Lettera di Navio Celese a Giorgio Linguaglossa a proposito di un articolo di Asor Rosa

 

Caro Linguaglossa,

non credo ti sia sfuggito l’articolo di Asor Rosa su la Repubblica del 29 settembre titolato LICENZE POETICHE e “sottotitolato” Dai maestri alle voci nuove perché i versi sono più liberi rispetto alle “narrazioni”, cui è stata doverosamente apposta la premessa Nel nostro paese c’è una produzione sempre più vasta che rivela una capacità di invenzione profonda superiore alla prosa. Semmai prova a leggerlo anche tu. Per quale ragione  l’ha scritto?

Io l’ho scorso, pieno di aspettative. Vi ho trovato – secondo l’ordine di scorrimento – i nomi di Valerio Magrelli, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli, Gianni d’Elia, Milo De Angelis (!), Cesare Viviani, Paolo Ruffilli, Franco Marcoaldi, Franco Loi, Fiammetta Cirilli, Carlo Masini, Filippo Strumia, i dodici poeti donna della “collana bianca” Einaudi, a cura di Giovanna Rosadini, e poi in inciso Rosselli, Merini, Cavalli e Valduga. Le case Editrici di riferimento citate nell’articolo sono: Einaudi (7 volte); Aragno, Interlinea,La Camera Verde, Passigli (1 volta ciascuna).

Che dire: tu godi di una fortuna sfacciata! Il fatto che gli editori non ti pressino e non ti paghino per i tuoi appassionati interventi ti consente di avere tempo a disposizione, quanto uno stilita, per sfruculiare l’editoria “minore” e di comportarti come un cercatore di tartufi nelle plaghe meno illuminate della scrittura poetica; mentre intanto i critici aurati seguono con la coda dell’occhio, dalla finestra del loro studio, la grassa selvaggina che attraversa l’ampio e rado orizzonte.

Quando mai i critici aurati, intenti a scrivere articoli su articoli, compensati  un tanto al rigo, hanno occasione per leggere centinaia di libri ogni anno o addirittura trovano modo di accanirvisi rigorosamente, come te, sciagurato!? Mi hanno raccontato il caso, non isolato peraltro, di un critico importante che, impegnato in un altrettanto importante consiglio di amministrazione, leggeva indispettito e in tutta fretta, sempre che gli riuscisse,  i libri che doveva presentare al pubblico e lusingare, mentre attraversava in sobbalzo la città, trasportato dal suo autista. Nelle giurie, talvolta i giurati si fanno leggere i libri in concorso dai collaboratori, per poi magari  decidere indipendentemente, secondo criteri quanto meno discutibili.

Dunque, se ti capitasse di incontrare qualcuno di questi critici aurati – magari in pausa a spasso con il cane per le vie del quartiere – presentati, e mostragli la lista dei libri che hai compulsato e chiedi di confrontarli con la lista dei suoi (quanti?) . . . La poesia, e la letteratura – è un tormento ripeterlo – sono diventati il campo precipuo e preliminare dei giudizi etici piuttosto che estetici: come d’altronde questa nostra disastrata, irrecuperabile società civile.

I critici aurati, caro mio, vanno di fretta e possono solo cibarsi dei cibi predigeriti dal board amministrativo delle case editrici di rango. Scrivono e scrivono. E’ forse per questo non trovano tempo per leggere!

Ciao, Navìo Celese


Caro Navìo Celese,

non mi meraviglia affatto l’elenco stilato da Asor Rosa nel suo articolo pubblicato su “Repubblica” del 29 settembre. Il noto critico si basa, ovviamente, su libri e autori pubblicati dalla grande editoria, quindi su libri, come tu dici, «predigeriti», già confezionati dagli uffici stampa della grande editoria, e quindi al riparo di una solida rete di protezione già predisposta… io invece mi muovo come un acrobata senza rete di protezione, vado alla ricerca degli autori di valore anche se pubblicati da editori piccoli privi del supporto della rete di interrelazioni che ha la grande editoria. Questo mi consente sì una grande libertà di movimento ma mi confina in una sorta di limbo, diciamo così, minore; ma è proprio questo il punto a mio (modesto) vantaggio, che la mia attenzione può spaziare in lungo e in largo attraverso tutta l’editoria di poesia notoriamente sommersa. Questo è però anche il punto della mia debolezza: l’isolamento che mi deriva da questa mia, diciamo così, appassionata libertà di movimento. Inoltre, Asor Rosa è un critico accademico (con tutto il rispetto per questo titolo) mentre io sono un «contemporaneista», un «eclettico», se vuoi, che non risponde a nessuna scuola (di critica e di pensiero) e non deve rispondere a nessun apparato cultural editoriale. L’isolamento è il prezzo, dunque, della mia libertà di azione. E lo dico senza nessuna forma di vittimismo o di personalismo. Di questo ne sono consapevole e ne accetto le conseguenze, anche di quelle che si riflettono sul piano della mia persona: dico delle resistenze e della ostilità con cui viene accolta ogni mia manifestazione di pensiero critico quando non risulta in linea con gli interessi o le aspettative degli uffici stampa delle Istituzioni di poesia.

Del resto, però, mi conforta il pensiero che la mia attività di critico non può non trovarsi in consonanza con le migliori intelligenze in circolazione, perché c’è una comunità di intenti e di ricerca di fondo: la selezione delle migliori opere di poesia, che è in consonanza con la selezione delle specie di darwiniana memoria: si tratta del principio di sopravvivenza delle specie animali. Ottundere questo principio, diciamo così, regolatore, che risponde alle esigenze della natura, significa andare contro corrente rispetto alla direzione che segue la natura. Per farla breve, ritengo che tra natura e società umane ci sia un filo rosso di continuità che non può essere impunemente e per lungo tempo interrotto e/o ignorato.

Che il nostro paese stia sprofondando in una CRISI DI RECESSIONE CHE NON È SOLO ECONOMICA MA È ANCHE SPIRITUALE, ETICA, ESTETICA, E QUINDI POLITICA, è un triste dato di fatto che è sotto i nostri occhi: sarò anche un illuso, un utopista, un ingenuo ma ritengo che ci sia, oggi in Italia, un disperato bisogno di spiriti liberi, di intelligenze che si assumano l’onere di andare contro corrente; e questo vale anche per quel piccolo comparto che si chiama editoria di poesia. Piccolo e trascurabilissimo comparto, dove però gli interessi in gioco personalistici e di supremazia editorial-mondana sono alti e inquinanti.

un caro saluto

Giorgio Linguaglossa

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18 Comments

  • @Giorgio Linguaglossa:

    intanto grazie per la risposta, su cui penso di dover comunque ragionare con più calma e avvicinandola a quanto è stato già detto in questo post; l’unico punto su cui mi sento di dissentire sul momento è il suo “convenga” (“se la mia guerriglia contro il minimalismo alla fin fine mi convenga[…]”), nel senso che mi lascia un po’ perplesso la scelta terminologica… la mia domanda non voleva infatti avere a che fare con un problema di convenienza quanto di legittimità di questo Nulla e della sua rappresentazione (o nonrappresentazione), perchè mi sembra che la sua scelta poetica tenda un poco ad escluderlo e, in generale, potrei certo sempre ricredermi, mi sembra che si tratti invece di un’emergenza (in senso traslato e letterale) nel campo estetico, non necessariamente legata a un determinato\determinabile referente sociale (o almeno non più)… ma si tratta piuttosto di una domanda d’approfondimento o di una distanza di vedute, che magari ha già adombrato nella sua citazione da Pedota

