Su “Dopo tanto esilio”, di Anna Elisa De Gregorio

di Maria Grazia Camilletti

dopo tanto esilio de gregorioIl titolo suggestivo della seconda raccolta di Anna Elisa De Gregorio è Dopo tanto esilio, edita da Raffaelli nel 2012, con introduzione di Davide Rondoni. Titolo in sospeso, allusivo, come quello di molte poesie della raccolta, che fa immaginare una condizione esistenziale a cui debba seguire un approdo, un qualche cosa che si svela a poco a poco attraverso la parola poetica.

Antonio Prete, critico letterario e a sua volta scrittore, afferma che “tutti i poeti sono in esilio”, ma “l’esilio non è un tema e a volte neppure una condizione del poeta, bensì il nesso tra esistenza e lingua, è quel che porta la lontananza a farsi parola, la separazione ritorno”. È quello che si coglie nella poesia  Nostos di De Gregorio.

E l’esilio può avere l’abbagliante trasparenza della luce -alla quale gli uomini preferirono piuttosto le tenebre- o la fuggitiva inconsistenza delle nuvole, cioè una forma in continua metamorfosi…. La terra da cui il poeta è in esilio può avere l’iridescenza del nostos, insieme seducente e impossibile, ossessiva e dolorosa, a significare il nesso nostos-algos.

Questi aspetti sono tutti contenuti nelle liriche della nostra poetessa, alcune delle quali  sono vere e proprie dichiarazioni di poetica che illuminano il significato del titolo, ci dicono i riferimenti letterari dell’autrice, le appartenenze poetiche, come quella dedicata a Wislava Szymborska, Carta di residenza, dal titolo molto esplicativo. Ci ritroviamo l’ironia della poetessa polacca, i temi già citati che si manifestano in ‹‹una terra che ritorna continuamente nei suoi scritti››, come la poetessa scopre ‹‹dai tanti fogli e dalla data scritta›› sparpagliati sulla sua scrivania, il paesaggio di metamorfosi correnti, la metafora del treno che ricorre spesso nelle liriche, per tutte Il passo del treno: ‹‹Ma conosco il passo del treno, verso una sola direzione, obbliga al futuro, non c’è indietro, ogni dubbio bandito, resta il trasalire dello sguardo al cambiamento››. Ma è soprattutto indicativa la dichiarazione finale, ‹‹la propria terra (a cui si ritorna)  dove trovi parole e lingua per dirle››, definite ‹‹basso continuo e precaria tenda››, per indicare una condizione e uno stile.

“L’esilio che si fa abbagliante trasparenza di luce” mi rimanda alle parole di Matshuo Basho introduttive alla poesia Perché è d’obbligo mandare a memoria i poeti, quelle parole ‹‹che si vorrebbe portarle in borsa sempre››, che le fanno dire nella poesia Cosa fanno i vecchi tutto il giorno: ‹‹Ho preferito il libro di un poeta vecchio che serve le parole con la semplice grazia…››. Inutile ripetere che per un poeta le parole sono fondamentali, ma nella nostra autrice c’è un’attenzione particolare, ricoprono un ruolo essenziale nella dialettica buio/luce. Sono infatti numerose le poesie in cui risuona  il contrappunto cecità-luce, metafora della ricerca di senso, come in Il compito delle parole, dove recita: ‹‹ora bellissima vedo la luna, il suono delle parole fa luce››. Il contrappunto cecità/luce è stato ugualmente colto da Enzo Golino, che nella sua recensione sul Venerdì di Repubblica del 25 gennaio 2013, fa riferimento a questi stessi versi concludendo: “…un bambino pronuncia l’atto di fede che gli ha trasmesso l’autrice secondo le proprie aspirazioni”.

Davide Rondoni, nell’introduzione definisce la poesia di De Gregorio “di finissima auscultazione”, parla di poesia “ubbidiente…poesia udienza”. Infatti in tutte e tre le sezioni in cui è suddivisa la raccolta: CERTE MANCANZE, DOPO TANTO ESILIO (che dà il titolo al libro e offre la chiave di lettura dei versi), MINUTE, si coglie la disponibilità attenta, umile ed empatica dell’autrice all’osservazione della vita in tutti i suoi aspetti a cominciare dalla descrizione della natura (come faceva nella prima raccolta Le rondini di Manet. ), soprattutto nella sezione Minute, dove avanza una  processione di vegetazione consolante: salici, olivi, cachi, pini, gelsomini, ciliegi, crisantemi, ginestre, violacciocche, malve, ciclamini: ‹‹sguardi obliqui sul lilla delle malve››, ‹‹vestito di bianco/ e viola l’addio/ macchie di crisantemi nel giardino››,  ritornanti caprifogli che nascono dalla falesia tengono uniti (si pensa) due innamorati, in Su un mare ancora deserto; il sollievo che ha dato un’anziana orchidea in un grigio codominio in Canzone per un’anziana orchidea, l’insolita condivisione e solidarietà tra  kenzia e  trifoglio in Ospitalità della terra.

