Gli occhiali di Pasolini

 

di Gian Ruggero Manzoni

(prefazione a Massimo Sannelli, Philologia Pauli. Il corpo e le ceneri di Pasolini, Fara, Rimini 2006.

L’ingrato compito di cantare un uomo, un poeta, barbaramente ucciso non può che competere a chi sta vivendo per testimoniare in morte. È della carne che stiamo parlando, di quel fardello e delle sue pulsioni. Essere per la dipartita. Un martirio di provata consuetudine per chi della Tragedia ha creato base di ascesa. Una tragedia di vita. Forse un rincorrerla, come Massimo Sannelli spesso si vede fare, scrivendo l’inseguimento che pone ipotesi alle domande. Pier Paolo Pasolini è Sannelli e noi tutti. Noi siamo Sannelli, in quel disperato dare forma alla storia e a sé stesso nel tempo. Massimo dice, e noi con lui. Che sia memoriale, tema poetico o saggio non importa. L’ogni è congiunto da un complice ritrovarci sguarniti di fronte alla minaccia e al coltello. Fragile, seppure saldo, è il procedere. Pasolini è stato, è e sarà. Così vuole Sannelli, e noi con lui. Ma dove la verità? Nel gridare al mondo: “io so!”, come faceva l’artista dei coatti e dei borgatari. Ma cosa sappiamo? Sappiamo dove il bene e dove il male, senza bisogno di filosofia o religione. Di mistica sì, ma la mistica è un dono dell’irrazionale. Una prerogativa (seppur di pochi). Non necessita, quindi, del pensare. Si sente, e ciò basta. In questo modo io voglio affrontare l’esistenza, misurando le ore che mi dividono dalla morte… per viverle, non per altro. Nel frattempo l’edificare il mito (anche di me stesso) per poi farne altare, legno, chiodi o corda. Vivere nel mito. Nell’esaltazione della parola e dell’immagine. E infine di miti ci troviamo sempre a parlare, almeno noi, che dell’estremo abbiamo il fiore all’occhiello. Era bello il poeta, avvolto dal sangue del rancore. Ci vollero due giorni per lavarne il cadavere e dargli decenza per mostrarlo al riconoscimento. La madre no… non lo vide. Già aveva assistito alla ricomposizione dell’altro figlio. Troppo strazio cullare la doppia carne generata da carne per ben due volte. Non lo avrebbe retto. Ma dov’è Pier Paolo? Questo lei si chiedeva… questo lei chiedeva agli amici che la vennero a trovare. Impensabile per molti giovani compositori in versi. L’apoteosi di quella domanda non appartiene a loro. A loro l’aridità o il sipario, il calcolo, la mancanza di grazia nel movimento. A noi quella domanda, perché è la nostra domanda. Dov’è Massimo? Dov’è Gian Ruggero, oppure Yukio, o Emily, o Amelia, o Primo? E quei tanti che si sono gettati… o che il mondo ha gettato oltre il muro del pianto. Sannelli dice e noi ascoltiamo. Infine è quello che voleva il friulano, emiliano, romano, italiano. Dire e ascoltare, con Pound che mugugna due frasi dalla sua poltrona sfondata. Sì, perché Pasolini era anche un reazionario. Era la tradizione. Era l’onore delle armi, se l’avversario nel sole. Un doppio, un essere doppi, ma anche tripli o quadrupli. E così l’ho conosciuto, e gli strinsi la mano a Roma, nel maggio del 1975; io diciottenne avido di miti. Ecco l’uomo dell’ossimoro, dal fisico esile ma sensualmente nervoso. Ecco Sannelli, e quel suo entrare nel cappotto degli Dei. Così il confonderci, l’immedesimarci, il farci abbracciare da quel panno ruvido. L’accogliere Pier Paolo nell’intero, come, nell’intero, egli ha dato forma all’arte. Anche nella debolezza di non aver mai preso un’arma in mano, seppure armata e amata sia stata la sua vita e quel fervore. Un amore per il fratello ucciso dai comunisti, non dai fascisti. Un farsi uccidere in nome del fratello. Perché Pasolini era un cristiano. Un caritatevole dispensatore di cellule e saliva. Perché