  • @ anonimo

    che mi chiedeva se la mia guerriglia contro il minimalismo alla fin fine mi convenga o se tutto (minimalismo e opposizione) non sia destinato a precipitare nel Nulla, rispondo che In un certo senso il viaggio della poesia moderna è analogo al viaggio degli argonauti, è un viaggio alla ricerca del vello d’oro. Un viaggio misterioso, pieno di insidie. È un mito, anzi, il duplicato di un mito. Orfeo assiste sulla spiaggia con il canto e il suono della lira gli argonauti che stanno per partire. Ma è davvero così? Noi sappiamo degli argonauti per merito di Orfeo. Ma oggi, Orfeo dov’è? Perché sta sulla spiaggia, in disparte, con la sua lira? E il vello d’oro? E i prodi argonauti? Nulla. Tutto è scomparso. Davanti a chi oggi tenti l’impresa c’è il mare dell’ignoto, e dietro di essi non c’è neanche più il conforto della tradizione, non c’è nessun Orfeo che attende con la sua lira, c’è l’oblio che si estende come una tenebra fitta. Dopo il Novecento si estende la pista di pattinaggio del post-contemporaneo. Nel tentativo di inseguire il «reale» la poesia del Novecento è diventata verosimile, pragmatica, prevedibile. Una procedura di montaggio esemplata sulla tecnica del cinematografo. Nel migliore dei casi un «io» ammobiliato, con gli «oggetti» stipati e costipati, nel peggiore un «io» che ha messo in liquidazione il proprio mobilio. Da una parte è stato rottamato il principio logico-sperimentale del rispondere, dall’altro, è invalsa una procedura proposizionalistica della versificazione che non risponde più ad alcun principio di verificazione sintattica e referenziale.
    È noto che l’industria culturale ha bisogno di una critica agnostica, neutrale, giornalistica, che assevera in pubblico ciò che schernisce in privato. Sorge una nuova figura: il contemporaneista che si occupa del «contemporaneo»; ma che cos’è il «contemporaneo»? Chi è che dà questa etichetta a qualcosa? E perché? Ed ecco che il contemporaneista vive nell’ansia che gli venga sottratta la realtà: i libri sono merci che portano una etichetta e il contemporaneista deve soltanto comporre un comunicato stampa; è un eclettico che può scrivere di tutto senza ritenersi in colpa per non saper esprimere una idea di indirizzo, di visione complessiva del «contemporaneo». Così come nei bilanci commerciali dei prodotti dell’industria è prevista una quota per il finanziamento della pubblicizzazione dei prodotti dell’industria, oggi non v’è quasi più differenza tra il lessico e lo stile degli articoli pubblicitari ed il lessico e lo stile del contemporaneista: i risvolti di copertina e le recensioni sui quotidiani e sulle riviste sono impeccabili quanto a impersonalità e ad ipocrisia esornativa. Già nel 1960 Franco Fortini rilevava che «le differenze più appariscenti fra critica accademica, critica di primo intervento e pubblicistica militante sono di molto diminuite». Diremo di più, oggi non v’è più alcun bisogno di una critica militante, sia perché non c’è più nulla ormai contro cui militare, sia per il molto prosaico motto: chi fa per sé fa per tre. Come rilevò Adorno, l’industria culturale non ha più neanche interesse ad umiliare i barbari da essa prodotti, li lascia benevolmente in vita, li coccola e li protegge. Lo snobismo, privato della sua matrice dandystica è diventato un costume di massa perfettamente innocuo e consumabile dalla classe snob; il bric à brac post-arbasinesco è indispensabile a dare una patina letteraria alle pagine post-culturali dei quotidiani e degli almanacchi patinati. Il principio di confusione ha talmente bisogno di una avanguardia e di una retroguardia, vere o false che siano, che, se non ci sono è in grado di crearle in 48 ore dall’equilibrio instabile del conformismo mediatico. Ma le crea nel suo più proprio terreno: la moda e il bric à brac mediale. È proprio della media-sfera la convivenza contemporanea di entrambe le dimensioni, di coloro che guardano in avanti, della cosiddetta «avanguardia», e di coloro che guardano indietro, della «retroguardia». Il principio di confusione si nutre di innumerevoli palcoscenici, moltiplica i palcoscenici e i gettoni di presenza: i libri diventano gettoni di presenza. In tal senso gli ultimi libri di Franco Buffoni ne sono un esempio ineguagliato: superficie x superficie = stile da superficie. È proprio della media sfera stilare le classifiche dei libri più gettonati. Compito del giornalista culturale e del poeta ufficiale è diventato registrare i gettoni di presenza.
    Come erano belli gli anni ’60 quando la motorizzazione della società letteraria lasciava ancora spazio per il pessimismo! Oggi è financo sordido esprimere pessimismo e ottimismo, siamo tutti diventati pragmatici e scettici, tutto riconduciamo ad una questione di dare e avere. Il trionfo del romanzo omiletico, dalla Tamaro a Moccia, sigilla il successo e il trionfo della cultura dell’evo mediatico.
    Il 1 gennaio 2000 siamo entrati nel Dopo il Moderno. Che significa questa formula che prendo in prestito da Giuseppe Pedota? *

    *G. Pedota “Dopo il Moderno” CFR, Piateda 2012

  • Mi scuso per la presenza di un doppione dell’intervento precedente. In prima battuta sembrava non essere partito e, dopo cancellazione, è stato da me riscritto con qualche differenza rispetto alla prima versione. Saluti a tutti.