Lo stesso approccio si trova nella  condivisione solidale  alla sofferenza di chi vive ai margini, su tutte Nessuno ha occhi; nel boxeur di Quis contra nos che si butta sotto un treno, ‹‹lui che aveva da tempo decisa la tristissima strada dell’eroe››; ma anche nella rappresentazione poetica di un ‹‹precario vecchio indiano in pausa pranzo›› che divide il suo cibo con i piccioni in Il buon pastore;  infine nella meditazione più filosofica del senso dell’esistenza (il paradosso dell’eternità) in Nulla  due volte, poesia che apre la raccolta.

L’ascolto è rivolto a se stessa, a momenti della sua vita, dalle città che attraversa: Napoli, Siena, Ancona, agli affetti più cari: la madre (Il viaggio di nozze ), la figlia, l’arte (Davanti alla pala Gozzi), il cinema (Tarkovskij, Olmi, Casablanca), gli autori amati a cui dedica molte liriche: Sovente, Borges, Mark Strand, oltre ai già citati Basho e Szymborska,  per poi tornare all’hic et nunc, al qui e ora in quel duplice movimento di rimembranza e ritorno al presente  (l’uno di ascendenza leopardiana, ma soprattutto il secondo, che rinvia a Baudelaire). Questo perché, come dice Maria Zambrano, solo chi cerca lo sconosciuto che è in sé, lo straniero che abita dentro ciascuno, può arrivare attraverso lo spaesamento alla prossimità dell’altro, come avviene nell’opera di Edmond Jabés che De Gregorio ha sicuramente presente.

Con questo approccio e doppio movimento della memoria l’autrice rappresenta due età particolari della vita, entrambe fuori dal processo produttivo: l’adolescenza e la vecchiaia.

Dell’adolescenza vengono cantati i sogni, le illusioni verso il futuro, ma anche la durezza di un presente imminente, per tutte vorrei citare Esercizi per un’adolescenza, per cui Rondoni parla “di un quasi cantabile…  nella piccola serie leggiadra e violenta degli Esercizi.  Della vecchiaia vengono dipinti con intensa liricità i gesti quotidiani, i ritmi rallentati, i sentimenti, privi ormai di qualsiasi illusione.

È nella prima sezione che la poetessa accompagna la vita e il mondo degli anziani con un occhio a volte commosso e che fa commuovere, con quell’empatia a cui già accennavo: solitudine, malattia, ma anche struggente unione con un cane, con un gatto, con quegli esseri che riportano l’innocenza: ‹‹In luoghi incerti piedi ritrovano memoria/e ballano veri momenti di sapienza/un corpo sperduto nell’alzheimer›› (in La primula ritorna), in Fermata d’autobus ‹‹salgono pensionati circospetti/…i vecchi vanno a pulire i ricordi dell’inverno, portano terra nuova e semi per i vasi››, a cui fanno da contrappunto ‹‹fuochi d’artificio gli alberi di Giuda/ e le forsizie, come mondi paralleli››; ‹‹Educati a non chiedere una cipolla al vicino/, ci riconosciamo dalle piante alla finestra›› (in Storia di un trasloco);  ‹‹Li sento vivere insieme /il vecchio e il cane/ e penso chi sarà dei due il più fedele›› in La fedeltà cieca. ‹‹C’è un gatto addormentato e il cofano/caldo che lo accoglie e intanto, mentre cammina/verso casa, fa il conto di chi non ha incontrato..›› in Presbiti contorni.

Il suo è uno sguardo che accoglie, perché compito del poeta è prestare attenzione ai sentimenti, ai gesti, agli oggetti  a cui gli altri non badano, alle cose minute della quotidianità che ritroviamo nell’ultima sezione: ‹‹Qualcosa è necessario amare/della nostra malandata vita./ Siamo un amen continuo su quello che accade…/nel migliore dei modi possibili cureremo la ciotola del cane›› in Il pane quotidiano, ma anche le case di cartone dei gatti, il cimitero, le spiagge, le periferie desolate, realtà di miseria e immigrazione, per arrivare all’intimo delle cose e perché solo chi ha conosciuto la diminuzione, come dice Rondoni, “chi ha patito l’esilio nella propria vicenda, in quella delle persone amate o solo sorpreso negli attimi o nei gesti di sconosciuti, può arrivare alla poesia, quasi come un’onda verso il largo di una misteriosa inesprimibile gioia.”

Questo l’approdo del poeta pellegrino (altro topos) alla fine del viaggio: ‹‹Va ciascuno di noi pellegrino/ verso viaggi archiviati, rimozioni,resta assorto nella sua primavera,/ nella sua giacca, riparo da poco.›› in La vita delle pietre.

Con il suo stile piano, essenziale, ma raffinatissimo negli accostamenti, nei richiami interni, aperto alle sperimentazioni degli haiku e i tanka, crea una molteplicità di atmosfere, di suggestioni che ci permettono di andare aldilà  delle realtà più infime, con la parola che si fa luce come ne L’abito sporco, la lirica conclusiva.

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