Sette nomi per non nominare: su “Erodiàs” di Giovanni Testori

Jokanaan!
Jokaslaan!
Slanjokaan!

Mascula barba insanguinada
lengua dal mio spillon
tutta infilzada
e tutta dalle di me furtive
e sessualiche salive,
ecco, sbausciada.

Giuan,
Ohi me por nan!

Testa che piango,
testa che repiango,
testa del demenzial tango,
del tango del neotestamentario,
per far del cronos l’inventario,
tango e poi anca rock,
rock e poi anca slou…

 

testori

Jokanaan! è l’urlo di Erodiàs che chiama Giovanni il Battista, con il suo nome ebraico. Nome che si fa subito gioco di parole, alterazione della nominazione, Jokaslaan! e Slanjokaan! con un probabile rimando al milanese “slandra” per “ragazzaccia”. E poi Giuan e Don Juan, il seduttore, Giuanun e Jokàn. Manduca il nome e “vosa e revosa” Erodiàs, concubina di Erode, colei che pretese dal re la testa del Battista per vendetta e in contraccambio per la figlia Salomè.

Sette varianti di un nome per una testa. Una testa decapitata. Sette nomi per chiamare a presenza uno che non c’è, perché è appena morto. Ovvero sette nomi per non-chiamare.

Potrebbe essere un compianto funebre o una paradossale elegia il soliloquio di Erodiàsdi Giovanni Testori, se non fosse per il registro popolare e osceno che regola la superficie lessicale e sintattica del testo e, soprattutto, se non fosse per la testa mozzata di Giuanun che sta lì sul vassoio e con la quale si intreccia quasi un macabro dialogo. O meglio, è attraverso la testa di lui che si dipana il dialogo. La “mascula barba” e la “insanguinada lengua” del povero Giuan sono gli arnesi per mezzo dei quali emergono ed esplodono le plurime voci interiori della concubina e della madre, che si sente  Medea, della “reina e “insiem, sciura desperada”, nonché assassina.  L’Erodiassa, tuttavia, non è soltanto una donna, tant’è che viene portata in scena anche da voci maschili, tra cui Sandro Lombardi e, più recentemente, Simone Lampis. Se andiamo a guardare nelle Scritture, Erodiade fu il filo di sangue e carne che legò la stirpe dei sovrani Erode di cui era allo stesso tempo moglie, cognata e concubina, oltre a essere nipote di quell’Erode il Grande che ordinò la strage degli innocenti, ovvero l’Anticristo incarnato del Vangelo di Matteo. Fu proprio per l’accusa dell’adulterio di lei e del tradimento di Erode Antipa ai danni del fratello Erode Filippo I, del quale Erodiade era moglie, che Giovanni Battista venne prima arrestato e poi decapitato. Di lei non si sa altro. Il nome, Erodiade, rimanda soltanto alla sua appartenenza agli Erode; in altre parole è il volto femmineo del Male, fatalmente riconducibile a Eva della Genesi.

Testori, cogliendone il carattere di ambiguità e conflittualità androgina lievemente sotteso nella tradizione sacra, amplificato qui dall’abbassamento al minimo del registro linguistico del suo vociare, ci riconsegna una Erodiàs donna e insieme uomo, in cui una femminilità avida, saccheggiata dalla cupidigia della Grande Prostituta, si intreccia alla mascolinità violenta della vendetta di sangue e dell’oscenità, al limite del blasfemo, nel tentativo di sedurre il Battista per portarlo sul suo terreno.

E sono telluriche le forze che si confrontano attraverso le voci di Erodiàs. Forze telluriche che rimandano a una tonalità archetipa notturna, erotica e infera, ma anche allo scintillio patinato del potere della nostra contemporaneità. Forze telluriche suscitate e interrogate da quella testa decapitata che non lascia pace. Figura selvatica, impastata di terra, è anche Giovanni Battista che vive nel deserto, veste di pelli, si nutre di locuste e di miele. D’altronde, la sua identità nei Vangeli si definisce, o meglio resta indefinita, per negazione. Quando gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo, a chiedergli “Chi sei tu?”, lui rispose: Non sono Cristo, non sono Elia, non sono il Profeta.[i] L’unica affermazione identitaria che diede fu “Io sono voce di uno che grida nel deserto”. Il Battista, dunque, a differenza di Cristo, non è parola, non è Verbo, bensì voce. Voce, e non logos. E per di più, voce che grida nel nulla, in quel “cotal niento” che scatena il rimprovero di fondo di Erodiàs. Lui è un grido puro.