  • Carissimi, il discorso ha certo un suo senso…il problema però ,riferendomi a ciò che diceva Giorgio Linguaglossa, è che purtroppo esistono certi autori con una salda poetica (che puo essere d’intesse,appunto,per la comunità) ma una pessima tecnica di scrittura e, viceversa, autori estremamente autoreferenziali ma con valide versificazioni. Omero (indipendentemente dalla sua identità) era grande per la natura dei suoi versi ( non sarebbero bastati i temi a farlo grande). Relativamente alle parole di Berardinelli riportate da Laura Canciani, non è affatto vero che oggi manchino “le nuove forme ” della poesia. Forse mancano all’attenzione di quei critici che si limitano ad una osservazione della sola editoria “di regime”. Quindi non conoscono davvero i percorsi che si sono sviluppati nei decenni più recenti. Suggerirei la lettura,ad esempio, delle recensioni in forma di lettere curate da Gio Ferri per la rivista Testuale o i tanti interventi dedicati agli autori contemporanei italiani dallo stesso Linguaglossa. Se pensiamo a “sapori linguistici” da suggerire,abbiamo la possibilità di confrontarci con una poesia come quella (e solo per fare alcuni nomi) di Domenico Cara e Camillo Pennati, o Antonella Doria e Gilberto Isella, Massimo Scrignòli, Giorgio Bonacini,Ranieri Teti, Adelio Fusé…con il recupero reinterpretativo di aspetti mitteleuropei realizzato da Federico Italiano o la ancor più giovane strutturazione del verso in Angelo Petrelli. Venendo alla narrativa, il fatto che Berardinelli sostenga un classico quale Hemingway come narratore puro, non significa che quella prosa sia di per sè sempre eccellente e paragonabile a quella di Céline. Ora ,rimanendo ad esempi italiani più vicini a noi, potremmo non riconoscere la qualità stilistica (e anche concettuale in un senso più ampio) di autori come Manganelli, Consolo, Pizzuto, G.O.Longo,o un risultato come “La polvere e il giaguaro” di Roberto Sanesi? L’elemento eventualmente saggistico nella struttura narrativa non compromette certo l’esito…il problema è identificare la qualità stilistica. Diceva Céline: “Mi interessano gli scrittori che hanno uno stile…è raro uno stile…è raro… di storie sono piene le strade,pieni i commissariati”. Molto stimolante,invece, il concetto di “riflessione narrante”… innanzitutto nella contaminazione creativa che può esprimere,in una chiave novecentesca ma nuovamente e diversamente interpretabile, l’intreccio ibrido dei generi (oltre un postmodernismo). Non credo, infine, che sussista questa differenza abissale tra i risultati di Primo e Secondo novecento (se non le condizioni storiche…queste sì). Un secolo che ha saputo dare stimoli,esempi, provocazioni, innovazioni, esiti alti anche nella sua seconda parte…il problema è che, semmai, molti di questi risultati sono rimasti troppo appartati e ostacolati nel loro tentativo di conquistarsi una visibilità (ma questo è un altro complesso discorso).

  • Carissimi, il discorso ha certo un suo senso… il problema però, riferendomi a ciò che diceva Giorgio Linguaglossa, è che purtroppo esistono anche autori con una salda poetica (che può essere d’interesse, appunto, per la comunità) ma una pessima tecnica di scrittura e, viceversa, altri autori estremamente subliminali,pulsionali e autoreferenziali,con scarse teorizzazioni ma valide versificazioni. Omero (esistito o meno appunto) è grande non per i suoi temi ma per i suoi versi…diversamente ci basterebbero saggi sulle tematiche belliche dell’antichità e sulle difficoltà del ritorno alla patria lontana. Relativamente alle parole di Berardinelli riportate da Laura Canciani, non è affatto vero che oggi manchino le “nuove forme” della poesia. Forse mancano all’attenzione di Berardinelli, perché tanti critici si limitano ad una osservazione della sola grossa editoria di “regime”. Quindi non conoscono davvero i percorsi che si sono sviluppati proprio nella seconda metà del secolo scorso…suggerirei la lettura delle recensioni/lettere curate da Gio Ferri per la rivista Testuale…il sapore linguistico di una poesia come quella, ad esempio, di Domenico Cara, di Antonella Doria o di Gilberto Isella, Mariella Bettarini; su un altro fronte,quella dello stesso Liguaglossa,o venendo ad altri esempi, Massimo Scrignoli,Giorgio Bonacini, Ranieri Teti, Adelio Fusé…il recupero reinterpretativo di valori mitteleuropei realizzato da Federico Italiano; la ancor più giovane strutturazione del verso di Angelo Petrelli. Venendo alla narrativa, il fatto che Berardinelli sostenga un classico quale Hemingway come narratore puro, non significa che quella prosa sia di per sè sempre eccellente e anche solo paragonabile a quella di Céline. Ora, rimanendo ad esempi italiani più vicini a noi, potremmo non riconoscere la qualità stilistica della prosa di autori come Manganelli, Pizzuto, Consolo,G. Longo o un risultato quale “La polvere e il giaguaro” di Roberto Sanesi ? L’elemento eventualmente saggistico nella struttura prosastica narrativa non compromette certo l’esito… il problema è identificare la qualità stilistica. Molto stimolante il concetto della “riflessione narrante”…inanzitutto nella contaminazione creativa che può esprimere,in chiave del tutto novecentesca, ma recuperabile e rinnovabile in nuove interpretazioni, l’ibridazione dei generi. Non credo affatto, invece, che sussista questa differenza così abissale tra Primo e Secondo Novecento (se non le condizioni storiche)… un secolo che ha saputo dare stimoli, esempi, provocazioni, innovazioni alte anche nella sua seconda parte… il problema è che, semmai, molti di questi esiti sono rimasti troppo appartati e ostacolati nel loro conquistarsi una visibilità adeguata. Da ciò si evince che ,comunque, i pareri possono e devono necessariamente rimanere diversi.

  • Scrive Berardinelli sul Sole 24 Ore di domenica 6 gennaio 2013:

    «Dopo tanti secoli gloriosi e tante rivoluzioni novecentesche violentemente autocritiche, la narrativa e la poesia non sembrano più avere in Europa energia sufficiente per inventare nuovi miti, nuovi personaggi e nuove forme. Quando qualcuno ha provato a confrontare la prima metà del Novecento con la seconda, ha dovuto constatare che gli ultimi, indiscutibili classici erano quelli che avevano aperto e chiuso con i loro capolavori la fase terminale della modernità, portandola ai suoi limiti estremi: Proust, Valéry e i surrealisti, Kafka, Musil e Benn, Joyce, Woolf e Eliot. Da allora in poi, fino alla postmodernità, soprattutto i romanzieri sono diventati un fenomeno “fuori teoria”, dando luogo a una varia vicenda di casi singoli, abnormi e contraddittori: che cosa hanno infatti in comune Henry Miller, Döblin, Céline, Faulkner, Hemingway, Borges, Blixen, Nabokov, Singer, Simenon, Morante, Solzenicyn. Dopo gli anni Venti, i migliori narratori hanno quasi tutti abbandonato le rivoluzioni formali appena compiute e hanno fatto ognuno a modo suo.

    Ma intanto, nel corso di un intero secolo, la saggistica aveva invaso e accerchiato, minacciato e nutrito gli altri generi letterari. I narratori puri, come Hemingway, Simenon e Singer, diminuivano, mentre aumentavano quelli riflessivi, compromessi e contaminati con la saggistica: si va da Gadda e Borges a Orwell, Camus, Queneau. La storia di Calvino, già in zona postmoderna, mostra in modo esemplare la svolta dal racconto puro alla dissoluzione metaletteraria del racconto e infine alla saggistica narrante di Palomar e Collezione di sabbia. In poeti-saggisti come Pasolini e Enzensberger, la saggistica ha preso il sopravvento, sia fuori che dentro la poesia. Infine, l’influenza e perfino la moda di uno dei più geniali e più esoterici critici del Novecento, Walter Benjamin, ha creato una vasta area di contaminazioni e di scambi fra invenzione speculativa e invenzione stilistica: influenza e moda che si è sommata a quella di Roland Barthes, passato dalla critica della società borghese e di massa alla semiologia letteraria e più tardi all’aforistica autobiografica.

