La scrittura presente – una nota di Raffaella Di Ambra su “Albi” di Gio Ferri

 

di Raffaella Di Ambra

Diario o Journal? L’autore esita. Il testo è (ri)composto di frammenti di un diario, ritrovato in Albi, di conversazioni-escursioni oniriche; frammneti di scrittura e di vita. Non si tratta di una massa omogenea, ma di una successione di stati eterogenei, di lacune, di linee interrotte-riprese. Ritmate. (Ri)inventate. Fatte di attimi successivi e di ellissi tra il vero-simile e la lacuna. Tra l’autenticità e l’artificio.

Inizia il primo gennaio. È domenica. L’autore del Journal si rivolge a un interlocutore a cui narra i suoi fantastici, allucinanti tentativi di volo; “lo ricordi”, dice, “Tu seduta lì”. A chi parla? In che anno? Il 4 gennaio sembra essere una data fatidica poiché evoca il “4 di ogni mese”, giorno di incontri. Ricordi d’infanzia, voluttuosa e beata. Assenza. Delirio mistico. “Fede e paradiso”. Ospedale. Evocazione-invocazione. Angelo di Dio. Beata Giovanna di Camerino… Poi, altre creature umane, divine, fraterne. Il tono del testo è a volte intimista. Tutt’un immergersi nel ricordo: tutt’un rifugiarsi nella reticenza. E parallelamente – dialetticamente – un assumere la verità (La Verità), la realtà. Oppure mascherare la verità? Amarla? Vivere la passione? Dirla? Dichiararla? Corrispondenza segreta tra l’ ‘autore’ e un ‘tu’ fantasmatico. Lettere amorose a un ‘tu’ irreale, scritte da chi non riesce mai a vivere i suoi amori “se non nella nostalgica ritrosia”. Non è escluso supporre la conscia utilizzazione di elementi autobiografici, affidati alla metaforizzazione letteraria. La letteratura vissuta come unica condizione (e necessità) di vita.

Il 10 marzo l’autore rivede la città, figura emblematica stabile ed eterna, considerata problematicamente, edipicamente “padrona o madre, o sposa o sorella”. Immanente ed essenziale presenza.

Scrivere un Diario costa: (ri)pensare, (ri)costruire, celare, (ri)tracciare il filo (auto)biografico. Tra finzione e realtà. Tra lucidità e allucinazione. Tra presenza e nostalgia. Duplice presenza-assenza di Lia-Lina. Fra il “tu fiore” e l’”io farfalla”.  Tra i “funzionali contorni” delle cose e la loro “grafia itinerante”. Tra l’affascinante ambiguità della poesia e l’enigmatico angelismo dell’ermafrodito: incontri miracolosi e sconvolgenti. Il Journal è detto (scritto) talvolta citando, talvolta alla prima persona. Tutto sembra contingente, benché la memoria, le parole della memoria siano ripetutamente ossessionanti. Cio che è vissuto lo è soltanto attraverso la certezza – quasi forma corporea – della parola.

Tutta la narrazione connota un andare oltre: tendere verso un impossibile oltre. Metafisico sussulto. Un oltre che si rivela metafora di parole.

L’8 giugno gli enunciati: “Tu sei presente perché sei la parola” e “la parola è presente in sé”. È memoria: calda città, vie rosse. Fiume rumoroso. Adolescenza. Pioggia profumata. Naviglio che salpa. L’autore vive immerso nella Parola. Nell’interminabile Matrice. È la storia di immote e immutate presenze: qualcuno chiede “Sono sempre la stessa?” La stessa Parola. La stessa Verità. La stessa Presenza. È il presente, unica certezza secondo Derrida. È l’interrogazione ontologica del divenire. È la tentazione d’inesistenza. È il quotidiano esistere. È il suicidio.

Poi: la casa della Poesia. Cos’è simbolicamente il progetto di questa casa ad Albi? Luogo immaginario. Aperto. Labirintico e fuori del tempo. Il 6 settembre “il protagonista” si prescrive un giorno di silenzio con se stesso, con gli altri. E l’indomani si propone di tenere un “diario rigoroso, ora per ora”. La scansione delle ore, il pulsare cardiaco, il battito dei minuti segna il tempo misurandone il conscio susseguirsi. È la memoria. È la vita.

