Se i nuovi poeti sono donne

 

di Gabriella Musetti

Che sia venuta alla luce una Antologia di poete nella prestigiosa collana “bianca” di Einaudi, a giugno 2012, non può che fare piacere a chi da anni si occupa con amore e dedizione alla letteratura delle donne. Che l’operazione susciti qualche perplessità e un palese sconcerto si manifesti al vedere il seguito di polemiche che sono scaturite dall’evento, è invece frutto di circostanze singolari, sebbene non episodiche nel nostro panorama letterario nazionale.

Veniamo ai fatti, come si suole dire per attenersi alla realtà. Col calore dell’estate prende vita il Quaderno n. 6 dei Nuovi Poeti Italiani Einaudi, a cura di Giovanna Rosadini, e sono presenti tutte donne. I nuovi poeti sono poete. L’operazione di per sé è encomiabile, non per spirito di parte o per considerazioni di “letteratura di genere” – come da numerose critiche si evince – ma perché si aprono spazi prestigiosi a una produzione poetica delle donne che oggi, in Italia, è spesso di primissimo piano, e non facilmente trova adeguate sedi di promozione e diffusione. Non è neppure una novità assoluta la scelta di sole donne nella antologizzazione di poesia, anche ben prima degli anni Settanta: basti ricordare Il Libro delle ottanta poetesse, concepito come «una raccolta mai tentata delle più pure pagine vergate da mano femminile attraverso i tempi», ideato e curato, sebbene mai portato a termine, da Cristina Campo negli anni Cinquanta, oppure il Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo, di Luisa Bergalli, che vide la luce nel 1726, e che la curatrice della riproduzione anastatica, Adriana Chemello, ha ottimamente restituito alla lettura nel 2006. Le due autrici citate non sono certo da annoverare tra le sostenitrici di una letteratura di genere, tuttavia sentono la necessità di intraprendere una tale opera, probabilmente perché consapevoli di una produzione significativa ancora largamente in ombra.

Ogni antologia, si sa, è frutto di un certo arbitrio nella scelta e nella esclusione delle presenze, e chi si assume l’ardito onore-onere della curatela, si assume anche i rischi che comporta. Non sta a me intervenire con osservazioni critiche sulla scelta dei nomi presentati: Alida Airaghi, Daniela Attanasio, Antonella Bukovac, Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Gabriela Fantato, Giovanna Frene, Isabella Leardini, Laura Liberale, Franca Mancinelli, Laura Pugno, Rossella Tempesta, autrici assai eterogenee per tematiche e scrittura poetica. D’altra parte, una antologia che vuole fare il punto della situazione contemporanea italiana in poesia deve presentare diverse tendenze ed espressioni, ritenute le più rappresentative del panorama nazionale presente. Non sta neppure a me fare la conta delle importanti esclusioni, il sistema editoriale – come dice anche Rosadini – prevede un numero limitato di presenze, quando, invece, l’eccellenza nella scrittura poetica contemporanea delle donne in Italia avrebbe previsto un respiro maggiore. Tuttavia, se il criterio di scelta è stato “qualitativo più che di gusto personale”, mi piacerebbe cogliere con sicurezza le connessioni che hanno portato a rendere necessaria questa scelta, in cui, peraltro, sono inserite alcune autrici di grande valore.

Veniamo alle considerazioni positive sul testo: Rosadini, giustamente, ha lasciato da parte un criterio strettamente generazionale, tanto caro a tanti antologizzatori contemporanei e del recente passato, come se le generazioni, di per sé avessero verve propria come il vino d’annata. Ha allungato lo sguardo a situazioni anche periferiche – altre tuttavia sono lasciate in ombra – sebbene la maggior parte delle autrici scelte sia sull’asse Roma – Milano. Questo è, in parte, un vecchio limite della critica italiana: non vedere ciò che non sta al centro. Ha cercato, nella contemporaneità, voci già consolidate da una costante presenza e attività, ma non ancora ufficialmente portate a una pubblicazione di chiaro peso nazionale. Ha dato spazio anche a voci poetiche che non rappresentano direttamente “scuole di pensiero” o tendenze affermate, anche se il discorso, su questo punto, dovrebbe essere singolare, per ognuna. Tutte condizioni di ragionevole solidità, che sono certamente un pregio del libro. Così come è significativa l’intenzione dichiarata che dedicare il volume alla poesia femminile “nasce dalla consapevolezza di una tradizione tanto ricca e articolata quanto ancora ampiamente sommersa”.

