Urtext: la lettura come fenomenologia – Parte 1

Opus2-3 - cepollaro
Opus2-3 – Biagio Cepollaro

Quattro premesse

1.

Il reale non è la realtà. Esso non si caratterizza per nessun tratto peculiare o registro etico determinato: semplicemente è, ed essendo ci convoca sul piano dell’essere.

Il reale è inemendabile ed arbitrario nella misura in cui la sua ipseità[1]si concretizza in una immanenza che non possiede futuro né passato, perché non ha memoria né prospettiva – non è narrativa.

Il reale non riguarda nessuno ed è, perciò, un sapere senza soggetto, ovvero senza legge: manca, cioè, di quella «costanza del mutamento nella necessità del suo corso»[2] che configura l’orizzonte entro il quale i fatti si manifestano con chiarezza come i fatti che sono.

2.

La realtà non è il reale. Essa è la sua rappresentazione. Ciò non implica necessariamente una perfetta aderenza tra le due istanze.
Al contrario, la realtà, a differenza del reale, si caratterizza per la sua convenzionalità ed autoreferenzialità nella misura in cui la verità che configura possiede struttura di finzione: è la ipostatizzazione di un simulacro[3] privo di referente esterno, prodotto dell’incontro-scontro del sapere del reale con il soggetto che ne fa esperienza.

Del reale che non ci riguarda non si può dire nulla tranne il fatto che esso è, esiste e accade, e accadendo ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo.
Della realtà, invece, si può dire molto nella misura in cui ci riguarda come soggetti dell’esperienza del reale.

3.

L’esperienza non è l’esperimento. Essa non è riducibile al fenomeno scomponibile in elementi osservabili e decifrabili a posteriori; è invece l’incarnazione del principio di indeterminazione heisenberghiano, parafrasando il quale è possibile affermare che quanto più precisa la misura del fatto tanto più debole il suo vissuto.

L’esperienza non è l’esperimento perché, mentre quest’ultimo prescrive una oggettività che esclude per forza di cose il soggetto, la prima corrisponde al luogo in cui il reale dà origine al soggetto per partenogenesi.

L’esperienza, allora, rappresenta, etimologicamente, non uno stato ma un attraversamento e, sostanzialmente, non un oggetto ma una traccia di quell’attraversamento che, depositandosi, determina la epifania del soggetto che si manifesta sotto forma di narrazione simbolica: vi è esperienza solo in presenza di un soggetto.

4.

Il soggetto non è l’oggetto poiché, essendo il depositario del sapere, non può mai essere oggetto di conoscenza. In tal senso, il soggetto si configura come una antinomia poiché, adattando in qualche modo il paradosso di Russell, di esso è possibile dire che è l’insieme di tutti i saperi che non contengono se stessi[4].

Il soggetto è – in sé e per sé – una referenza vuota: è un’essenza assente che esiste solo nella misura in cui, convocato sul piano dell’essere dal reale, si identifica per necessità con un significante, introducendosi in tal modo all’interno della narrazione simbolica che gli preesiste.

Il soggetto, dunque, non manipola i significanti, ma da essi si fa rappresentare. In ciò consiste la autoreferenzialità del senso della sua realtà che non appartiene all’ordine dell’esperienza, pur derivando da essa.

Per questa ragione, esiste sempre uno scarto irriducibile tra reale e senso. Ed è proprio in tale scarto, in tale carenza, in tale vuoto che dimora il soggetto.
Questo è l’unico sapere a cui il soggetto può accedere senza tralignare.

Il soggetto non è nemmeno l’io. Il primo, infatti, è un eccesso dell’essere che determina un vuoto, una mancanza a essere, e che perciò si fonda sul desiderio – un desiderio che è, però, senza oggetto. Il secondo, invece, è il risultato dell’identificazione del primo con un significante che assume in tal modo la funzione di oggetto (del desiderio).

Quando il soggetto si nasconde dietro l’io assume su di sé la dialettica della mancanza, quella in cui il desiderio configura l’oggetto che illusoriamente colmerebbe la sua mancanza, ammettendo solo una carenza funzionale occultandone, così, il carattere costitutivo: se c’è un oggetto possibile, la carenza non può essere essenziale.

Posta in questi termini, la realtà risulta essere il prodotto dell’identificazione con un significante di un soggetto che cerca di colmare la mancanza a essere che lo fonda. In altre parole, la realtà, essendo il soddisfacimento di un desiderio, è un modo di godere.

Per le stesse ragioni, la storia non rappresenta più una concatenazione di eventi dettati da una necessità storica, piuttosto essa è la narrazione simbolica dei differenti modi di godere del soggetto umano che ha agito identificandosi con un senso, di era in era differente, per colmare la propria mancanza a essere.

*

Urtext: il testo oltre la letteratura

La realtà può essere affrontata secondo due prospettive, che sono diverse ma non necessariamente opposte: da un lato, vi è la prospettiva analitico-descrittiva propria della metodologia scientifica dominante, che si occupa della conoscenza dell’oggetto e che, muovendosi sulla linea del progresso, procede per accumulazione e stratificazione; dall’altro lato, vi è quella fenomenologico-ermeneutica che, poggiando sui pilastri della conoscenza, non tralascia di farsi carico del sapere del soggetto, seguendo un percorso evolutivo che procede per salti e deviazioni.

