Il viaggio nell’inferno dell’appartamento – una nota di G. Bàrberi Squarotti su Gio Ferri

 

di Giorgio Bàrberi Squarotti

Le stanze del testo poetico di Gio Ferri, per suprema ironia strutturale, coincidono perfettamente con le effettive, reali stanze di un appartamento borghese: l’appartamento diviene insomma il luogo intorno al quale si svolge il discorso poetico e la struttura del testo stesso, lo spazio della versificazione, dell’accumulo verbale, dell’invenzione, del genere in forza dell’acutissima riutilizzazione della lontanissima metafora propria della tecnica poetica delle origini (le stanze della canzone). Abbiamo cosi la camera da letto, il bagno, la cucina, il salotto, il ripostiglio, che costituiscono, al tempo stesso, le stanze dell’appartamento e quelle del testo poetico, con una scansione che è, insieme, quella del giro del prigioniero intorno alla sua prigione, alienante e ossessiva, quale è l’appartamento borghese per la famiglia che lo abita, e quella delle tappe del viaggio, del tutto obbligato e infinito, lungo quelli che dovrebbero essere i gesti fondamentali e originari del vivere: il sesso, il cibo, il pensiero, la memoria, che, nell’inautenticità borghese, appaiono grottescamente e miseramente decaduti, ridotti a recitazione o a falsità o a banalità o, comunque, sempre a bruttezza, a vergogna, a schifo, a menzogna.

All’atmosfera chiusa, soffocante, oppressiva dell’appartamento borghese, questo simbolo evidente dello spazio costretto della vita nel sistema, dell’impossibilità, in esso, di vivere davvero, di compiere in modo autentico e veramente vitale gli atti primordiali dell’esistenza, senza coinvolgerli radicalmente nel disgusto e nella decadenza irrimediabile e immedicabile, Ferri contrappone il sogno (non più che un cenno, un’allusione, alla conclusione di ogni stanza) della bellezza, dell’autenticità, della vita piena, sincera spontanea, pura: ed è il margine di romanticismo che resiste, nonostante tutto, in questo testo cosi angoscioso, crudele, amaro, desolato. Ma è anche il segno che, nella rappresentazione dell’appartamento come tipico luogo borghese, con tutto l’orrore di cui è colmo, Ferri non pone alcuna compiacenza, non indugia per il gusto dell’obbrobrio, dell’autoflagellazione, della degradazione. E le distanze, che sono poi, in ultima analisi, ‘i segni del giudizio’ al tempo stesso morale e ideologico, molto duro e severo, fino all’empietà, sono indicate soprattutto dall’invenzione verbale.

Il linguaggio di Ferri nasce, apparentemente, come accumulazione magmatica, sia come composizione, che tende verso l’abnorme e lo scandaloso, di parti di parole, agglutinazioni di lettere e di suffissi e di prefissi, sia come moltiplicazione verbale, seriazione sinonimica che, però, si esercita come ricerca della maggiore quantità verbale nella direzione delle indicazioni del disgustoso, dell’osceno, del volgare, del degradato, del repellente, ottenute per via fonosimbolica, piuttosto che come variazione effettivamente semantica. Nello spazio dell’appartamento si celebra, in queste forme, la rappresentazione totale dell’inautentico borghese, proprio nei momenti fondamentali dell’esperienza dell’uomo (come abbiamo già visto): sesso, cibo, intelletto, memoria o infanzia; ma il linguaggio che Ferri continuamente e accanitamente si inventa, finisce col risolvere tale rappresentazione in una sorta di danza macabra e grottesca, dove la tragicità insita nella degradazione di tutte le modalità dell’esistenza fisica e intellettuale (e la distruzione correlativa di tutti i miti tradizionali, di amore, di semplicità, di spontaneità, o di verita e di autenticità almeno dell’infanzia come l’età non ancora toccata dalla volgarità e dalla costrizione delle regole di comportamento e di vita del sistema) si verifica alla condizione molle, vischiosa, malata di un essere nel mondo che è, sempre più angustamente, essere in un appartamento, abitare qualche stanza, chiudere in esse gesti sempre più assurdi, insensati, privi di relazione con quella che dovrebbe essere davvero la vita (ma che non è piu immaginabile altrimenti che in visione o in sogno).

Cio che colpisce, nel linguaggio di Ferri, è il fatto che la malattia del mondo, della società, della vita (e, anche, della letteratura: di qui l’ironia che segnala lo scollamento che è inevitabilmente presente fra la rappresentazione e il giudizio, fra l’invenzione verbale e oggettuale e il progetto ideologico) non è mai la malattia del discorso poetico, cioè la forza del lessico che definisce fonosimbolicamente o apertamente, per diretta dichiarazione. La patologia della non-vita borghese è sempre sopra l’oggetto della raffigaruzione negativa, non ne è mìmesi, ne è registrazione. Per tale ragione questa sorta di viaggio immobile e grottesco autour de sa chambre da parte del poeta coinvolto nella condizione inautentica del mondo borghese, se è, per un verso, anche la raffigurazione della decadenza e della riduzione a pura illusione della struttura letteraria del viaggio come modo di esperienza e di verifica della condizione del mondo che il protagonista compie, è anche il segno del distacco, sempre un poco furioso, irato, amaro, rispetto ai luoghi soffocanti che egli visita, all’annullarsi e al verificarsi di tutto cio che compie, di tutto cio che incontra, oggetti e persone e situazioni e idee e parole. L’invenzione verbale è l’indicazione e la rivelazione del ritrarsi del poeta rispetto all’ossessiva e oppressiva condizione dell’appartamento, ed è anche il modo con cui è dichiarato, appunto, inferno il luogo che viene percorso e visitato, e allora la dimensione e la struttura del viaggio riacquistano un significato:  quello di un’acre, impietosa, feroce traversata del negativo che, tuttavia, ritorna continuamente su se stessa, e non arriva mai a concludersi nella visione delle stelle.

L’unico inferno possibile (e vero), oggi, è il sistema borghese, che si concreta nell’appartamento della città e in tutto quello che in esso avviene (o, meglio, si crede che avvenga, e, in realtà, non è che finzione e menzogna): ma la poesia che lo descrive è anche la dimostrazione della corrosione e della distruzione della poesia stessa, che cerca di resistere e di durare, allora, attraverso l’inesausta riproposizione dell’invenzione del proprio linguaggio, fino a farlo concrescere e accumularsi su di sé, come orazione dall’alto del pur improbabile coturno tragico sull’impossibitità di vivere davvero e di scrivere davvero, se atti e parole non possono che ricadere nello spazio assurdo e senza echi dell’appartamento.

(Da collana “Simboli oltre”, L’Aquilone Ed.. Mantova 1975)

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