    Sono stato spinto a queste considerazioni dalla lettura del volume La saggistica degli scrittori (Bulzoni, pagg. 456, € 35,00) a cura di Anna Dolfi, interamente dedicato alla teoria, alla pratica e alla presenza della forma saggistica nella letteratura del Novecento. Leggendolo, ho avuto l’impressione ricorrente che esaminando il passato questo volume proponga anche una strada per il presente e per il futuro: insomma, critica militante in forma di studio. Dopo gli atti di due convegni voluti da Giulia Cantarutti e pubblicati dal Mulino, Il saggio. Forme e funzioni di un genere letterario (2007) e Prosa saggistica di area tedesca (2011) e dopo le indagini di Angela Borghesi su una serie di Genealogie critiche (Quodlibet 2011), ecco dunque una serie di contributi (oltre venti) dovuti a studiosi italiani e francesi. La precisione delle analisi e la varietà degli scrittori presi in esame fanno di questo libro un vademecum critico che non pretende di esaurire il discorso, ma incoraggia a continuarlo in altre direzioni. I due capitoli teorici di apertura, dovuti a Enza Biagini e Marielle Macé, ripercorrono un itinerario nel quale non potevano mancare Lukàcs e Adorno, Sartre, Bataille e Barthes. Vengono poi dedicati due capitoli a Benjamin e a Queneau, a cui seguono studi sull’osmosi fra narrazione e saggio in Gadda, Carlo Levi, Meneghello, Manganelli, Calvino, Sciascia, Pasolini, Volponi, Arbasino, Magris. La saggistica dei poeti avrebbe forse richiesto un altro libro; qui ci si limita a pochi esempi, del resto ben scelti: Sereni, Luzi, Zanzotto, Bonnefoy.

    Alla resa dei conti, ciò che emerge potrebbe essere definito «riflessione narrante». Anche nelle sue ramificazioni americane (Borges, Octavio Paz, Saul Bellow, Gore Vidal) la letteratura europea tende a includere una filosofia di se stessa e del mondo che raramente si incontra con quella dei filosofi professionali, poiché evita le astrazioni generalizzanti e preferisce muoversi fra microstoria e micrologia della vita quotidiana, anche quando l’obiettivo è focalizzato sulla società e la politica. Enzensberger e Steiner possono essere considerati fra i più originali filosofi contemporanei, certo non inferiori ad Habermas o a Derrida. In Italia, dopo Pasolini e Calvino, gli ultimi maestri del Novecento sono stati tre saggisti narratori come Raffaele La Capria, Cesare Garboli e Piergiorgio Bellocchio, che invece di scrivere romanzi hanno scritto saggi. Qualche buona ragione deve esserci. Poco formalizzato, il genere saggistico è il più libero e duttile dei generi letterari. Si adatta ai più diversi contenuti e alle più varie circostanze. Possiamo anche scommettere, credo, sul suo futuro».

    A me sembra evidente che se paragoniamo i livelli raggiunti dalla poesia del Primo Novecento con quelli raggiunti da quella del Secondo Novecento, la differenza salta subito agli occhi: ed è una differenza abissale. Il secondo Novecento segna un dislivello all’ingiù. Oggi il panorama dei vari blog e delle consorterie della poesia è di un livello sconfortante… Possiamo dirlo senza tema di essere redarguiti? Possiamo dirlo senza remore?

  • Caro Rompianesi,

    il problema che esponevo nell’articolo di quasi 20 anni fa, credo sia rimasto immutato, e cioè, semplificando: Il problema del Moderno, il Nuovo e quello del linguaggio (cioè il problema della tecnologia applicata ai linguaggi). È dal modo con il quale si affrontano questi 3 problemi che nasce la differenza di posizioni. Certo, nessuno, né allora né ora si può dichiarare in diritto di possedere la giusta poetica! (questo è evidente), però dobbiamo almeno richiedere ai singoli autori quale sia la loro poetica, e se non ne hanno, cioè se la loro poesia si muove sulla base di improvvisazioni e di pulsioni del subliminale o del narcisismo, ne prendiamo atto, cioè prendiamo atto che la loro opera riguarda se stessi e non la comunità. Perché sia chiaro che la poesia è un fatto che riguarda la comunità, non la singola persona privata dell’autore, voglio dire che se l’autore di una certa poesia sono io o tu o altri, questo è del tutto secondario. Se Omero sia stato, in carne ed ossa, x o y non cambierebbe certo la nostra opinione riguardo ai suoi poemi.

  • E’ proprio questo il punto! Viene detto nell’editoriale citato da Poiesis: “ciò pone all’arte il problema,semmai, di una sottrazione di produzione”… posizione certamente rispettabile,ma che non può essere esaustiva di un processo che finirebbe per togliere all’arte stessa non tanto una tecnologia secondo una concezione pragmatica, ma l’approccio della composizione più articolata diretta al versificare. Proprio il discorso di Ferroni,inoltre, sottolinea l’impossibilità di possedere la giusta spiegazione del mondo, così come non è possibile poter credere di detenere la poetica giusta… e questo vale davvero per tutti! L’unico punto sul quale dovremmo trovarci in accordo è che una profondità tematica (anche se a volte auspicabile) da sola non basta a garantire il risultato testuale; così come il minimalismo e l’iperrealismo non possono essere considerate categorie assolute… all’interno di tali indirizzi (sempre difficilmente definibili) si muovono autori diversissimi con proposte differenti negli esiti…sarebbe bene quindi che una critica priva di preconcetti affrontasse ogni profilo confrontandosi con il dato… cioè con la specifica opera (quel nome e quel titolo). Temo davvero posizioni che poi rischiano di cadere nella critica contenutistica… per citare un esempio, ricordo l’affermazione di Alberto Bertoni in anni passati: “… non amo i poeti del mito”. Cosa significa questo se non esprimersi su basi ideologiche? Bàrberi Squarotti,nella sua lezione che si riaggancia alla critica stilistica, avrebbe espresso la difesa delle differenze nelle singole identità. Lo stile è l’arte. Poeta del mito poteva essere allora Conte, o il compianto amico Veruda, oppure oggi esserlo il giovane D’Agostino. Valutiamo lo specifico esito se l’impalcatura della pagina assume i tratti tecnici di una composta analisi della partitura linguistica. Fatto salvo un dato essenziale: qui ogni posizione critica deve necessariamente riconoscersi relativa e parziale. Nessuno cada nel delirio di una ricetta dogmatica in un campo che mantiene aperta la ricerca e complesso il sistema degli esiti, ma ogni autore davvero non può sottostare alla rigidità di etichette preconfezionate.

