Vicolo Cieco n.30: il tempo sbiadito del recensire

intellettuali

Nello stare faccia a faccia con un testo, se si ha qualche dovere lo si ha solo nei confronti della letteratura.
Non mi sento recensore, non ne ho l’atteggiamento: parlo e scrivo solo di libri con i quali ho passato un po’ di tempo.

Non mi occupo di chiunque mi invi, o mi recapiti per altri sistemi, libri in lettura. Chi dice di farlo mente, vuole tenere buoni i commensali, vuole firmare armistizi.

Le mie sono note di lettura, “fantasie di avvicinamento” di Zanzottiana memoria, o, meglio ancora, di accostamento. Chi scelgo di leggere, in un certo qual modo, partecipa sempre al mio compiersi.

Come saggiamente diceva Pennac, nel decalogo del lettore c’è il sacrosanto diritto di chiudere il libro, ma è altrettanto vero che  si dovrebbe avere l’obbigo di non occuparsene.

Non una corretta critica di cui non mi interessa il discorso in questa sede, ma la formazione di una tanto millantata educazione alla lettura dovrebbe partire da chi di libri si occupa  con attenzione e discernimento.

Ho sempre sostenuto che il grande squilibrio della rete non sia quello di aver fabbricato scrittori, ma quello di aver legittimato critici, di aver contribuito a gonfiare un fenomenismo che, se si fosse trattato il testo con coscienza, non avrebbe mai avuto spazio.

Lo schiavismo dei mi piace, dei seguaci e degli accoliti, ha fabbricato contorte dinamiche del giudizio, ha impastato solo un vago formarsi di opinioni gestite da favorini e retribuzioni di spazietti.

Tutti, me compreso, nessun escluso, abbiamo partecipato a questo meccanismo da integrati o da fiancheggiatori. Se vogliamo fare qualcosa che possa ricondurre dal di dentro ad altri valori è necessario liberarsi di tutte le finzioni di prossimità e di fornire ognuno di noi una cartografia poetica seria che possa essere difesa e che non si sciolga come neve al sole.

Tornare a documentare i veri motivi per cui crediamo in certe parole e perché, in alcuni casi, puntiamo in chi le ha scritte. Perchè un libro al quale non si lasci la possibilità di essere riaperto è un libro perduto.

(già su La stanza delle poche righe)

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