Ciò che invece trovo più discutibili nel lavoro, sono alcune ragioni attraverso cui si instaurano i collegamenti tra le autrici, o si giustificano proprie preferenze. Se una antologia è frutto di una scelta ponderata e in qualche modo soggettiva, poi le ragioni della stessa dovrebbero essere solidissime.

E’ sulla giustificazione che le autrici scelte non sono presenti ancora in tante “antologie tendenzialmente canonizzanti uscite negli ultimi anni” che mi sorprendo, quando proprio la critica rigorosa di tante studiose ha smontato e svelato la costruzione sostanzialmente arbitraria del “canone”, di cui peraltro sono consapevoli anche i critici più avveduti. Ricordo che lo stesso Asor Rosa, alcuni anni fa, in una conferenza, a una precisa domanda sul perché le donne non sono presenti nel canone letterario, disse in tutta tranquillità: «Perché salterebbe in aria». Eppure le donne scrivono poesia da centinaia di anni, hanno costruito genealogie autorevoli di cui si stanno accorgendo anche alcuni giovani critici che prestano attenzione a poete del passato con una modalità d’ascolto impensabile fino a qualche tempo addietro, a significare una tradizione di scrittura consolidata anche se non immediatamente apparente e riconosciuta nelle istituzioni letterarie, ma di cui via via si prende sempre più consapevolezza in ambiti diversi, non strettamente accademici.

Rosadini si pone una domanda complessa: «Si può parlare di una specificità femminile in poesia?». Risponde a questa domanda davvero difficile con una serie di considerazioni condivisibili (stretto legame tra scrittura e vita, fedeltà all’esperienza autonoma da gerarchie, materialità e problematicità della lingua, de-centramento dell’io) indagate sui testi, tra cui una affermazione dubitabile, individuando nella poesia femminile «sempre, una temperatura maggiore rispetto a quella maschile. Anche in virtù del grado di empaticità di cui è portatrice…». Mi pare che portare il discorso su argomenti così scopertamente emozionali faccia ricacciare la poesia delle donne a produzione prettamente sentimentale ed emotiva fuori controllo, e inneschi una serie di pericolosi equivoci su una “scrittura di genere” con qualità specificamente proprie per natura. Il punto è capire che cosa si intenda per “specificità femminile in poesia”, pur con le dovute differenze soggettive, se una qualità ontologica della scrittura che sarebbe propria delle donne, oppure alcune linee di tendenza riconoscibili nel tessuto testuale che indirizzano il concetto di scrittura femminile (depurato da ogni abusata incrostazione svalutativa) in un ambito chiaramente politico e culturale, non certo nel segno della separatezza pretestuosa o della subalternità ghettizzante.

Altro tema caldo della scrittura delle donne riguarda il “corpo”. Il corpo è tema di scrittura, è passaggio di esperienza, è luogo radicale da cui vedere il mondo, è riconoscimento di identità (plurime), è autorizzazione alla parola, è posizionamento. E’ anche luogo di sfruttamento e violenza, non dimentichiamone l’uso pubblico mediatico oppure il terrificante punto di convergenza di tanta brutalità feroce che attraversa ancora la nostra contemporaneità. E’ sensato pensare che tracce di questa consapevolezza restino nella scrittura o che sia assunto a vera vedetta di parola, e qui la curatrice avrebbe forse dovuto tematizzare con maggiori argomenti, proprio per sgombrare il campo da successive notazioni critiche.