  • nel n. di maggio di “Poiesis” 1996 scrivevo:

    «L’ambizione di Poiesis di porsi come “crocevia” implica la necessità di circoscrivere un perimetro, una mappa per l’orientamento del teritorio, senza la quale la navicella o zattera rischierebbe di vagare attorno alla propria supposta centralità tracciano nel mare aperto gli infiniti cerchi della propria supponente vanità. Il concetto di “crocevia” implica inoltre l’esistenza di direzioni divergenti e contrapposte e la necessità di una scelta irrevocabile e inequivocabile.
    Noi pensiamo che la postumità che la postumità del nostro essere-nel-mondo abbia già da sé posto tra le anticaglie della chincaglieria tutta l’arte che, conseguentemente alle proprie premesse teoriche, adottava la metodologia presa in prestito dalle procedure tecnologiche. Non va presa in seria considerazione l’argomentazione di chi ci accusa di essere retrogradi nella misura in cui retrocediamo ad una impostazione pre-sperimentale dell’opera d’arte. La niveità ed il candore dei nostri accusatori tradisce la loro insolente buona fede: la mancanza della percezione della estrema problematicità dell’arte nell’epoca del tramonto, la mancata percezione delle insolubili antinomie di ogni impostazione teorica che elegga il luogo dei linguaggi come “campo di azione” o “zona franca” per l’intervento diretto del soggetto nel reale… Anche gli esegeti dell’emozione e dell’effrazione linguistica restano dentro lo schema culturale di quelle posizioni che considerano i linguaggi come involucro, “vestito dell’essere”; essi restano sulla cresta dell’onda del problema, operano un riformismo moderato che non cambia il nocciolo della questione.

    Nell’epoca della tolleranza universale l’arte celebra il proprio decesso. Tutto appare postumo perché già invecchiato nell’attimo stesso in cui il “nuovo” si profila. Il tardo-moderno è l’oscuramento di ogni residuo metafisico dall’ordine del pensiero. È l’elisione dell’alterità e dell’immaginario incompatibile con la normalizzazione degli indirizzi positivistici. Il tardo-moderno neutralizza ogni criticità con il puro e semplice dichiararla “aurorale” (…) il tardo-moderno si nutre della crisi della produzione di merci mediante un surplus di produzione; è nella logica della produzione di merci il superamento della crisi mediante l’incremento della produzione. Ciò pone all’arte il problema, semmai, di una sottrazione di produzione, di un decremento del tasso di tecnologia applicata ai manufatti artistici.
    Sia ben chiaro – scrivevo – che la restaurazione di una tecnologia arcaica non coincide tout court con la restaurazione del conservatorismo nella sfera politico-estetica. Le due cose non vanno di pari passo (…) il riconoscimento della condizione postuma dell’arte coinvolge la pres d’atto che d’ora in avanti l’arte indicherà il futuro quale interlocutore privilegiato e l’abbandono del “presente” quale configurazione referenziale del mondo.
    La caducità di ogni programma che persegua una fuga dal “mercato” o una fuga dal “senso” ripropone le medesime e più laceranti contraddizioni rispetto a quelle posizioni che postulano un’arte antagonistica… Non è compito dell’arte l’intervento diretto nel reale.

    Scrive Ferroni: “in questa fine di secolo alla bruciante cecità del rele fa riscontro la più totale insicurezza delle spiegazioni, delle teorie, delle prospettive, dei progetti. Nessuno può pretendere di possedere la giusta spiegazione del mondo (sono piuttosto risibili quelli che credono di averla); così nessuno può credere di avere in mano la poetica giusta, di aver individuato le giuste funzioni della poesia e di poterle spavaldamente propugnare: In pochissimi decenni abbiamo del resto visto riproporsi fino alla nausea teorie e grogrammi del genere più diverso, ambiziosi… totalizzanti o esitanti, rovesciati poi magari l’uno nell’altro, smentiti o rilanciati, tra alleanze, equivoci, scissioni: la rapidità delle trasformazioni (caratteristica del nostro mondo ‘post-moderno’) ha dato luogo ad una estrema labilità ed evanescenza delle poetiche e delle teorie, le ha quasi sempre ridotte a un ruolo strumentale, a una mera funzione autopropositiva e propagandistica (…) Questi effetti sono tanto più essenziali, quanto la poesia evita ogni programmaticità autopropositiva, ogni pretesa di essere al passo con l’oggi o con il presunto ‘nuovo’ che avanza, ma riconosce il carattere ‘postumo’, il proprio essere giunta alla fine e all’esaurimento di una lunga storia e di una lunga tradizione: contro l’impero del post-moderno… e contro le nuove esaltazioni tecnologiche… essa afferma di fatto tutto il valore del proprio essere fragile, fa in ogni momento i conti con la propria morte annunciata (…) In questo orizzonte ‘postumo’ si definisce naturalmente il senso della persistenza del ‘classico’ e del rapporto con i ‘classici’ (…) ed è essenziale capire che nell’attuale situazione perde la stessa dialettica classicismo/anticlassicismo o tradizione/avanguardia, e che tutti i grandi testi letterari, quali che siano i loro orientamenti programmatici o stilistici, si configurano ormai come classici»

    Così continuavo l’articolo: «(…) Il problema oggi non è quello di tracciare linee di demarcazione intorno alla poesia ‘orfica’ quasi si trattasse di un lazzaretto di cui guardarsi, occorre piuttosto porre mano ad una poetica di largo respiro che innesti quanto di più alto l’orfismo (europeo) ha prodotto con ciò che resta dei relitti dei linguaggi poetici novecenteschi; occorre una nuova visione del mondo saldamente piantata sulla nostra madre Gaia, un nuovo periscopio (…) in un certo senso il minimalismo ed il post-sperimentalismo sono segretamente imparentati nella mutua alleanza strategica contro qualsiasi arte che tenti di infrangere l’arco costituzionale del conformismo… Se un’avanguardia deve nascere, se mai nascerà, cosa del tutto improbabile, potrà essere tutto, tranne che una riproposizione di pura accademia tra le correnti e i narcisismi in lizza. Oggi forse una nuova avanguardia… non potrebbe che guardare al lontano futuro e al remoto passato: cioè sarebbe una entità strabica, affetta da diplopia, minacciata dalla cinetica dei segni. Ma anche da questo versante il conformismo di tanti intellettuali riproduce il rumore di fondo della macchina gestaltica riparametrata sul modello della forma-merce, dello spot.

    In questo quadro, il minimalismo e l’iperrealismo, intesi come campo di forze stilistiche proprie dell’ipermoderno, pagano lo scotto di non pensare le fondamenta, di non immaginare neanche di attraversare il mondo mediante una negazione, anzi, di non porsi tampoco la questione dell’attraversamento ma di arretrare ad una procedura di manipolazione teclologic sui linguaggi, posizione apertamente apologetica dell’esistente perché imparentata con le procedure di manipolazione dell’ingegneria sociale complessiva sulla res extensa.