Da quel grido, da quell’in-articolazione del linguaggio di una voce priva di logos,  per effetto di vibrazione e riverberi, si coagula questo “tragico laiar in idioletto” dove troviamo ribaltati gli elementi cardine del funzionamento del linguaggio, in primis l’esistenza del destinatario per un qualsivoglia messaggio.

Se Erodiàs si rivolge a qualcuno, infatti, questi è un morto, è la sua testa sacra decapitata, è un non-essere. Ma questa presenza-assenza ha pure un senso, che non è soltanto quello di suscitare un rimorso di coscienza; essa rimanda a colui l’identità del quale si dà per negazione “io non sono”, ma “sono voce”. In altre parole, il parlare umano di Erodiàs di fronte al grido profetico di Giovanni che folle “vosava” di un dio che, con lui, era “in strengissima amistà,” e “de castità domà […] / et semper et integra povertà!”, ovvero di quel dio che ribalta “il dio della mia storia, / il dio della mia gloria”, non può essere altro che un parlare speculare, un grido altrettanto folle. Una parola senza logos, dunque, che ha irrimediabilmente perduto l’asse paradigmatico, ovvero l’asse della nominazione, così che l’urlo “Jokanaan! Jokaslaan! Slanjokaan!” significa non in ragione di un nome per l’uomo Giovanni, bensì per la forza coagulante della contiguità sintattica in un susseguirsi serrato di richiami, rimandi, echi, doppi triplici multipli sensi che attraversano oltre venti secoli di storia umana. Quasi a fare “del Cronos l’inventario”, come balugina in mente a Erodiàs nei primi versi.

La commistione con un dialetto lombardo o brianzolo è solo apparente; Testori-Erodiàs parla qui una lingua, una vulgata, potente, unica, senza nomi né messaggi, che è piuttosto fiotto di sangue spurgato dalla ferita mai cicatrizzata della tragedia dell’uomo quando giunge, per suo volere o destino, a sbattere contro le pareti del suo corpo, della sua finitudine. Giuan sta lì, davanti a Erodiàs, metà santo e metà bel ganzo, nella fusione di umanità e divinità in uno spazio altro di fascinosa bellezza. Erodiàs, invece, sta qui nel grottesco teatro delle maschere, senza uscita, dove soltanto il buio può nascondere la pozza di sangue e un dolore in-articolabile.

Ridicola è la parola dello “spettralico frammento” che è l’uomo, come illusorio è il tentativo di comprendere e, soprattutto, il tentativo di un qualsiasi spettatore esterno di giungere a cogliere attraverso una modalità linguistica, logico-analitica, lo “stragediar” di Erodiàs che ha come senso ultimo il testimoniare, nel senso letterale di “attestare”, “far fede”.  Siamo di fronte, infatti, a un linguaggio che non nomina, ma è un grumo carnale, fisiologico, di sangue.

“Io non capisso!” urla Erodiàs chiedendo al narratore parole e verbi, proprio al cospetto di colui che ironicamente dice “l’è el verbum”. Io non capisco è l’urlo che schizza via dalla bocca dell’essere umano che può, forse, soltanto mitigarlo nell’attesa oppure capovolgerlo in un cannibalico e gaudioso manducare. “Ma se poi pase non arò, / […] io te reciapperò/ […] tutta integra / io te manducherò / e liberata, / da me sola/ cunt la curtella del salam/ da me mi sgozzarò.” È l’ultima speranza e minaccia di Erodiàs. Atto di suprema intimità e comunione, atto erotico di disfacimento e nutrimento, che anticipa – nel delirio – il comporsi di una dignità e di una libertà di arbitrio che, stretta nella sua solitudine e nella scena della maschera, Erodiàs non poteva neppure prefigurare.

In finale il gioco teatrale si ribalta in verità e il fiotto di sangue in controprova di un dio che, se c’è, non sta nella trascendenza, ma è nel “qui e ‘desso” della grottesca tragedia umana.



[i] Giovanni 1, 19-23.

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