Un punto interessante sarebbe stato approfondire il tema delle reciproce relazioni e delle realazioni con altre autrici del presente e del passato. Si tratta certamente di “amicizia”, intesa in senso personale o più allargato, come Rosadini ha giustamente indicato, ma si tratta soprattutto del bisogno che sentono oggi (come ieri) molte poete di riscoprire voci autorevoli di donne in poesia, luoghi di riferimento e di confronto per rafforzare la propria voce, per cercare una misura del dire nella propria vocazione individuale, non contro i “padri” già riconosciuti e amati. Le donne tessono relazioni da sempre, anche la riscoperta di autrici dimenticate o emarginate dalla critica contemporanea, che molte studiose affrontano con passione e restituiscono alla lettura di tutti, si muove in questo senso, e l’opera di recupero è tributo di riconoscenza e costruzione di una genealogia, operazioni fondamentali che lavorano sul simbolico.

Ma è proprio sulle critiche che sono piovute sull’antologia che merita soffermarsi, per cogliere ancora una volta l’incomprensione che viene spacciata per autorevole sicurezza di mestiere. Se l’intento della casa editrice, con questa operazione inusuale ma non certamente unica o inedita, era quello di far parlare del prodotto, nel bene o nel male, per aumentare le vendite o per creare eventi mediatici di risonanza, devo dire che è perfettamente riuscito: raramente un libro di poesia ha avuto tanta attenzione dalle più rilevanti testate giornalistiche nazionali e sui blog. Generalmente, ma non sempre, in forma di accesa polemica o discutibili analisi che hanno il risultato di aumentare la confusione non solo sull’antologia presa in esame, ma più in generale sulla poesia delle donne.

Solo per menzionare alcuni contributi ricordo: Alfonso Berardinelli su Il Foglio (21/7/2012); Matteo Marchesini su Il Sole 24 Ore – Domenica (22/7/2012); Roberto Galaverni su “La lettura” del Corriere della Sera (22/7/2012); Cinzia Franceschini su il Fatto Quotidiano (2/9/2012); Andrea Cortellessa su il manifesto (8/9/2012), anticipato e ampliato nel blog Le parole e le cose (6/9/2012); Filippo La Porta su Il Messaggero (21/9/2012); ma anche Anna Elisa De Gregorio sul blog La poesia e lo spirito (5/9/2012).

La critica di Berardinelli si indirizza soprattutto al tema del «mettere al femmnile letteratura e poesia, e i paradossi che ne seguono», giocando esplicitamente tra una accezione totalizzante, ontologica, di “letteratura di genere” assunta in termini di categoria letteraria assoluta, e la negazione totale di ogni caratterizzazione soggettiva, riproducendo il mitico ideale neutro (nel senso di non caratterizzato da nessuna differenza) del soggetto scrivente. A proposito di una propria preferenza per alcuni nomi contemporanei osserva: «non mi ero accorto che fossero tutte donne». La confusione mi pare grande. Se non c’è caratterizzazione che accomuna non ci sono eventuali relazioni da indagare. Sarebbe come a dire che cercare rimandi o rapporti intertestuali negli autori della “linea lombarda”, per fare un esempio immediato, è un non senso e non ha ragione di essere, con buona pace di molti studiosi autorevoli. L’uso automatico, impositivo, di tanti termini, come appunto “poesia delle donne” ossifica le parole che non ci interrogano più e ne perdiamo irrimediabilmente il potenziale critico. Che anche in campo femminile ci sia fastidio, irritazione, quando si parla di scrittura delle donne, o, ancora peggio, di scrittura femminile (termine che piace poco anche a me per la densità di connotazioni svalutative che si trascina) lo si vede anche dal recente intervento di Antonella Lattanzi  (La lettura 2/9/2012) intitolato: Basta con la deriva delle quote rosa anche in letteratura. Il punto è che si mettono in uno stesso sacco cose diverse: categoria letteraria, riserva indiana, attenzione a forme e temi di scrittura, desiderio di dare spazio e visibilità, cura nella riscoperta, genealogia in fieri, e altro ancora. Loredana Lipperini dal suo blog (13/9/2012) risponde: «non fa piacere neanche a me l’area protetta. Ma se quell’area protetta serve a non far scomparire le donne, la ritengo non liquidabile in poche battute».