Poi una cella. Muri bianchi. Tutto appare fresco e silenzioso. Qui tutto è emblematico. Talvolta il Protagonista di Albi non indica la data. Esce dal tempo. È sull’altra scena, dice la psicoanalisi. Tuttavia si chiede, il 30 settembre, da quando sia chiuso nella cella bianca e fresca. Il 6 ottobre viene “liberato”, e ignora il perché. Quindi risale ad Albi, unico colle di vita. “Senza pesi da portare”. Simbolicamente. Fino alla “casa rossa”. La meraviglia della piramide è innalzata. La luce infiammata dal tramonto. È l’Alba ad Albi.

La città di cui parla l’ospite non esiste più ad un certo momento, ma un colle è costruito con i detriti di ciò che fu, con gli oggetti riesumati. Una lunga storia distrutta per poter erigere un presente senza storia né memorie. Uno spazio. Un borgo quadrato. Cortile quadrato. Le vie uguali. E di nuovo una casa rossa, emblematico segno, “punto di partenza di ogni possibile scrittura”. Polo vitale. Fanciullina dall’abito rosso. Ogni casa è immagine di casa. Ogni percorso ha la stessa origine. La fatilità non implica possibili scelte, il mistero non viene più svelato. Universo di spazi bianchi e quadrati, regolari come la regolarità della vita: nascita-morte. Le parole seguono il percorso fatale: nascita-morte.

Il 13 novembre un incontro. Una ‘certezza’. “E ti vidi, lì seduta, tra loro”. Dopo secoli di costante assenza. Un tempo presente eterno. Corpo umano come terra. Voluttuoso respiro del  bosco. In un tempo immemorabile.

Fine novembre la vita si dilegua. Non è più vita: è Storia. Parole raccontate. Create. Plasmate e distrutte. Case e città create e distrutte. Autocreazione e autodistruzione. Ma tutto è ipotesi.

Ho letto Albi prendendo nota di alcuni significanti nel senso di Lacan, che percorrono il Journal (“La définition du signifiant, qui est de ne rien signifier, par quoi il est capable de donner à tout moment des significations diverses”, le Seminaire, III, p.214). Produzione dell’inconscio. Fittissima tela. La mia lettura non può non aver fine: e necessariamente limitata. Inconsciamente e consciamente soggettiva. Il testo intitolato Albi è disperatamente bello. Fatalmente alienato.

Anelito verso la Madre. Ritorno al “lago” d’origine, estaticamente espresso e pulsionalmente vissuto. Il testo – trama di intersezioni, incroci. nodi – tenta di dire la relazione che si stabilisce tra presenza/assenza e parola, perenne dialettica esistenziale. L’IO si rivolge qui all’Altro, alla Matrice primordiale. Secondo il peculiare paradigma: identificazione/differenziazione; interpsichico/intrapsichico. Il protagonista sembra alla ricerca d’un Io Ideale, come antitesi alla propria terrestre realtà o verità. Si tratta qui, mi sembra, di assumere la sua storia, (ri)costruita tramite la parola rivolta alla memoria, all’alterità, alla presenza, all’essere presente. Affrontando la Storia ne cerca il senso, ne esplora il limite, l’inconscio. Il rapporto transindividuale con la parola sembra erotizzato come in un corpo fantasmatico o/e reale.

L’Altro per il protagonista è metonimicamente il Mondo, luogo e polo della Parola. Tutto il Journal si dipana nelle intersezioni tra linguaggio fittizio e (invenzione della ) realtà. Si tratta di un testo della e sulla presenza come tema ossessivo, dominante, legato ad altri significanti emblematici: la torre, il lago, la città, le gemelle. Figure allucinate e metafrasi di un metalinguaggio. Il protagonista di Albi tesse, ritesse relazioni reali/allucinate, dette/non dette, tentando di ricostruire – o di identificare – I’unità formale del discorso, se non l’unità dell’Io. Frammentazione dell’io; frammentazione del testo. Spostamenti metonimici e sostituzioni metaforiche annullano ogni frontiera del senso unico e difinitivo, ogni limite fra la realtà conosciuta e l’inconscio. Scrittura al posto di parola; parola al posto di presenza, presenza al posto di simulacro. L’alterità si manifesta talvolta attraverso la soggettività di un Io-Altro, entrambi enunciatori esterni, polivoci, tramite cui l’Io si nega in quanto pura soggettività.

Solo la scrittura è irrevocabilmente presente, feticizzata in un Io Scrivo. Tramite la scrittura il soggetto assente si enuncia parlante.

(Nota critica ad “Albi”, Anterem ed., Verona 1989.)

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