Intervista a Sandro Montalto su ‘Il segno del labirinto’

di John Rugman

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Perché scrivi poesia?

La domanda più difficile! Purtroppo è stata rivolta a così tanti autori che è difficile rispondere senza ripetere cose già dette da altri, o dire banalità. Per essere breve, dirò che per me è sempre stato fondamentale non solo capire cosa dire, ma in che forma dirlo. A differenza di altri scrittori che si specializzano, diciamo così, in un genere, io ho sempre coltivato parallelamente poesia, prosa, teatro, aforisma, critica (letteraria, artistica, musicale e cinematografica), oltre al gioco di parole e altro (l’attività di musicista, di editore…). In generale si scrive, a parte il caso degli scrittori di professione, per un impulso irrefrenabile dettato o dall’impulso o dalla sedimentazione di stimoli ed emozioni (spesso per me è vero anche nel campo della critica!); ma è indispensabile trovare la forma più adatta, siccome per me è inaccettabile dire in prosa una cosa che troverebbe la sua espressione migliore nella poesia, o in alcune pagine di riflessione teorica o critica una cosa che si sintetizzerebbe bene in un aforisma. E viceversa, naturalmente. Aggiungo che per me la poesia è la forma più antica di espressione, e forse la più radicata, e non a caso scrivo parecchio ma scarto molto e pubblico poco (tre libri nello spazio di 12 anni, finora).

Quando hai cominciato a scrivere poesia?

Consapevolmente, direi all’epoca delle scuole medie, anche se alcuni goffi tentativi precedenti ci sono stati. Le prime cose che ho deciso di conservare risalgono al 1994. Ho pubblicato i miei tre libri di poesia nel 2000, nel 2006 e nel 2011, ma si sono sviluppati parallelamente, spesso interagendo tra loro; i primi due si sono addensati in virtù di somiglianze formali e tematiche, mentre Il segno del labirinto raccoglie testi scritti tra il 1994 e il 2008, ed è dunque trasversale, sia quanto a temi sia quanto a forme, e più vario. Fatalmente conserva anche alcuni testi un poco più ingenui di altri, ma li ho conservati siccome sono il punto di partenza di cose sviluppate poi in altre forme, teoriche o teatrali.

Come fai a comporre le tue poesie… con carta e penna, o direttamente sul computer?

Da ragazzo a penna su un apposito quaderno, e alla scrivania siccome per me è impossibile scrivere poesia sull’onda dell’emozione, a differenza ad esempio degli aforismi, ma mi serve una sedimentazione spesso anche lunga, anche se la mia non è affatto – ci tengo – una poesia didascalica o programmatica, né “a tavolino”. Da qualche anno mi capita anche di scriverle al computer, magari al tavolino di un bar mentre studio o lavoro a qualche progetto editoriale o musicale.

Cosa significa poesia nella società di oggi?

La poesia è sempre stata amata e lo è ancora oggi, solo che – e me lo dimostra anche il mio lavoro di bibliotecario – la maggioranza di chi la ama e ne legge molta, anche contemporanea, è silenziosa, dunque non appare. Piuttosto, vorrei dire che fanno molto male alla poesia (alla parola in generale!) tutte quelle manifestazioni il cui unico scopo è far emergere l’ego malato sia dei poeti sia di chi ci va per sentirsi bravo e sensibile. Insomma tutti quei casi in cui la poesia è strumentalizzata. La poesia è una cosa potentissima e fragile, e credo che vada coltivata principalmente (anche se non solo) nella calma e nella solitudine.

Cosa significa lo stacco, direi antagonistico-dialettico, tra il mondo e l’individuo? Come vediamo nel seguente passaggio:  

Esempio

Pagina  34

(attimi incandescenti)

Brusco risveglio è stata la scoperta
di uno strato sotto la crosta delle impressioni:
non per te è nato il mondo, non per te
così vanno le cose ma nonostante te
e tuo malgrado.

La domanda è molto interessante. Come è noto, o meglio come mi sento di accettare, l’uomo e la sua percezione possono tentare di avvicinarsi il più possibile all’essenza delle cose che però sfugge. Il mio primo volume di poesia, intitolato Scribacchino, si apriva con un testo intitolato Prologo asintotico dove usavo appunto la nozione matematica di “asintoto” che mi sembrava molto bella. I miei versi sono a volte forti, possono sembrare violenti, perché secondo me il rapporto con le cose e le parole è decisivo e permea tutto, dunque mi serve una certa forza; ma non vivo il tutto sotto forma di antagonismo, in realtà. Hai invece ragione a parlare di “dialetticità”, siccome per me nulla si muove se non c’è l’impulso al dialogo, al confronto non per trovare soluzioni o compromessi ideali, che non esistono, ma per subire felicemente influenze, per migliorare, per accettare in sé la complessità del vivere. Detto questo, proprio perché la mia poesia non è didascalica, non posso risponderti come se i miei versi volessero spiegare o dimostrare qualcosa: sono in realtà una delle possibili concretizzazioni di una mescolanza data dal mio esistere emozionale, psichico, biologico, storico. La migliore, mi auguro!

Ci spieghi la drammaticità dietro questo passaggio, mentre due ipotetici “io” si sovrappongono, anche se di poco?

Esempio

Pagina 55

Nulla resta di me,
non illudermi: ogni giorno
il mio volto è più scuro
e tu ricordi di me
solo quel poco che fu anche tuo.

