghi della sua vita quotidiana, con tanti nomi della topografia cittadina, entrate nel verso «liquido che fluisce» naturale, accogliendo ogni cosa, dall’ingorgo stradale alle ore «tutte d’incanto», con un’imparzialità che è giusta, giustissima nel poeta. Guai all’idilliaco lodatore e all’iracondo fustigatore. Significa non poco che la Musa sia tornata e abbia protetto il poeta dai pericoli di cui sopra, concedendogli il dono di questo lunghissimo, echeggiante assolo che ci prende all’incipit al finale in minore, senza stancarlo, senza stancarci mai.

Non dovevo stendere sia pure un abbozzo di discorso critico: ma chi lo sa fare ormai, e non invidio i veri poeti, e lo è Dalessandro, che si trovano a vivere inermi in questa confusione d’oggi. Memore, io, di un tempo in cui, a me poco più che ventenne, accadde, avendo pubblicato un piccolo libro di versi, di venir riconosciuto su riviste importanti da un Eugenio Montale, da un Sergio Solmi… Ma com’è difficile farsi riconoscere nella folla di questi anni, dico la folla letteraria, e l’alluvione libraria e l’intrusione dei mass media.

Volevo non abbozzare un discorso critico (forse non ne sono capace, e chi lo è, con gli strumenti critici che si fanno obsoleti in una stagione) ma salutare un poeta che con discrezione, ma anche con coraggio, ha riaffermato una fiducia attiva nella poesia, il cui frutto integro, godibile (finalmente) è L’osservatorio che stiamo festeggiando nel cuore pulsante della città che lo ha adottato e lui, amandola-odiandola, ha (è permesso dirlo) cantato.

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