Elio Pecora intervista Marco Simonelli

a cura di Elio Pecora

fotoQuando hai cominciato a dedicarti alla poesia e per quali pulsioni e ragioni.

Avevo circa sedici anni. Al Maurizio Costanzo Show spesso comparivano Dario Bellezza e Alda Merini. Non accettavo la mia omosessualità, ero sicuramente borderline. Probabilmente scattò in me un interesse per loro in quanto “personaggi- poeti”. Merini e Bellezza, grazie alle loro apparizione mediatiche, mi hanno spinto ad andare in una libreria e a comprarmi i loro testi con la paghetta, un sabato pomeriggio, in centro. Fino a quel momento associavo inestricabilmente la parola “poeta” a una figura morta da almeno cento anni. Quando cominciai a capire che  di poeti ce n’erano tanti, vivi e in attività, iniziai a leggerli con molto piacere. Era un tipo di lettura che trovavo più interessante del romanzo e del fumetto. Più tardi ho iniziato a scrivere anch’io.

Che ti porta a credere che qualcuno possa essere indotto a leggerti.

In realtà non lo so e non sono del tutto sicuro di volerlo sapere. Spero che qualcuno riesca a trarre una certa forma di piacere da quello che scrivo.
Non credo di avere molti lettori e quando è capitato che una persona che non conoscevo mi dicesse: “Ah, ho letto il tuo libro!”, per prima cosa mi sono stupito, poi l’ho subito invitato al bar a prendere da bere.

Qual è il tuo rapporto con le riviste di poesia.

Per anni ne ho lette tantissime; quindici anni fa erano l’unico modo per aggiornarsi, scoprire autori e scritture. Adesso ne compro poche e prediligo quelle “vintage”, mi interessano quelle pubblicate negli anni Settanta, Ottanta. Ammetto di essere un bibliomane.

Qual è il tuo rapporto con Internet.

Di dipendenza. Ciò perché mi permette di rimanere in contatto con persone e realtà distanti e mi aiuta nel lavoro di traduzione. Non so in quale altro modo potrei acquistare un testo di un poeta che mi piace, dal momento che nella stragrande maggioranza delle librerie gli scaffali di poesia sono sempre più stretti, ospitano soprattutto classici e tendono ad essere collocate in spazi angusti in prossimità della toilette.

Che  attendi e pretendi dal critico di poesia.

A mio avviso un ottimo critico è colui che intravede, di una scrittura, le possibili evoluzioni (o involuzioni). I confronti più interessanti li ho avuti con critici-poeti. Tuttavia ci sono critici (militanti e non) capaci, con poche parole, di fornirti input molto stimolanti e utili. Sono rari ma esistono. Ne ho le prove.

Che  aspetti dagli  editori di poesia.

Dagli editori di poesia mi aspetterei un rapporto. Di qualsiasi tipo. Diciamo che un rapporto umano e professionale basterebbe.

Credi nella necessità e nell’utilità delle antologie di poesia.

Hanno una funzione divulgativa, per lo più. Tuttavia mi interessano molto le antologie tematiche e credo che un maggior impegno in questo senso potrebbe portare a degli ottimi risultati in termini qualitativi, di vendita e riscontro culturale. Mi piacerebbe vedere un’antologia di poeti italiani che si confrontano, ottimo sarebbe che si sforzassero di scrivere su un tema già dato, invece che riciclare cose già scritte. Questo contribuirebbe anche a sfatare il mito popolare del “poeta ispirato”. Inoltre è un esercizio di apertura per la scrittura stessa.

Derek Walcott ha scritto: “Solo gli artisti minori si preoccupano di non somigliare agli altri”. Quali somiglianze riconosci nella tua poesia.

Tantissime. Nella mia scrittura spesso ho cercato di ribaltare interi testi altrui, ho parodizzato e centonizzato. Il manierismo è inevitabile e ho preferito affrontarlo di petto. La poesia è una cosa molto seria ma non necessariamente seriosa. Inoltre inscrivo la mia scrittura all’interno di un progetto più ampio che non si limita al testo stampato.

A proposito del verso libero ancora da Walcott viene una domanda  imbarazzante: “Ma se uno non sa scrivere in altro modo, da che è libero il suo verso”. Senti che la tua è una libertà provvista di strumenti?

Non dovrei permettermi, lo so, ma io proverei a ribaltare quanto dice Walcott e a chiedermi: “Se uno sa scrivere anche in un altro modo, il suo verso è per caso prigioniero di qualcosa?” A me parrebbe di no, ma mi baso sulla mia esperienza personale e basta. Ho scritto in versi utilizzando metriche diverse (ho persino pubblicato un libro di second-rate sonnets che mi avrebbe fatto apparire irresistibile agli occhi di Oscar Wilde!) Il verso è uno strumento, questo è quanto. Dipende da come lo si usa. L’ispirazione può esistere come sintesi improvvisa o intuizione oppure anche come consapevole decisione. Personalmente sfaterei qualsiasi mito riguardante il poeta o, più in generale, chi scrive versi: si tratta di qualcuno che ha un progetto e lo porta avanti. Spesso è un vero e proprio progetto di ricerca. Inoltre non è detto che si faccia poesia solo scrivendo versi. La poesia si può portare avanti con la cura (più che la curatela) della scrittura altrui, con un atteggiamento critico teso all’ascolto e all’elaborazione, con un’analisi sincera e non giudicante.

(già su Poeti e poesia n. 21, dicembre 2010)

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