Tutti gli autori di “Opera Prima”: Laura Caccia

 

[Di seguito, presentiamo alcune poesie di Laura Caccia, un altro autore della collana Opera PrimaRicordiamo a tutti i poeti inediti che vogliano partecipare alle selezioni di “Opera Prima che è possibile inviare i materiali seguendo queste indicazioni.]

 

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Postfazione
di Stefano Guglielmin 

La prima cosa che salta agli occhi, leggendo Asintoti, è l’aspro versificare di Laura Caccia, la sua volontà di tenere la passione a freno, dando sfogo al bulino, alla mano che si vieta qualsiasi concessione all’acquoreo. La seconda cosa è che non esista un nucleo antropologico cui ricondurre quella mano, e che dunque, a scrivere, non sia una creatura umana, per quanto precariamente organizzata, ma piuttosto qualcosa di simile ad un brulichio sabbioso, che incida esili segni sullo spazio reale della pagina, una forza naturale non dirompente che metta in scena la propria estinta concretezza attraverso la molteplicità della lingua e del mondo, entrambi portati a galla frantumati. E ciò, a partire da una profondità impensabile, da una “incrinatura” – questa sì dirompente – che marca il differire originario e che non ha nulla della felice innocenza platonico-cristiana. L’origine da cui il senso si apre, in Asintoti, si coniuga invece con “dolore” e “ombra”, e la sua energia è tale da sfibrare il testo stesso, che così si offre, al lettore, smembrato di pagina in pagina, ciascuna diventando fondo silenzioso sul quale il grumo testuale si erge, simile ad un’urna funeraria custode delle ceneri dell’io. Ed in effetti, a ben vedere, proprio questo ci presenta Laura Caccia: epitaffi alla morte dell’io, pietre tombali in cui l’io incenerito ha lasciato testimonianza del  suo passaggio terrestre. Un passare che tuttavia non viene riesumato nell’integrità narcisistica dell’autobiografia, giacché quest’ultima si parcellizza e si fonde nell’incontro-scontro con la natura (quasi sempre notturna e invernale), con la storia (“scolo” che deglutisce gli eventi), con la memoria (mai sazia d’infanzia in controluce, eppure sempre di nuovo annichilita da un presente sovraccarico di dubbi) e con se stessa, in un dialogo serrato e franto, incerto “al chiarore” e arduo “al dire”. Ma arduo, in Asintoti, è l’intero dettato, quell’aspro e slegato versificare ottenuto in grazia dell’asindeto, dell’ellissi, dello stretto enjambement e di una sovrabbondanza specificativa la quale, se da un verso costituisce un tic linguistico esteticamente discutibile, dall’altro arricchisce inaspettatamente il senso dell’intero libro. Il genitivo, infatti, collegandosi etimologicamente al “generare”, e così rinviando alla vita ulteriore che qualsiasi specificazione dona al sintagma nominale, acquista un valore semantico decisivo, facendo da contraltare retorico alla serie di racconti funerei in cui l’opera si organizza. Esso, in altri termini, compensa grammaticalmente l’origine e il destino tenebrosi del mondo e degli esseri viventi celebrati nei testi, uscendo dalla roccia come un’erba sopravvissuta alla morsa del gelo e della pietra, un erba che rivitalizza il ramo secco del tempo, facendosi così emblema della rigenerazione universale, di una “incrinatura” ancora più originaria di quella presagita dalla stessa autrice.

Le medesime acquisizioni si possono rintracciare approfondendo la definizione di retta asintotica posta in epigrafe del libro, ossia di “una retta i cui punti si avvicinano sempre più a quelli di una curva ad ogni passo che la curva compie verso l’infinito”, senza tuttavia mai raggiungerla. Se il punto della retta potesse incontrare quello della curva, verrebbe a fondersi con esso, biforcando così il suo percorso a venire (l’esser punto sia di una curva e sia di una retta, entrambe proiettate in avanti) e tuttavia conservando il percorso compiuto (l’esser punto di una retta univoca e rammemorabile). L’ordine lacunoso dell’asintoto, così come si configura nel sistema metaforico del libro e nella percussività ossessiva del metro, l’autrice vorrebbe in verità congedarlo, superarlo (con probabile intenzione iniziatica), al fine di aprire l’esistenza (e con essa la scrittura) al possibile, allo stupore del non-ancora. Diversamente, la vita viene miseramente spinta in avanti da un passato refrattario alla fecondità della rivisitazione evocativa, e attratta da un futuro che mai scarta verso il nuovo. In altre parole: l’incenerimento dell’io, di cui Asintoti invoca la resurrezione al pari dell’araba fenice, è conseguente a questo suo consumarsi in un tempo che è solo ripetizione, senza differenziazione. Di questo pare consapevole la stessa autrice, nella misura in cui organizza un libro interamente attraversato dal tentativo dell’io di ricomporsi in unità dinamica, a partire da quella corporale, che comincia a farsi sentire dalla sezione intitolata Mestiche. Qui infatti, richiamandosi metaforicamente a quell’impasto di pigmento, colla ed olio, a quella soluzione densa che è, appunto, la “mestica”, l’io narrante cerca di sostanziarsi in durata e peso, fino a sbocciare nella penultima sezione, I passi gli episodi, dove l’aria “sulle labbra” e le “notti mortali / nei corpi” incontrano qualcosa di simile alla vita, sia pure, come già osservato in precedenza, “incerta al chiarore” e “ardua al dire”, qualcosa che, per esistere, ha bisogno di un “passo che affonda affossa / forme corteccia”, una presenza dunque solida, che pesi e porti giù, a costo di rinunciare, come si alludeva all’inizio, al vuoto e all’acqua, a quelle sostanze che, per eccellenza, costituiscono il femmineo e che l’autrice rimette in gioco, per un lungo tratto, soltanto per via grammaticale, sovrabbondando nell’uso del genitivo. E tuttavia, quel ‘punto di contatto’ fra la retta e la curva (fra il maschile e il femminile), quell’incontro fra destini che toglie l’eterno in fieri dell’asintoto, finalmente nel libro si mostra, sia pure ancora nell’incertezza del cominciamento: è in quei nove passi orientati verso “il chiarore” de Le terre indescritte, là dove “l’acqua rimargin/ la sua ferita profonda” e “non si mostra / né si cela limpida / e oscura”.

Ben venga dunque questa Opera Prima, memoria di un transito della polvere nelle fibre asciutte della parola, di una “erranza” temeraria tesa a raggiungere l’aperto, quel “varco / inudibile da sponda / a sponda”, a partire dal quale l’autenticità sia ancora possibile.

Gennaio 2004

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