Pasolini era anche un comunista. Un catacombale comunitario dispensatore di strette di mano. E la mano me la strinse. “Grazie per essere intervenuto”, mi disse. “Lei è giovane…”, poi, “tu sei giovane, ed è importante che tu sia venuto qui, ora”. Eravamo alla Sapienza e l’Autonomia cominciava a farsi sentire. Pier Paolo era uno dei pochi a cui si lasciava dire. Con lui il filosofo Enzo Melandri a Bologna e Ettore Fazi, già partigiano, docente d’italiano in un istituto tecnico di Milano. Questi i tre nomi di chi si faceva parlare, ascoltandoli. Levatura morale? Sì, levatura morale. Mito. Il mito dato da una coerenza incoerente. Da un viversi. Da un essere uomini. Sballottati, spolpati, sderenati, incantati. E che dolcezza… che enorme, debordante, gentile dolcezza. Quindi il tenere una posizione. Il darsi in morte su quella Croce. Complotto? Non lo so. Di certo un gruppo di balordi… forse assoldati, forse istigati, forse solo per l’orologio o la catenina. Pier Paolo era scomodo anche per i balordi, non solo per i democristiani, i comunisti, il potere, la menzogna. Giovanni Testori lo disse, quando prese il posto di Pier Paolo al Corriere della Sera. Giovanni, fra i miei maestri, fu uno dei pochi ad avere il coraggio di dirlo e di scriverlo su quelle pagine. Giovanni e la sua tormentata omosessualità. Pier Paolo e la sua tormentata omosessualità. Il tormento, e quel candore. Quella bestemmia. Quel dirsi sguarniti, ma non viziosi. Ma poi quale il vizio se non quello della letteratura? E anche Sannelli è in quel vizio e ama parlare di quei viziosi. E noi ad ascoltarlo, misurandogli le lente, avvolgenti, calde parole. Più secco nel dire Pier Paolo, ma cosa importa? Non è il tono che fa lo stile… è lo stile che contiene il tono. Quindi raccontaci di chi ha raccontato, Massimo, e non ti curare delle Sirene… di quelle che mai osano sulla propria pelle, ma sempre delegano, oppure si vendono, oppure negano di essere puttane. E Pasolini mai ha negato di essere una puttana: la puttana dell’arte, come anche Gide si definiva. E che puttane! Non carne in svendita (come nell’oggi), ma cortigiane del paradosso estetico. Canone ormai in disuso. Canone di cui non se ne ha più traccia, perché ha lasciato il passo allo sterile dibattersi e starnazzare di galletti allevati in batteria. Così Sannelli (alla sua maniera) afferma e rilancia, quando dà la voce al mito. E noi con lui nel mito. Non Mitomodernisti, ma Tragici Mitologemi sopravvissuti al disastro dell’Occidente. Colonne di quel tempio. Montatura a lutto degli occhiali di Pasolini. Quelli trovati calpestati nel fango. Rottame di plastica e vetro che venne consegnato alla madre a cose finite. Custoditi in una busta con sopra l’intestazione: Ministero degl’Interni. Che scandalo! Che tragedia trasformatasi in Sceneggiata… in Farsa all’italiana… in Commedia… in Commedia dell’Arte, come adesso, come nell’oggi, come già Pasolini aveva inteso quarant’anni fa. Resta un cadavere e il tentativo di riaprire il caso. Ma la magistratura democratica e repubblicana tergiversa. Non ne ha la voglia. Non ne ha la volontà. Sono storie ormai del ’900. Sono storie andate. Infine che ognuno dica la sua. Che si continui a depistare, a insabbiare, a gridare qui o là. È pur sempre il gioco bizantino del “gran coro”, in cui i solisti vengono schiacciati dal frastuono e la melodia scompare, risucchiata dalla Ragione di Stato. Ma noi non siamo quello Stato. Noi siamo gli occhiali di Pasolini… e continuiamo a vivere per morire; miti del XX secolo, inforcati su quel naso a sella. Insulti, per chi in quel triste e bislacco vociare silenzioso.

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