Una Poesia Lunghissima n.2 – La versione di Maria Teresa Bertolotto

 

di Maria Teresa Bertolotto

Propongo qui la mia versione di “Una Poesia Lunghissima” , il lavoro durato all’incirca due settimane mi ha appassionata moltissimo. L’ho preso un po’ come un gioco, ma nello stesso tempo anche come un impegno importante, perché ero assalita dalla curiosità del risultato finale.
Adesso il giudizio, il diletto o la noia sono tutti per il lettore.

Grazie, Maria Teresa Bertolotto

 


 

 

Ora che i piedi abitano fermi il suolo
provo una discreta soddisfazione
ma l’ape che mi ronza sopra il capo
corrisponde a un’ incrinatura che si allarga nel tempo ogni nascita,
un segnale nutrito dal lampo nel poco di nessun conto
tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno
E c’è da riprovare il già provato
La molteplice natura del tempo
anch’esso nella memoria del creato
crescerà a breve fra la campagna e il noce
un lungo silenzio acceso
e sperare che giovi all’eco del corpo
e non vuole niente
soma cosa?
Nell’aborigeno mio cielo
Chi manca è più nitido,
Non puoi vivere due esistenze, dice:
ci accomuna la conta differita dei morti
l’agglutinarsi di dio
restano, eroi, i cani randagi e le code d’uccelli
scatti di linfa, clorofilla, luce
è aurora.
Pigre le foglie spaccate dal gelo,
in ogni verbo dove girano mano
la meraviglia è nelle cose guardate
una pagina bianca quasi pura
spira solenne riecheggiando il vento
perché sia memoria
Occorre approntare la parola per gl’inverni a venire
incontro a chi spara
ci sarò io
Tra le fronde c’è un mistero
provveda la chi mica chi mera
una ha sempre il sopravvento, anche se ignota
vorrei finire il verso
No, non c’è posto qui per una misura
ma dentro
non serba confini l’amore
Io con la poesia vorrei fare mattoni
Vedo un futuro, è fatto di questa
il posto di lavoro
il sacrificio è una
chiodata sul ventre di carta
stringendosi addosso assoluzioni e i colpi bassi delle ghiacciate
( l’unica concreta, flagranza di reato )
e non si scioglie non si scioglie non si scioglie non si scioglie più?
Attento abitante del pianeta
Nel silenzio dei fiori
la nascita deforme dei nessi
s’alza dal letto dicendo
Le parole d’amore appartengono ai poeti,
nella casa i muri crescono
Ma nell’ombelico profondo
nere nuvole come tumori!
Addolcito il tumulto dei giorni
si appresta l’uomo a sopravvivere
non è possibile trovarsi in cerca di se stessi sempre
orfeo! gli dice uno, erfeo! gridando, erfeo! battendogli la
Veggente dalla bocca vuota e l’occhio cavo
In un lago di nubi e calce accesa,
Magari è proprio questa la virtù
e piede s’accampa una pietra
M’è ditte ca  na vote ng’ere amore
riproporsi costante della voglia
Rimetta a noi i nostri cieli la parola aggiustata,
Nessuna lingua umana mi darà ragione
Ti sia leggera questa terra, dixi,
I morti hanno la bocca cucita al perdono
in quel silenzio al centro
Un Dio Ragazzo, che conosce il Ma-mul, cantando
traveste il suo impercettibile fluire
A volte pare ciò che non si sa
un corpo musicale, a vendicare il tempo passato senza fuochi
ma non etereo: scrupoloso
Perché non si stima un uomo dal vestito
faccia con i piedi, ebreo! gli dice allora canta: “canta!”
Nessuna cultura toglierà le mani alle mani,
come avesse avuto un senso
sterminare l’amore sterminato
Io. Tu. Tu ed io. Noi
ben prima del grido che ne certifichi l’orrore
si scrive con la lista precisa dei corpi che siamo stati
labbra che si possono credere cadute
dopo un lunghissimo bacio
Ho freddo, ma come se non fossi io
il tondo del
Nulla da aggiungere, nessun significato
Ripeto ogni mattina la lista e aspetto
e sse durmije cu re pporte aperte
E la tortura esiste. E i fiori di rosmarino esistono.
Una, improvvisamente
urlava maledizioni di penisole
gara a eliminazione e la sua ara,
Avrebbe dovuto appartenere ad altri mondi
è il sogno l’abisso che non si colma
un povero asino legato quel pioppo che cade
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
peso irriso
ma tu segui gli spacciatori di oracoli
tu cura il traguardo, l’ombra viva del pensiero
si prende la ragione