Galaverni punta le sue osservazioni critiche sulla retorica del corpo e del dolore che sarebbe propria di molte scritture femminili. Cortellessa, ringraziato da Rosadini nelle pagine finali e in qualche modo mentore di questa antologia, in un ampio lavoro, prima prende le distanze dalle posizioni dei colleghi (specie di Marchesini) salutando l’antologia come «la scelta coraggiosa di un libro di sole donne», poi accentua il discorso, parlando in generale della poesia delle donne, con qualche ragione, sulla distinzione tra una corporalità intimistica o confessional – luogo di spontaneismo spesso non adeguatamente sostenuto da una rivoluzione linguistica –  e vera necessità del dire a partire dal corpo, punto di ricongiunzione tra fisiologia e mente, di relazione e scambio con/nell’altro, che sarebbe specificamente propria delle autrici delle ultime generazioni. Viene da osservare che una tale prospettiva radicale è già presente nelle mistiche, e non solo in loro, se ricordiamo le parole di Virginia Woolf: «Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?».

Ma è la recensione di Marchesini il testo critico più duro e definitorio, al limite perfino della necessaria lucidità di ragionamento, con quel mordente quasi apocalittico con cui afferma che negli ultimi decenni, nella poesia italiana «è caduto ogni confine di qualità tra “bosco” e “sottobosco” (…)” e siamo invasi da “un esercito di scriventi che non sono poeti». Critica l’antologia, in primo luogo, perché «dato che il genere non è una categoria critica»non si capirebbe il senso di una antologia di sole donne, come se tutte le antologie esistenti nel presente o nel passato fossero sempre legate strettamente a una categoria critica. Ho letto eccellenti antologie di poesia d’amore, di poesia del vino, dell’amicizia, per non parlare di altre possibilità. Poi passa alla denuncia della retorica del «emminile-corporeo», «vero sunto della vulgata critica” “che usa la parola corpo con la fascinazione ipnotica con cui negli anni Cinquanta si usava la parola popolo». E qui la denigrazione mi pare arrivi al punto più alto. Parlare in modo così generale e generico di «fascinazione ipnotica» – quasi un obnubilamento della mente – su un tema tanto delicato e urticante in tanta produzione di poesia delle donne, come ho indicato in precedenza, senza interrogarsi sulla presa di parola singola e sul posizionamento dal quale la singola autrice ha parlato, mette in evidenza una difficoltà di comprensione della questione, significa, appunto, esprimere giudizi sommari, senza riferirsi adeguatamente a testi diversi di autrici diverse, accomunati in un unico fastidio e rifiuto. E’ vero che su questo tema ci sono luoghi comuni, a volte, in alcune opere di alcune autrici, ma questo non può gettare ombra sul fatto che la questione del corpo – lo si capisca o meno – sia un punto cardine di riflessione poetica per molte autrici, da indagare con minor supponenza.

Quello che francamente stupisce, nelle parole di Marchesini, e di molti altri critici che trattano di poesia delle donne, è l’astio, la denigrazione, l’irrisione, il vero fastidio che mostrano. Che ci sia un problema piuttosto generalizzato, su questo punto, mi pare emerga dall’analisi dei testi. Anche un poeta misogino come Montale, scrivendo sulla poesia di Antonia Pozzi, sembra mostrare qualche consapevolezza di un tipico sguardo di certa critica sulla scrittura delle donne, con l’osservazione: «si avverte ch’è in lei il desiderio di ridurre al minimo il peso delle parole, e che tale desiderio la faceva già in parte uscire da quella generica gratuità femmnile ch’è il sogno di tanti critici maschi».

