un tale, una tale – tra oralità e scritture n.16: Perché bisogna sempre parlare?

 

[Chiude il primo ciclo di Un tale, una tale – tra oralità e scrittura curato da Ida Travi e si apre un secondo ciclo a cura di Luigi Bosco titolato SoloVoce. Seguirà, a suo tempo, un terzo ciclo, ma di questo vi diremo più avanti… i.t.]

di Ida Travi

Vorrei affrontare la questione dei maestri: nell’immenso territorio tra oralità e scrittura entrano maestri insospettabili, non solo poeti, antichi o contemporanei che siano. Chi attraversa questo territorio rintraccia i suoi maestri seguendo le vie più interiori e più impervie, spesso fuori dai libri.
Ora, chiudendo il primo ciclo della rubrica “un tale, una tale – tra oralità e scrittura” vorrei fare alcune considerazioni in proposito a partire dalla mia esperienza di poesia. Lo farò in maniera indiretta ritornando con la mente ad alcune sequenze di un vecchio film.

NASCITA DI UNA POETICA

“Questa è la mia vita” è un film di Jean Luc Godard. L’ho visto a quattordici anni ed ha condizionato tutta la mia vita, tutto il mio rapporto con la poesia. Lì, nel buio d’un cinema a Milano è cominciata la mia lotta con la parola, scritta e parlata, in quel buio ha preso forma la coscienza d’una solitudine. Lì ho rintracciato il fondamento della mia futura poetica : “Perchè bisogna sempre parlare?”

IL NASTRO

Anno dopo anno, riavvolgendo il nastro all’indietro, mi sono trovata a scrivere come parlo/scrivo ora in poesia, ma tutto è cominciato allora…ed è assurdo.
Godard uno dei maestri? Difficile per me dire cos’è un maestro. Ma forse ancor più che dalla poesia del ‘900 l’insegnamento mi è venuto dal cinema…
Certo Godard giganteggia. Certo Godard ha segnato il suo tempo. Godard è una di quelle figure che, a modo suo, ha cominciato, a separare l’uomo dalla donna, ha cominciato a distinguere l’uomo dalla donna (Masculin, Féminin 1966 ). E certo Godard, a modo suo, attraverso i sussulti d’un secolo, mentre rimandava al cinema muto attraverso il cinema parlato, tra una parola e una didascalia, tra una voce e una vetrata, ha indicato anche a me una via che era un’altra via. Una via di conoscenza che pareva oscura, e invece era molto illuminata.

L’ASSURDO PARLARE

“Dovremmo poter dire quello che vogliamo dire visto che riusciamo a scriverlo”
ma non ci riusciamo…Allora raccontiamo storie assurde, perchè lo sappiamo, ciò che siamo non è comunicabile. Il mondo non è comunicabile, è evidente, e tutto il resto è un imbroglio….L’intellettuale legge, la ragazza chiede, ci si muove in un rimando di specchi. E’ una tragedia a cui assistiamo dal buio d’una sala dove, è nei patti, tutti guardano e nessuno parla. Ma fuori da lì…fuori da lì, prima o poi qualcuno ci domanda qualcosa e noi non sappiamo rispondere. Raccontiamo storie assurde, è evidente, eppure proprio in questo assurdo parlare c’è un risveglio, una rinascita. Con l’assurdo parlare assegniamo di nuovo il perdono alle parole, come se toccasse a noi perdonare le parole…Sono solo parole. Ma lì davanti all’altro che ci guarda, nel riconoscimento d’un attimo, forse c’è la nostra redenzione.

REDENZIONE

Dal cinema ho imparato la necessità del taglio, il rigore del montaggio. Sono stata inondata di doni. Nella lotta con la parola tra voce e scrittura come non farsi illuminare, come non farsi redimere dalla parola che resuscita, come non uscire a testa bassa dopo aver aver fatto conoscenza della luce che incombe sulla fattoria dei Borgen in Ordet di Dreyer? Come non imparare da Bresson, dai silenzi, dalla fede incrollabile d’un condannato a morte? E dai bisbigli, dal rumore delle chiavi contro l’inferriata? Come non imparare da Bergman (è come se volessi dire a me stesso qualcosa che non voglio ascoltare da sveglio) là, nel posto delle fragole…

UN ATTIMO PRIMA DEL TEMPORALE

E come non imparare da Tarkowski…? Come non pensare a quel padre, Arsenij, quel padre poeta, che misurando il tempo passa attraverso il figlio, misura la distanza ed entra nello specchio, nello schermo, nel punto esatto in cui viene assegnato un perdono? Come non ascoltare l’assurdo parlare e la sua voce da agrimensore che semina la parola? Come non comprendere, nella sala buia, il peso della pronuncia proprio un attimo prima del temporale e la voce che si libera… da cosa? …mentre “sente dalle inferriate/della sua vivente prigione / il sussurrare dei boschi e dei campi/ il rombo dei sette mari”

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