Una delle principali differenze tra queste due prospettive sta nel fatto che, mentre quella fenomenologico-ermeneutica, servendosi della materia (e materialità) del vissuto, mira ad una comprensione dell’esperienza, la prospettiva analitico-descrittiva rappresenta la configurazione dei limiti metodologici entro i quali è possibile ottenere una spiegazione della realtà attraverso l’analisi degli elementi che la compongono e delle loro relazioni, nel rispetto di una necessità razionale e tassonomica che, lungi dall’essere propria della realtà che si cerca di spiegare, ci appartiene in quanto esseri umani e rappresenta il fondamento della nostra episteme.

Ora, se è vero che ogni rivoluzione è sempre frutto di una rivoluzione epistemologica[5], ciò che qui si suggerisce è la possibilità di rendere queste due prospettive complementari, favorendo in tal modo un ampliamento degli orizzonti epistemologici per il raggiungimento di un sapere in grado di predisporre a un cambiamento privo di alcun residuo di gattopardismo.
Se, infatti, «spiegare a qualcuno come è fatto è un modo per autorizzarlo ad agire come desidera»[6], il solo utilizzo della prospettiva analitico-descrittiva risulta chiaramente insufficiente nel momento in cui il nostro interesse è diretto ad un tipo di sapere che va oltre la operatività di un agire umano efficace ed efficiente.

Gli ambiti attraverso i quali è possibile accedere a tale tipo di sapere sono rintracciabili all’interno di qualunque attività umana. La la letteratura è solo uno di questi.
Se decidiamo di restringere il campo di analisi alla letteratura, ciò cui bisogna fare necessariamente riferimento è il testo[7].

Generalmente, per testo si intende un insieme di segni di varia natura che si organizzano all’interno di uno spazio di configurazione semiotica in grado di generare un discorso.
Tale definizione – che segue la linea del pensiero analitico-descrittivo – sembra postulare l’oblio dell’origine dell’oggetto che descrive, attraverso un processo di forclusione delle ragioni che lo causano e di scotomizzazione dell’atto di enunciazione che lo inizia.
In altre parole, ciò che generalmente si intende per testo fa riferimento ai prodotti alienati dal lungo e complesso processo che li ha generati, nella misura in cui tali prodotti sono gli unici elementi osservabili secondo i parametri di oggettività prescritti dalla prospettiva analitica.

Se si abbandona la prospettiva dominante della conoscenza dell’oggetto per assumere quella del sapere del soggetto, entrano in gioco numerosi altri fattori che non consentono una definizione che faccia aderire un testo esclusivamente agli elementi osservabili che lo compongono. In questo caso, il testo rappresenta un insieme di segni di varia natura che, orbitando all’interno di uno spazio di configurazione simbolica, interagiscono con il soggetto che se ne serve per costruire il senso della sua esperienza.

A scanso di equivoci, chiameremo testo l’oggetto del discorso analitico che attiene esclusivamente allo studio dei modelli sintattici, logici e grammaticali che lo generano; chiameremo, invece, urtext l’insieme degli elementi osservabili del codice in uso considerati congiuntamente, da un lato al processo di significazione e simbolizzazione che ab origine li ha generati, dall’altro alla epifania del senso di cui il soggetto che con essi interagisce si fa testimone.

Per riassumere in maniera decisamente più sommaria, possiamo affermare che mentre per la prospettiva analitico-descrittiva la esperienza del testo si estingue con gli elementi semiotici che lo compongono, per la prospettiva fenomenologico-ermeneutica, che qui si sta considerando, l’urtext non finisce con gli oggetti semiotici di cui si compone non essendo riducibile esclusivamente all’ambito della significazione.

La questione è metodologicamente ed epistemologicamente complessa, e la misura di tale complessità è inversamente proporzionale al grado di oggettività o oggettivabilità dei fattori considerati.
Questo è, purtroppo, il prezzo da pagare nel momento in cui si sceglie un critica che esce fuori dai confini della letteratura, affrontando il testo con parametri che non sono in grado di garantire uno statuto scientifico ai risultati del processo ermeneutico.

Ora, è vero: Wittgenstein affermò che «su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere»[8]; è pur vero, però, che ciò non significa necessariamente che su ciò di cui non si può parlare non ci si possa interrogare.


[1] Cfr. Sartre, J. P. (2008): L’essere e il nulla. Il Saggiatore, Milano.

[2] M. Heidegger, L’epoca dell’immagini del mondo, in Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze, 1984.

[3] Cfr. Baudrillard, J. Simulacri e impostura, P Greco 2009.

[4] Cfr. Floury, N. Il reale insensato, Quodlibet 2012.

[5] Floury, N. Il reale insensato, Quodlibet 2012.

[6] Svevo, I. La coscienza di Zeno, Simplicissimus Book Farm 2011.

[7] In realtà, tutto è testo nella accezione etimologica del termine, cioè intreccio – che tesse una trama, la cui narratività sta alla base del senso. Tutto quanto non può essere definito come testo appartiene al reale.

[8] L. Wittgenstein, Trattato logico-filosofico, trad. it. di A. G. Conte, Einaudi, Torino, 1968

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