Gio Ferri e la poesia ‘malumorosa’ – una nota di Giuseppe Zagarrio

 

di Giuseppe Zagarrio

Gio Ferri (La parola tradita, T.E., Milano, Poemetto-progress, Rebellato, Treviso; La Res/ponsabilità, Laboratorio delle Arti, “La culva catenaria”: tutti del 1973) indirizza la sua appassionata denuncia, ironizzando a caldo, sulle dinamiche fondamentali – e tutte fallimentari – della nostra civiltà: quella del cristianesimo (e si legga ne La parola tradita tutta la sequenza dedicata al Cristo, dffidente, disamorato, sottaciuto e non capito), quella dell’umanesimo, l’altro corno, laico, della creatività, ma fattosi anch’esso meschinello e castrato, putrescente, carnascialesco e insomma limitato a quell’Uomo che vede se stesso e anche più in là suo padre suo figlio, ma non sempre e mai mai di più.  E ancora le sequenze dedicate alle prassi – anch’esse degradate – dell’illuminismo e del socialismo. Con una conclusione che sarebbe tutta negativa se non fosse che da una parte insiste, sia pure assurdamente, ad operare l‘idea-parola del socialismo a conforto o sostegno, dall’altra in quanto si apre la possibilità, e il poeta la percorre a fondo, dell’ironia, appunto dell’accorgimento satirico operato sui responsabili della degradazione morale, che sono poi tutti raccolti nel personaggio egemone del Poemetto-progress. Il piccolo eroe borghese di buon sapore lombardo e pariniano, e certo aggiornato ai tempi.

Va pero aggiunto che la febbrile ricerca di Gio Ferri non si arresta al mondo dei significati quali si mostrano dominanti nei due volumi succitati: essa, infatti, si sposta (ed è interessante il fatto che la ricerca sia compiuta in contemporanea con l’altra) sui significanti – come appare da la Res/ponsabilità, il libro più aperto alla sperimentazione. E vero pero che è consapevolmente diretta a scompigliare la comunicazione borghese; ed è in ogni caso eticamente garantita dalla calda opposizione ideologica operante non solo a latere degli altri due testi, ma all’interno dello stesso testo sperimentale. Dove dopotutto non hai alcuno spazio per giochi più o meno criptografici; del resto il titolo è già in sé segno e significato, il che rispecchia – vogliamo servirci del brano critico con cui Alberto Cappi conclude con perfetta misura la sua prefazione al libro: “il rapporto di colui che scrive con i personali miti esistenziali, ideologici, e la maturità di coscienza esposta e di coinvolgimento nella prassi di liberazione”.

Registriamo di Gio Ferri un ulteriore recente libro che conferma il suo umoroso sentire: L’Appartantento, Mantova, 1975 (“organismo tetro governato dall’asintattismo prevalente, metafora della vita chiusa, perduta, ‘venduta’. Ma soprattutto anamnesi atroce dell’epoca del capitalismo fondata sulla famiglia, sulla proprietà privata, insomma: sull’appartamento, sul particolarismo, sulla miseria del soggetto che accumula, capitalizza, espande…” ( cfr. S.Lanuzza, in L’apprendista sciamano, D’Anna 1979).

Va aggiunta per altro alla ‘poesia lineare’ quella interartistica (integrata dalla grafica e in generale rivolta alle esperienze ‘visuali’)’. Appunti per un trattato sulla violenza, Altri termini, Napoli 1977, Il gesto della spoliazione, La locusta 1980 (saggio sull’architettura); Fragile, Myself Print 1980; Edipiade (a quattro mani con il grafico A.Mutinelli), ib.198l.

(da Giuseppe Zagarrio, Febbre, furore e fiele / Repertorio della poesia italiana contemporanea 1970-1980. Collana “Civiltà letteraria del Novecento” Mursia ed., Milano 1983)

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