  • Caro Giorgio Linguaglossa,
    direi che l’interpretazione angusta di tanti poeti (e non solo…) ai danni del pensiero di Heidegger sia proprio la dimostrazione che in realtà su ben altre basi si costituiva un procedere teoretico non compreso e quindi ridotto ad una semplicistica forzatura. Non ricadiamo allora nello stesso errore! Per quanto riguarda altri aspetti, temo sempre l’utilizzo di una etichettatura che condizioni l’esito alle varianti presentate come “etica” e “mercato”. Qualcosa si adagia ponendo stimoli fruttuosi solo se teoricamente capaci (e parlo di “forza” di una teoria) d’isolare ogni deriva ideologica mascherata da fattore contenutistico. Qui non vorrei davvero nominare esponenti di una certa critica accademica (e non) legati esclusivamente ad apparati fondati sulle miopi frequentazioni e a quelle vincolati. Vero il sospetto che s’insinua dove un saccheggio può più di una reinvenzione,ma credo che ciò non avvenga nel caso di Zanzotto. Inoltre può essere pericoloso concentrare un fuoco critico mirato ad uno dei pochi nomi che rappresentano, all’interno del sistema culturale, l’anomalia rispetto alla banalità della consueta esposizione di scelte imposte dal sistema stesso. Salviamo quindi la ricerca quando c’è. Definirlo come “la migliore esemplificazione della cultura dello sperimentalismo” mi sembra davvero ingeneroso… proprio perché tu esprimi una critica di alto valore, interessata ad allontanarsi da un “minimalismo” poetico di potere e perché, elemento fondamentale, non credo proprio che la poesia di Zanzotto si possa liquidare come “sperimentale”. Non c’è mai distacco riconosciuto tra significante e significato, ma tentazione, rivolta, diversa interpretazione,rievocazione fonetica, germinazione sintattica, composizione che immette nel diaframma la proposta icastica delle sillabe… dove allora una forzatura che sembra imputabile di gratuita sterilità? Apprezzo moltissimo la poesia di Pennati (anche se, per certi aspetti, più ripetitiva nelle soluzioni) ma il suo sviluppo poematico condotto verso accentuazioni manieristiche evidenti (vedi “Di sideree vicende”, ad esempio) instaura una partitura che occupa fisicamente la pagina in uno sviluppo “ad invasione”, finalizzato ad esprimere principalmente eventi che più si riconoscono nei fatti cromatici che abitano le stagioni e i moti vegetali ed atmosferici di una natura distribuita all’interno di una nervatura esplosa e ricomposta… ma ciò non necessariamente coinvolge significazioni ulteriori o premia arbitrarietà etiche, dall’autore stesso escluse (questo infatti non costituisce un problema, se non si pone il dato contenutistico come richiesto, però). Perché poi dovrebbe risultare problematico l’eccesso di significanti? A me preoccupa il contrario, semmai. Tornando a Zanzotto, la parola “numinosa” non può che essere laicizzata nel momento che detiene in sè la sfida al decifrabile (sarà quindi filtrata); il paesaggio intonso inseguito attraverso la riabilitazione del linguaggio è una “terapia” per allontanarsi dalla caduta nell’utopia. Con ciò proporrei non solo una rivisitazione della poesia di Zanzotto, ma anche l’indicazione di altri e più nuovi nomi impegnati in una reinvenzione o reinterpretazione del linguaggio (e quello poetico oggi non può più permettersi il riadagiarsi del “sistema” nell’usuale ) come la originale e particolare ricerca sul significante di autori quali Adelio Fusè, Angelo Petrelli, Alberto Mori, Paolo Gentiluomo,Italo Testa, Pier Maria Galli, Roberto Cogo, Giorgio Bonacini, Massimo Scrignòli. Autori certo diversi,ma “responsabilizzati” nei confronti del significante “acceso” al significato, in forme altre.

  • @Giorgio Linguaglossa:
    in questi ultimi giorni mi sono imbattuto in diversi suoi saggi e articoli sparsi per il web, leggendoli con piacere anche quando di parere discorde rispetto le cose sostenutevi: soprattutto per la capacità di suggerire un’immagine complessiva della poesia e di quale dovrebbe essere il suo ruolo. La domanda che mi sorge spontaneo farle – domanda sempre parziale e riguardante i massimi sistemi piuttosto che un preciso testo\articolo – è se, nella sua più o meno condivisibile, battaglia contro il “minimalismo” non si corra il rischio di un rigetto rispetto la componente aniconica dell’arte moderna e contemporanea: componente che per me costituisce quasi il segno della modernità artistica (e che pone maggiori problemi di, non so, la “forma liberata” romantica, già sciolta da vincoli, ma ancora legata a una dimensione di parola piena e in pace con l’immagine). Sul fatto se sia poi il “minimalismo” di cui sopra la tecnica (o l’interrogazione) capace di dar conto di questo fondo indifferenziato della scrittura è un problema secondo, nè è (completamente) quello di cui sto cercando di parlare.

    sperando la domanda sia comprensibile, che non sia troppo ingenua o suoni al contario aggressiva(?), la ringrazio per l’eventuale risposta

  • Caro Andrea Rompianesi,

    come dire dell’interpretazione angusta e serafica data dai poeti italiani al pensiero di Heidegger nella parte in cui esso manifesta la GRANDE CRISI DEL NOVECENTO… si tratta di una riduzione di cui poeti filosoficamente digiuni di filosofia sono stati protagonisti (ma anche dell’assenza di un pensiero filosofico-estetico di riferimento)…

    Nella poesia del Novecento si insinua, segretamente, osmoticamente e demoticamente, la razionalità dell’etica e del mercato borghesi; e con essi la «cattiva» coscienza del poeta che diventa un salariato, un disoccupato, un buffone, un «saltimbanco», un uomo di fede, un impiegato del catasto della poesia. La poesia post-baudelairiana dovrà così aderire ad un cerimoniale simbolico ossessivo, al sistema di segni della razionalità dell’economia monetaria dello stile, oppure ribellarsi ad esso, dovrà minare la razionalità del linguaggio razionale-relazionale.
    Smascherato, sloggiato dal fondamento, il soggetto si vedrà ormai subordinato al logos le cui leggi finiranno falsamente con l’autonomizzarsi: ci si avvia anche in poesia sulla via della de-reificazione, quel processo che spezza l’azione instauratrice del «reale», la tradizione diventa così un ordine proposizionale che può essere saccheggiato o restaurato tramite il tocco magico del soggetto; la catena dei significanti si autonomizzerà poiché il garante della legittimità significato-significante ha fatto fiasco, di qui l’arbitrarietà del segno in rapporto ai significati. Con la sua iscrizione semiotica, il locatore cessa di essere il fondatore. In Italia la poesia di Andrea Zanzotto è la migliore esemplificazione della cultura dello sperimentalismo che assume (ipercriticamente) come un dato inconcusso il presupposto di quella cultura: la irrazionalità del linguaggio non relazionale che punta sul significante staccato dalla significazione e dalla cosa significata. La poesia di Camillo Pennati tenterà una via di uscita mediante l’aggancio alla lingua relazionale-referenziale per approdare ad un linguaggio poetico aperto alla osmosi e alla diplopia vocabologica. Ma resta una strada problematica perché lastricata di significanti.
    Il discorso poetico zanzottiano viene caricato di tutti i sensi plurimi, iperlaicizza la parola «numinosa» (nell’accezione semantica del termine), privilegia la delimitazione della connotazione al denotatum, alla dis-locazione, allo spostamento, alla dispersione dei segni nella segnaletica universale del «paesaggio»: tutta la poesia zanzottiana da “Dietro il paesaggio” del 1951 passando per “La beltà” del 1968 fino a “Sovrimpressioni” del 2007, insegue l’utopia del significante e del «paesaggio» intonso, esentato dalle funeste conseguenze del Moderno.
    Occorre guardare a una poetessa del tardo Novecento: Maria Rosaria Madonna di cui attendiamo il volume “Tutte le poesie” (1985-2002) che uscirà per le edizioni EdiLet di Roma, per avere chiaro e netto il senso di un rovesciamento del sistema di riferimento assiologico e filosofico in cui la poetessa palermitana si muoverà con decisione.