In realtà, anche se in altri testi come tu osservi mi rivolgo a molteplici “io”, questo si rivolge proprio a un “tu”. E’ un frammento di un testo preistorico, ero giovanissimo, e riflettevo proprio sul problema molto scottante del “tu” in poesia. Che ha ad esempio interessati risvolti in molti campi: come ripeto ero giovanissimo, mi guardavo intorno, e avevo appena letto tra l’altro Io e tu di Buber; soprattutto ricordo le sue riflessioni sulla realtà soggettiva dell’Io-Tu che si radica nel dialogo e il rapporto strumentale Io-esso che si realizza nel monologo, il quale trasforma il mondo e l’essere umano stesso in oggetto. Riflettevo anche, allo stesso tempo, su un rapporto d’amore, e – questo mi rimanda alla mia risposta precedente! – consideravo che i nostri punti di contatto con ciò che vogliamo possedere sono davvero minimi, cerchiamo nei volti di cui ci innamoriamo alcuni lineamenti che supponiamo nostri, forse. Non a caso la mia prima commedia rappresentata e pubblicata si intitolava Monologhi di coppia.

Spesso ti rivolgi a un interlocutore in seconda persona. Chi è questo interlocutore? Qualcuno di preciso? Te stesso? 

Esempio

Pagina 60

(lamento)

 “Solo un po’ di pace, non chiedo molto”.

                                                Chiedi troppo

Hai selezionato un testo particolarmente pessimistico! L’ho tenuto perché ha alcune espressioni nelle quali mi riconosco (ad esempio «Dopo la luce / sentore di marcio, inno verso l’alto delle radici / e spreco di linfa, soffiatori nel deserto / come loschi punti fermi nel brulicare»), per non parlare delle «persone senza midollo» che «sperimentano nuove combinazioni di niente». E mi piaceva il finale che lascia un po’ il fiato sospeso, o almeno mi auguro, non per ciò che dice ma per l’irruzione della forma teatrale (o… inaspettatamente dialogica!).

Cosa ci dici sul tema della “ricorrenza eterna”?

Esempi

Pagina 34

(attimi incandescenti)

Il passato è morto e il futuro non si sa,
se tutto si ripete i tuoi occhi sono ciechi

Pagina 91

cinquecentomila ore di vita marcia
(esclusa la retromarcia)

Pagina  95

(cicli)

Se partiamo dal cielo,
se partiamo dalle nuvole senza confini
in sé confinate nel cielo
[…]

se partiamo dall’inizio, dalle stelle fornace
immensa di materia umana
torniamo al cielo – e si ricomincia.

Si tratta di tre citazioni da testi molto diversi tra loro. La prima proviene da un testo piuttosto lontano nel tempo che tratta in qualche modo di una stanchezza ineliminabile data dall’impossibilità e allo stesso tempo necessità di scavare, cercare un senso, un ordine (non a caso più tardi ho scoperto in Beckett – “fail again, fail better” – uno dei miei punti di riferimento). La seconda è in realtà parte di un testo composto in distici, una sorta di piccolo divertimento in cui cerco di dire le stesse terribili cose di altre poesie ma con il giochetto, oggi quasi sempre un po’ ridicolo, della rima. Il terzo, di cui riporti l’inizio e la fine, è il testo più maturo e importante, in cui enuncio davvero una ciclicità che sento come ineluttabile e terribile il riproporsi immutabile, in forme anzi appena un poco diverse ma sostanzialmente identiche, degli stessi errori, degli stessi dolori. La ma intenzione però è stata quella di non costruire un testo dimostrativo e pessimista, ma di suggerire questa soffocante e deprimente ciclicità tra le righe, mentre apparentemente descrivo un po’ asetticamente ciò che posso vedere tutti i giorni, e che ad uno sguardo distratto ci pare bello e naturale: le nuvole, l’erba, il deserto, gli animaletti, l’acqua, il fuoco… In questi e in altri testi (pensa al «creatore» che «si fruga in eterno nel marsupio» da Costruzione del poema) è proprio un senso di allarme e allo stesso tempo di depressione che voglio comunicare, insomma una insanabile contraddizione, dimostrando che l’errore perpetuo si insinua nella normalità, nella quotidianità, in tutto ciò che lasciamo passare senza assumerlo criticamente.

Puoi parlare della immagine “fotografare le macchine fotografiche” (pagina 36)?

La poesia Contro l’ipertrofia dell’io da cui proviene il verso che citi affronta le tematiche di cui ho appena parlato capovolgendo la situazione, ossia mettendo in scena un individuo che sceglie l’attivismo e vuole sapere, capire, analizzare, ma vede le sue fatiche risolversi in atti tautologici, e dunque in ritorni senza senso. Il verso proviene da un altro testo, poi eliminato, costituito da un enorme elenco di azioni senza senso e (apparentemente) tautologiche: murare i muri, aspirare gli aspirapolvere etc., come indagine su una coazione al fare dannosa quanto l’ignavia. Ho conservato quel verso perché rimanda ad una considerazione fatta dal vero, oltre che a riflessioni sull’occhio che guarda e viene guardato (in quel periodo scrivevo un libro su Berkeley, Beckett e Keaton), sul vedere ed essere visto.

Cosa ci dici sui toni spesso pessimistici (anche a volte cruenti) e i ricorrenti riferimenti alla morte?

La morte è parte integrante della vita, o meglio tutta la vita è uno sfuggire alla morte (un ennesimo caso di azione coatta e allo stesso tempo destinata al più sicuro fallimento). Dunque riflettere su di essa, ed accettarla, è un dovere verso noi stessi. Il pessimismo credo emerga poco nel libro, mentre un certo tono cruento è, come già dicevo, connaturato al mio scrivere. Ad esempio pubblicando il mio secondo volume di poesia, Esequie del tempo, credevo (o temevo) di consegnare un volume un po’ astratto e freddo, mentre molti lettori mi hanno detto di essere stato impressionati dalla forza e fisicità dei testi. Sarà così. D’altra parte nei miei libri non manca mai anche l’ironia, la quale è, secondo Romain Gary, “una dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli capita”.

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