Va bene che le donne scrivano poesia (oggi un mondo senza qualche donna piazzata opportunamente – e opportunisticamente – in ogni ambito della società non sarebbe neppure politicamente pensabile), ma, insomma, che non esagerino a voler concentrare più attenzione scrupolosa di quanta i critici sono disposti a concedere…

Nuovi poeti italiani, 6, a cura di Giovanna Rosadini, Einaudi, Torino 2012, pp.301, euro 16,00

Luisa Bergalli, Le più illustri rimatrici d’ogni secolo, a cura di Adriana Chemello, copia anastatica dell’edizione Venezia 1726, Eidos, Mirano (VE) 2006.

Interessanti da leggere i numerosi commenti e scambi (tra cui Laura Liberale) con un altro critico su blog che ha drasticamente stroncato l’antologia: Giuseppe Iannozzi

La frase di Virginia Woolf è tratta da: Id, Una stanza tutta per sé, SE, Milano 1995, p.62.

 La citazione di Montale è in “Parole”di Antonia Pozzi (1948) in Id, Sulla poesiaMondadori, Milano 1997, p.51.

Devo alla ricca e interessante Tesi di dottorato di Ambra Zorat, La poesia femmnile italiana dagli anni Settanta a oggi, Université Paris IV Sorbonne e Università degli Studi Trieste, 2009, già citata da Rosadini, lo spunto a rileggere il testo di Montale.

Bianca Tarozzi, Voci e versi di poete italiane in Leggendaria n.96 Novembre 2012 pag. 65

(già su www.societadelleletterate.it )

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5 Comments

  • Ringrazio anch’io, allora, per la replica pacata (le polemiche sull’antologia hanno scatenato le peggio parole, in internet) e soprattutto intelligente. Ma se vi sono sicuramente argomenti complessi, che nè donne nè uomini, quando si esercitano nella critica della poesia, ormai affrontano (questioni teoriche e politiche di genere, per esempio, latitano da tempo, salvo rari casi), questo è a mio modo di vedere un fatto strettamente interconnesso con l’incapacità (generalizzata, non sto parlando di Gabriella Musetti, ora!) di guardare ai testi criticamente, per qualcosa che non sia una recensione, o una recensione.
    Dev’essere poi una recensione positiva, tra l’altro, perchè spesso è tutto quello che ci si aspetta. Dalle stroncature, che non vengono accettate come tali, invece, nascono i vespai. Ma così non si torna nè al testo nè, come anch’io auspico, al contesto. Grazie ancora per la replica,
    Lorenzo

  • Ringrazio anch’io, allora, per la replica pacata (le polemiche sull’antologia hanno scatenato le peggio parole, in internet) e soprattutto intelligente. Ma se vi sono sicuramente argomenti complessi, che nè donne nè uomini, quando si esercitano nella critica della poesia, ormai affrontano (questioni teoriche e politiche di genere, per esempio, latitano da tempo, salvo rari casi), questo è a mio modo di vedere un fatto strettamente interconnesso con l’incapacità (generalizzata, non sto parlando di Gabriella Musetti, ora!) di guardare ai testi criticamente, per qualcosa che non sia una recensione, o una recensione.
    Dev’essere poi una recensione positiva, tra l’altro, perchè spesso è tutto quello che ci si aspetta. Dalle stroncature, che non vengono accettate come tali, invece, nascono i vespai. Ma così non si torna nè al testo nè, come anch’io auspico, al contesto. Grazie ancora per la replica,
    Lorenzo

