Vicolo Cieco n.26: La critica che vorrei – atto secondo

 

Credo che lo spazio espositivo debba vivere in un rapporto dialogico con lo spazio dell’opera.
Così come un autore dovrebbe tornare a identificarsi con un editore che incarni e veicoli il suo agire.
L’importanza di certe scelte andrà a discapito non solo della qualità, ma della trasmissibilità di un pensiero.
La non adeguatezza del posizionamento ha contribuito a una forma caotica di un meticciato non produttivo ed esaltante delle differenze, ma  banalizzante nei contenuti.

Se, come credo, ogni opera sia relazione che chiede di essere accolta, compito della critica è individuare la soglia di un intimità che si espone.

Non capire che ogni mostra è una sfida all’ospitalità,  è un insulto al pubblico che viene relegato a comparsa, al lettore a cui non si forniscono luoghi del riconoscimento.
Lo scotto da pagare non è solo la perdita della memoria o il rifugio in un eterno presente, lo scotto è la perdita di possibilità della ricollocazione di un opera o di un testo.
La grande bufala dell’immediatezza ha costretto a rivestire tutto di un appeal,  come se l’opera dovesse essere fashion e nessuno fosse più in grado di leggerla al di fuori di uno spot.
Credo sia necessario riappropriarsi di una sorta di sfioramento per stabilire un nuovo carattere corporeo con l’arte e la letteratura, stabilire una sintonia tra il carattere differenziale che ogni opera stabilisce.
Il proustiano inabissamento dell’autore nell’opera ha fatto si che tutto sparisse in un calderone indefinito di percezioni multiple, in una poetica dell’imprecisone che ha legittimato carriere di curatori, opinionisti e quant’altro.
Non ho personalmente nessuna avversità verso un massimalismo modernista, lo ritengo soltanto responsabile di un riflusso estetico, come ritengo del resto la provocazione una rivendicazione di un’attribuzione. Ma l’incongruità spesso forzata  che si è prodotta sulla definizione dei luoghi e degli spazi ha generato soltanto un’alterazione della sensibilità.
Quando parlo di sfioramento intendo quel processo di costruzione di un senso comune organizzato attraverso nuove sensibilità, quel liberarsi del luogo comune della riconciliazione artistica che possa far tornare l’espressione prima di tutto contatto comunicativo.
Probabilmente una sorta di depressione congenita e di ansia della cura si sono impossessate, oggi, di un panorama letterario e culturale in genere. Ma proprio l’emergere di queste problematiche fa si che, trovandoci davanti a nuove domande, si possa pensare di riformulare nuove riflessioni.
Una galassia critica che deve smettere di procedere attraverso capri espiatori sarebbe gia sulla buona strada, cosi come addetti ai lavori che procedano consapevoli delle zone di contatto e non in nome dell’audience.
Un dibattito serio che ragioni sul pubblico e sul lettore, che non esponga il fianco a delle strumentalizzazioni è sicuramente possibile, a patto che ci si liberi di quell’ottusa presunzione di aver detto tutto che non produce altro che rendere tutto invisibile.

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