  • Volevo solo aggiungere che gli unici punti su cui il mio intendere il dato tecnico differisce con quanto sostenuto da Linguaglossa sono due: il primo, è che ritengo non del tutto condivisibile ridurre il pensiero di Heidegger sulla questione trattata, ad una limitazione del confondere la predisposizione alla preghiera con la predisposizione alla rappresentazione artistica…il concetto di ricerca non è assente ma è trasformato (quasi come l’evidenza metafisica) in una diversa soluzione intenta a ricollocare il nostro stato “produttivo” e, naturalmente, ontologico. Il secondo punto riguarda Andrea Zanzotto. Se è vero che il rischio di una scivolosa deriva è sempre presente in chi compie una ricostruzione e una ricomposizione linguistica, direi che Zanzotto abbia resistito a tale insidia rappresentando, nella generazione nata nei primi anni venti del novecento, un esempio altissimo (rispetto all’alternativa di un Giudici) non solo di corposa sensibilità e sapienza metriche e fonetiche (ritrovate anche nell’ultimo ” Conglomerati”, raro caso di qualità testuale poetica presentato da una grossa sigla), ma anche di coraggioso esilio dalle pratiche dissacratorie di certo esclusivo spermentalismo solo formale, nell’intento di raggiungere una variabile semantica non gratuita,ma finalizzata ad esaltare la memoria e il recupero delle suggestioni in un impianto esaltante l’equilibrio significante-significato. Inoltre, non vedo assenza di domanda e, d’altra parte, nemmeno basta la profondità d’argomenti per fare lo stile. Pienamente in accordo invece circa la necessità di recuperare l’elemento svelante e conoscitivo della poesia, e le preziose indicazioni di lettura (Milosz, Transtromer, Stevens, Williams).

  • Carissimi, apprezzo molte delle cose dette da Giorgio Linguaglossa che conosco per la sua forte militanza critica con la rivista Poiesis,e che in questa occasione saluto. Quanto alle affermazioni di Asor Rosa e a tutti i discorsi simili,o di analogo tono che sempre circolano sui vari fronti, dovemmo davvero non stupirci. E parlo per chi si occupa, praticamente a tempo pieno e a vario titolo, di poesia italiana contemporanea. La poesia,essendo genere non abbinabile a particolari risultati di vendita (quasi nulli) non rappresenta certo ciò che può risultare strategico ad una grossa editoria che ormai guarda quasi esclusivamente ad esiti che poco o niente hanno a che vedere con la ricerca testuale. E’ inutile continuare a vedere le grosse sigle come appetibili porti per una scrittura di ricerca…dobbiamo renderci conto tutti che il futuro possibile tende ad una divaricazione…o un’eclissi totale dell’aspetto definibile quasi come “qualità testuale” in una chiave di vera e propria natura ontologica, oppure salvare questo percorso sostenendo le piccole sigle di qualità (cioé quelle che selezionano,pur con criteri ovviamente sempre relativi) e cercando piuttosto di metterle in contatto, costringerle ad un’unità d’intenti , sottrarle alla deriva sempre troppo presente nel nostro paese, dell’isolamento e dei piccoli cortili chiusi. Non commettiamo l’errore d’inseguire una grossa editoria di potere che ormai naviga in acque totalmente lontane dai nostri autentici interessi culturali. Per quanto poi riguarda il nostro presente, il percorso delle generazioni ha espresso molti nomi magari appartati ma di grandissima rilevanza sul piano qualitativo. La grossa editoria spesso non include tali nomi perché quello che le interessa è il ruolo di un autore, non le sue caratteristiche testuali. Quindi, cerchiamo piuttosto di valorizzare quelle iniziative capaci di fare ricerca vera in un approfondimento della costruzione linguistica finalizzata ad una ulteriore conoscenza, cercandole al di fuori degli apparati di potere editoriale, ma favorendo l’incontro tra quelle piccole realtà, rimaste oggi le sole ad “abitare” davvero la pagina e la poiesi.

  • gent.ma Luciana Sanguigni

    C’è, come Lei sa, CRISI, ed è più grave di quanto si possa immaginare. È in atto ormai da quattro e più decenni una sorta di «positivizzazione del linguaggio poetico» di cui il capostipite, il primo e più grande responsabile è senz’altro il più grande poeta del Novecento it: il Montale che da da «Satura» in giù. Montale del dopo «Satura» non solleva più alcuna Domanda fondamentale, non Interroga, si limita a bordeggiare il quotidiano, il diario, l’accidente, l’incidente, il lapsus, la mancanza… punta una torcia tascabile sulle piccole cose di commercio quotidiano, presta ascolto alle «cose» e questo ascolto si storializza attraverso le forma del Diario, dell’Appunto, del Contrappunto, della Nota in margine etc. Fin qui non ci piove, è cosa nota. Tutto il Novecento it. viene accompagnato nella sua marcia (funebre) da intrattenimento in questo sentiero del disinganno, del disimpegno e del cinismo lungo una pendenza sempre più ripida e in discesa. Rifacciamo un passo indietro a quel pensatore che nel Novecento dà origine a questa discesa: dal domandare alla cancellazione di ogni traccia del domandare, Heidegger.

    Scrive Heidegger: «Non è il domandare il carattere proprio del pensiero, ma: prestare orecchio alla parola in cui si promette ciò che dovrà porsi come problema (…) L’insieme che attualmente ci rivolge la parola – il dispiegarsi della parola… non è né titolo, né risposta a una domanda (…) Siamo entrati nel raccoglimento di ascoltare e parlare in comune (…) Ogni domandare che domanda a proposito della posta che è in gioco nel pensiero, ogni domandare che domanda… è in anticipo portato da un dire confidante o fidato in ciò che si porrà come problema. Ecco perché prestare orecchio alla confidenza è il gesto giustamente detto del pensiero oggi urgente, e non domandare (…) Nella misura in cui il pensiero è prima di tutto un ascolto, cioè un lasciarsi dire, e non una interrogazione, è necessario cancellare a loro volta tutti i punti interrogativi».

    È qui che Heidegger ha fatto un gioco di prestigio, ha cambiato le carte in taqvola, ha finito col confondere la predisposizione alla preghiera con la predisposizione alla rappresentazione artistica. L’«ascolto» della preghiera è la posizione estatica di chi attende un segnale numinoso dall’Alto; la poesia e la narrativa non hanno nulla in comune con la posizione estatica di attesa dell’Evento. La poesia è ricerca, è domanda, interrogazione radicale (con gli strumenti della poesia ovviamente). Così, una interpretazione debole del pensiero di Heidegger ha finito per contribuire alla demolizione, qui da noi in Italia, del concetto stesso di poesia. Heidegger giunge al termine del discorso impossibile, al corteggiamento del silenzio, e la poesia del tardo Novecento (negli esiti più consapevoli) giunge al bordeggiamento del rumore e all’illusionismo del «silenzio» tra le parole e dentro la stessa parola, con tutto quel che ne consegue in termini di smaccato epigonismo e di poesia acritica. In questo piano inclinato sopra il quale sta tutta la poesia del tardo Novecento it. ci sta molto bene anche un poeta iperletterato 8ma privo di zoccolo filosofico) come Zanzotto, il quale non si sogna nemmeno e né sospetta che sta sopra un piano inclinato con la superficie lucidata con la cera Lux… e che si scivola, tutti insieme, verso il buco dell’insignificanza del discorso poetico devitalizzato di peso specifico e di gravità.
    Ecco perché io sostengo da tempo la tesi che per uscire dalla «porta stretta» entro la quale s’è andata a ficcare la poesia it. occorre sfondare la porta e dire chiaro e tondo che la poesia deve tornare a Interrogare, a porre le Domande fondamentali, pena l’insignificanza del piccolo cabotaggio del diario, del quotidiano, della ciarla, dell’Empireo di chi gioca col misticismo etc.
    Per questo obiettivo sarebbe utile una rilettura di poeti significativi del Novecento come Milosz, Herbert, Transtromer, W. Stevens, W.C. Williams, Mandel’stam per cercare di capire quali domande essi hanno sollevato.

