Alessandro Assiri: “La stanza delle poche righe”

di Stefano Guglielmin

la stanza delle poche righe - assiriLa poesia che ci invita a conoscere Alessandro Assiri ne La stanza delle poche righe (Manni, 2010) sembra essere stata scritta per sparire subito, come l’incipit suggerisce: «le parole […] devono scomparire per essere intese». Ossia: scrivo per sottrarre, per negazione; solo così posso essere inteso, solo così il lettore può infilarsi in quanto esiste «tra questo nulla e me», nella polpa che tiene in prossimità nulla ed io e che ha senz’altro parentele con la scrittura.
«Nel cielo non c’è niente» ci assicura il poeta, invitandoci «a restare nella carne», nei suoi margini, là dove identità e mondo dialogano sul mistero del corpo e dei suoi confini. A cucirne i bordi sono le parole, «postume fin da subito» perché successive al rumore inessenziale del mondo, sempre inadeguate, ma epifaniche nel contempo, perché sorelle del silenzio, del bianco – parole chiave nel libro, metafore del non ancora – e perciò capaci di preparaci al futuro, alla sua possibilità aperta.
Le stanze di Assiri sono piene di non ancora, levigato con maestria e tenuto rasoterra, senza palloncini volanti o giochi che svaghino, salvo frasi-stringhe mosse dal vento dell’ispirazione, sospese a mezz’aria, enigmatiche: «forma piatta che eri nelle cose care», e: «a te va tutto il silenzio del mondo»; oppure: «solo le mani ci si lava per sempre». Ognuna di loro galleggia sulla pagina-stanza, ma non porta in alto o fuori di là. Intriga, piuttosto, mette in moto e spiazza l’intelligenza, come fosse un coan utile a trattenerci ancora qui, nella stanza delle domande, di fronte all’inspiegabilità della vita. Il loro ruolo è quello di preparaci, come un esercizio Zen, all’ascolto dell’altrove identitario, il più vero nella misura in cui non accetta ruoli prestabiliti e stereotipi, fondante eppure fuggente, che le parole non possono pronunciare, ma soltanto avvicinare per analogia «perché ogni inizio è senza voce», o per contrasto, attraverso l’opaco del mondo e della lingua, sapendo che «nessuna ombra accade senza luce».

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Si affrettava il passo e sembrava si spostasse,
l’unico spazio che all’uomo è concesso
tutto quel vuoto che manca all’adesso

ho seminato parole che non sanno tornare
dimmi cosa c’è tra questo nulla e me

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le parole gettate
rimangono sospese
un attimo nell’aria
poi muoiono
precipitando

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anniversario degli oggetti
condannati a esser densi
come noi che sorridiamo
tra le radici e le stelle
attraversando un silenzio

in quei palazzi invernali
dove ancora oggi
si raffreddano le stelle
77 reticenze
e io non posso entrare

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Stabilisce prima il tuo nome
questa gente di penombra

In fondo a te c’è un pressappoco,
come un forse nelle vene
o un venerdì di nuovo

e dove si rovista per cercarsi
si accumula la carta

**

ma qui lo sai non ci si salva
si appare solo all’improvviso
non ci si aiuta, si segue la voce
come inquilini d’inverno

divenire è per un attimo confondersi
succubi d’inchiostro
appoggiarsi all’infrangibile.

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Di stanza in stanza
così divento casa
al plurale immaginando
mattone su mattone
costruire lontananza
con la calce dell’addio.

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