  • Grazie dei commenti. Provo a rispondere. E’ vero che manca il discorso sui testi, mi sono posta il problema poi ho lasciato andare perché mi premeva soprattutto parlare dell’atteggiamento che molti critici (troppi, anche se non tutti) hanno sistematicamente quando si parla di poesia delle donne. Ho avuto paura, forse sbagliando, di rendere tutto più macchinoso e difficile, dovendo affrontare in un solo testo ragionevolmente breve tre diversi temi: l’antologia come prodotto unitario, le critiche di molti critici, i singoli testi di 12 autrici. Alcuni di grande valore. Ho scelto di affrontare solo due temi perché li ho ritenuti più urgenti, non più importanti. Fare una antologia di sole donne, nel bene e nel male, è stato un atto coraggioso, proprio per le critiche che avrebbe sicuramente sollevato, e non ho nulla contro Rosadini che si è assunta un tale impegno. Però avrei voluto che tutte le questioni che ho posto avessero trovato una adeguata sistemazione. Perché si può anche dire che in un prossimo futuro utopico questa operazione sarebbe del tutto superflua, ma viviamo nel presente, e in Italia, e non è che tutti i mesi si concretizzi una tale occasione. E lo dico senza pretese di nessuna quota, grande o piccola che sia. E lo dico anche perché credo che la poesia sia nel cuore e nella mente di donne e uomini, e sia di per sé libera da vincoli.
    Non ho inteso fare una critica delle critiche per un semplice gioco delle parti, non mi interessa, ho rilevato un mio fastidio quando leggo interventi che derivano da sostanziali incomprensioni di problemi più complessi di quanto venga mostrato nelle suddette critiche.
    D’altra parte è anche vero che proprio alcune donne che si occupano di critica di poesia dovrebbero iniziare con maggiore audacia a toccare temi delicati.

  • Effettivamente anche questo intervento sull’antologia einaudiana che Gabriella mi ha chiesto di rilanciare su P2.0 non parla dell’antologia. I motivi sono due (e non riguardano solo la Musetti, di cui anch’io condivido la prima parte dell’articolo e un po’ meno la seconda, ma sono più generici): o nessuno ha letto l’antologia, oppure le diatribe sull’antologia di genere e la poesia femminile si/no/forse sono più interessanti dei testi dell’antologia. In entrambi i casi, l’antologia viene fuori sconfitta. C’è da chiedersi, allora, se siano i testi ad essere poco interessanti oppure se chi li ha letti non lo ha fatto come si sarebbe dovuto.
    Aggiungo come postilla alla diatriba che le antologie i genere come le critiche di genere non le ho mai capite né condivise. E questo non certo per un qualche desiderio di neutralità che non porta a nessun giudizio ma solo a luoghi retoricamente comuni, ma perché il “genere” finisce sempre per diventare un calderone che nel peggiore dei casi diventa stigmatizzante e rischia, come in questo caso, di mettere i testi dietro le quinte per parlare d’altro.
    Luigi B.

  • Grazie per l’intervento appassionato e pieno di spunti, ma lo trovo profondamente squilibrato, pur condividendo per studi e posizione quella critica di genere che si evidenzia qui, nonostante tutti gli understatement, in vari passaggi.
    E, beninteso, che vi sia una precisa critica di genere non è un male…
    Ma se si elogia il “genere” non si può dimenticare la “critica”, ovvero la vicinanza ai testi: la prima parte dell’intervento, in effetti, abbozza un avvicinamento ma si ferma alle scelte della curatrice, descrive l’antologia in quanto antologia, e non in quanto testo, o insieme di testi. Che cosa scrivono Frene Liberale Leardini Bukovaz Calandrone, etc.?
    Reggono il confronto con l’introduzione critica, o comunque con un discorso critico più ampio?
    O si vuole solo fare il contropelo alla Rosadini secondo un discorso di genere? Non si capisce.
    Quanto alla seconda parte, ho già scritto da altre parti che la stroncatura delle stroncature è un giochetto delle parti, che non rende mai, neanche qui, una minima giustizia ai testi. Chiederei all’autrice del pezzo la cortesia di evidenziare una posizione “dentro” il testo, non una generica posizione “contro” (contro le recensioni che si ritengono, più o meno condivisibilmente, ‘cattive recensioni’). Altrimenti, se si ritorna alla copertina del testo, all’idea di antologia, e si aggiunge polemica alla polemica, non si fa bene né alla critica letteraria nè alle posizioni di genere.
    Cordialmente,
    Lorenzo

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