  • Cari lettori,

    Giorgio Linguaglossa scrive: «Montale non apre, chiude». Qui, in questa semplice frasetta, c’è tutto il problema della poesia del tardo Novecento, che il tardo Novecento non ha saputo (e voluto) risolvere (il risolvere è un portare a scioglimento). Presentando la poesia di Mari Vallisoo credo che Linguaglossa abbia voluto lanciare uno strale al problema principe che ha occupato la poesia ital. del secondo Novecento: come uscire dalla strettoia posta da Montale? (ma con Montale e dietro di lui c’è tutta la poesia del tardo Novecento che non è stata capace di superare quello scoglio). È paradossale utilizzare un poeta come Mari Vallisoo per scardinare quella «porta stretta» entro la quale si è andata ad arenare la poesia ital. del tardo Novecento, ma tant’è. Il problema è legato alla questione dei linguaggi epigonici del tardo Novecento e alla «mancata riforma del discorso peotico» da Montale in giù. E allora, che fare? Ne sono consapevoli i poeti italiani che hanno scritto poesie in questi ultimi due decenni? Ne dubito fortemente, essi continuano a scrivere sulla falsa riga (stanno dentro la porta stretta di Montale) dello scetticismo, del quotidiano assunto acriticamente, dell’agnosticismo e della de-fondamentalizzazione del linguaggio poetico. E allora, che fare? E la palla torna a Linguaglossa, ci dia lui qualche indizio, qualche indicazione su come uscire dalla «crisi»… ma, a questo punto, mi chiedo: ma esiste veramente la «crisi»? o è una invenzione di ipercritici abili e dialetticametne dotati come Linguaglossa? O l’una o l’altra: o la «crisi» esiste o non esiste, e allo ra Linguaglossa ci dica come stanno, a suo avviso, le cose. E se la «crisi» non esistesse? Se (voglio essere più chiara) semplicemente la poesia italiana è destinata (nel breve e medio termine) a proseguire nella forbice sempre più stretta dei linguaggi epigonici? Se, insomma, il problema (se problema c’è) non esistesse?

    Luciana Sanguigni

  • Cari lettori,

    … mah, insomma, lasciamo per un momento gli articoli pubblicitari di Asor Rosa e andiamo al centro delle questioni, anzi, al centro della questione, e domandiamoci se oggi siamo incagliati nel bel mezzo della crisi (anche della poesia). Del resto, mi sembra che la poesia italiana degli ultimi tre decenni si sia inoltrata su un piano inclinato sempre più inclinato (in discesa) tra uno pseudo post-sperimentalismo alla Jolanda Insana e un romanticismo profumato alla Antonella Anedda e Mariangela Gualtieri. È vero che ci sono autori di indubbio valore come Roberto Bertoldo, Dante Maffìa e lo stesso Giorgio Linguaglossa e le decedute Maria Rosaria Madonna e Maria Marchesi che vanno (e sono andate) per la loro strada, ma sono autori confinati nell’anonimato di edizioni minori…

    Giorgio Linguaglossa recentemente ha scritto: «Montale non apre, chiude». Qui, in questa semplice frasetta, c’è tutto il problema della poesia del tardo Novecento, che il tardo Novecento non ha saputo (e voluto) risolvere (il risolvere è un portare a scioglimento). Presentando la poesia di Mari Vallisoo credo che Linguaglossa abbia voluto lanciare uno strale al problema principe che ha occupato la poesia italiana del secondo Novecento: come uscire dalla strettoia posta da Montale? (ma con Montale e dietro di lui c’è tutta la poesia del tardo Novecento che non è stata capace di superare quello scoglio). È paradossale utilizzare un poeta estone come Mari Vallisoo per scardinare quella «porta stretta» entro la quale si è andata ad arenare la poesia italiana del tardo Novecento, ma tant’è. Il problema è legato alla questione dei linguaggi epigonici del tardo Novecento e alla «mancata riforma del discorso peotico» da Montale in giù. E allora, che fare? Ne sono consapevoli i poeti italiani che hanno scritto poesie in questi ultimi due decenni? Ne dubito fortemente, essi continuano a scrivere sulla falsa riga (stanno ancora in modo irriflesso dentro la porta stretta di Montale) dello scetticismo, del quotidiano assunto acriticamente, dell’agnosticismo e della de-fondamentalizzazione del linguaggio poetico.

    E allora, che fare? E la palla torna a Linguaglossa, ci dia lui qualche indizio, qualche indicazione su come uscire dalla «crisi»… ma, a questo punto, mi chiedo: ma esiste veramente la «crisi»? o è una invenzione di ipercritici abili e dialetticamente dotati come Linguaglossa? O l’una o l’altra: o la «crisi» esiste o non esiste, e allo ra Linguaglossa ci dica come stanno, a suo avviso, le cose. E se la «crisi» non esistesse? Se (voglio essere più chiara) semplicemente la poesia italiana è destinata (nel breve e medio termine) a proseguire nella forbice sempre più stretta dei linguaggi epigonici? Se, insomma, il problema (se problema c’è) non esistesse?

    Luciana Sanguigni

  • io penso che il critico buono (Asor Rosa) alla fin fine fa la piaga purulenta. Penso che il critico sia simile al medico, non deve essere buono ma spietato: per salvare vite umane il medico non esita a sottoporre il paziente a cure drastiche… perché non avviene qualcosa di simile nella critica di poesia? Perché Asor Rosa mette insieme, un po’ alla rinfusa e come viene viene, tanti nomi di autori di poesia? Probabilmente vuole rendere un omaggio alla “Poesia”, ed è senz’altro un gesto encomiabile… ma io penso inutile, anzi, alla fine dannoso. Non serve parlare in modo generico bene del comparto poesia affastellando insieme una quindicina di nomi (dai più giovani ai meno giovani), quello che una persona seria si aspetta da un critico come lui è che faccia un discorso un po’ più approfondito sulla poesia contemporanea e che incida un po’ più a fondo il bisturi della critica nella piaga purulenta… altrimenti, insieme alla piaga bisognerà trinciare anche la gamba del malato, mentre nel frattempo la malattia si aggrava e diventa mortale…

    Laura Canciani

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