di dire dirsi vedi ancora vado
L’acqua che ci ha bagnato è sudore umano
Domani è la parola.
La verità che non è poesia,
Così ci ruberà un clamore di passi.
Io volevo un amore non questa conversione della pena
il vero amore
persino l’uomo, per l’uomo, gli può diventare già umano:
tu mi guardi mentre io ti guardo dentro
Se la felicità sia il nostro vero
due dita, a scivolargli sul volto
Tu che dormi, ti affido la luce
Sii dolce con me
perché tu sei con me
poche le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
e se ti guardo dentro mi vedo
nella tua fine….
l’inerme che è germinato in noi
animale è l’amore
Volevo un libro chiaro per noi due:
ginestre
come dal più radioso dei balconi.
Prendere in mano la sorte del suo destino e integrarlo
ma nel verso come nel segno trova
effimero passato, forse scritto
o il nostro vero la felicità
Scrivere per disperazione e gioia
hai il sapore del riposo
Avrai poche cose, tra quelle cose
che portano fuori di noi, poche le poesie
come si scrive inventario? Te lo dico io:
Non si sa chi, non si sa dove, non si sa mai
cerco il fango mio unico amico
Abbiamo altre parole questa notte:
che qualcuno mi dica cosa manca, e dove
che può fare acquisti
La merce, siamo noi, siamo la merce
–  ché siamo tutti deboli come una promessa
La gente è uno sbaglio anche quando è lontana.
Il massacro è la mia storia, in allegoria
il mio cielo è tronco d’ali e reti
non sa che il polline sul corpo proprio
Caldo fu il nicchio il più caldo
e Dio non si sarebbe scomodato
da dentro
mai nessuno che sospetti che qualcosa va fermato
Smettila, hai capito? Di immaginarci
se riesci, dove finisce l’omero incomincia la mia fine
Non mi hai mai amato
che mai colsi: onde m’acclaran gli anni
tu non parli, non spieghi me al me
Sarò sempre un po’ meno di quello che sono,
assorto in un tramonto spalancato
Non voglio fare il poeta ma amare si, cristo!
Quando l’acquisto riguarda il pane, i tempi
con gli ultimi voli della notte e il brucare in silenzio
e diventare l’agognato essere dei sogni
non ti rimane niente
Azzarda lo scompenso nel cammino
Vorrei poter accarezzare i tuoi demoni,
La notte è più della morte:
questo freddo che, oltre i secoli, mi parla
Quantomeno somigli il crollo
e anzi, molto meno. Polvere. Ho perso molto
che ne so
ferrose
mi avranno riempito di difetti
è estenuante l’attesa del paradiso
la gatta lecca nel gruppo, prepara per tutti il natale
Ce ne andremo
Ma dì soltanto una parola e l’anima mia sarà salvata
scostandola in silenzio
Cosa dirai di me dopo che tutti i mutamenti
spiccano ogni volta felici il volo
dove era il mio occhio oggi c’è mare e cielo
La bocca è un’alba schiusa
sudore umano tutte le mura che vedi
gente che proprio non ne sa niente
Vedo dal buio
perché sia familiare la rovina
come avessimo avuto un senso, o guardavamo il mare
Eludendo i tuoi cento sospiri
La perfezione del primo vero male
la pelle ai vestiti
come bianco pane di Spagna
t’avrei lavato i piedi
eccomi, sono qui per finire
Forse possiedo il cammino
quel che la notte sanguina
di quelle che (non) mantieni in silenzio
tutto
era me stesso
chi è necessario dice ciò che resta
oppure mi sarei fatta altissima
Alba cerulea di primavera
non ha le nocciole
Adesso
guardati! dalle parole dei Grandi
la prossima impronta
La selva automatica e squillante, l’anonimato azzurro
sono prossimi alla redenzione
non è detto di no quando potuto, non è detto di no neppure volendo
Còssa podaràeo mai dighe al mar
un òn che l’à remà sempre tea pianura
ma per quanti scalpi di tiranno s’è adoperato
come quando tra i boschi alla marina
ci troverà i tuoi
vestendo le strade della mia infanzia
Maneggiami con cura
Vivere è impiccarsi a un fiore
Vorrei dare un nome al più caro
mia madre canta
mondo è qui

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1 Comment

  • Quasi un poema perché sfiora le tematiche filosofiche/poetiche:antico dilemma:pensiero e cuore:ma qui vince il canto e la bellezza
    La poesia vera quindi
    Simonetti Francesca
    Cell:3687855960

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