Caterina Davinio: ‘Fenomenologie seriali’ – una nota di Giacomo Cerrai

 

di Giacomo Cerrai

Di quali fenomenologie parla Caterina Davinio in questo libro? E perchè seriali? Come dice lei stessa, della “malattia d’amore” e della poesia, “fenomeni seriali cui prestare scientifico interesse”, e quindi con il necessario distacco (epistemologico, direi), poichè “non dobbiamo farci illusioni: qui si racconta uno spazio vuoto, dove non filtrano immagini del mondo, ma loro incerte promesse, non verità, ma giuramenti volubili d’innamorato”. Da queste poche parole in premessa potremmo quindi intuire una poetica, già storicamente attestata nell’arte del ‘900, della ripetizione o serialità appunto, ma anche una convinzione della eterna riproducibilità (e riproposizione) di amore e poesia, sia come fatti inscindibili l’uno dall’altra, sia come perenni dinamiche dell’animo umano.

Certo, c’è il vuoto (della disillusione, del disamore), c’è la volontà – per combattere il dolore – di depotenziare questi fenomeni (amore, poesia) oggettivandoli appunto a fenomeni da esaminare con occhio freddo da analista. Come artista digitale e d’avanguardia affermata (v. note bio), Davinio sa come fare. Certamente, come dice lei stessa sempre in premessa, con “la sintassi spezzata e un uso minimale della parola – epifania nello spazio bianco, frammento di storia che continua altrove – la punteggiatura eversiva, il discorso rotto dall’intensità biologica (si badi bene, non sentimentale) del desiderio, del pianto…”. Ma anche con una selezione accurata del lessico che appropriatamente il critico Francesco Muzzioli, nella esauriente postfazione, definisce “tagliente” (come pure le immagini che esso produce) legando questo esito alla “tecnica”  dell’autrice (e qui – aggiungo – di nuovo è forte il richiamo a modalità artistiche moderne) di “ritagliare” via dalla continuità temporale dell’evento uno spigoloso frammento fenomenico. Come non farsi richiamare alla memoria Hains o Rotella (Matisse, ovviamente) o la tecnica à plat  violentemente contornata di tanta pittura moderna. Sul versante linguistico e stilistico, invece, un certo Antonio Porta. In questi contorni, il dualismo amoroso io/tu, come nota ancora Muzzioli, si frange di continuo, si dilata e si comprime all’interno (ancora e tuttavia) di un lirismo che è però, aggiungerei, “concettuale”, quasi un ready made poetico all’interno del quale il frammento esperienziale fluttua. E’ nella seconda parte, Squeeze, che questa compressione viene in parte liberata, per quanto il dolore permanga alcuni vuoti tornano a riempirsi, c’è più narrazione, quasi una riconciliazione con un canto, con la consapevolezza di una specie di gloria della sconfitta amorosa, della “nostalgia / dei chiodi nelle mani / e nei piedi danzanti”. Scrivevo tempo fa che l’unica poesia che vale la pena di leggere è quella che  ti aiuta a leggere il presente, o meglio ancora il futuro. Quello che affascina in questo libro di grande coerenza è che affronta un tema antico e privato ma restituisce uno sguardocontemporaneo e collettivo sulla realtà.

da Fenomenologie seriali

VI

Il bene camminava scalzo
Era nostro malgrado
E nonostante noi
Andava intorno vago
sole scappato alle orbite,
e le traiettorie del tuo spazio avevano
lunghe curve,
non misurabili parabole.
Mentre io ti giuravo che sempre.
E spergiuravo che
per
sempre.

La pensilina tagliava prospettive oblique tra cielo e terra
Si conficcava fra binari e nubi grigie
Con il nostro precario senso
Fendeva la retina passiva
Il cuore fermo.

VIII

Il giallo oro verdicante come
angoscia
Che fende il mio spazio – cielo il liquido
sole mio cielo –
Tuonava in alto, poco sopra l’orizzonte
E il verde grida nell’erba
E il piombo delle nubi chiude il
coperchio
E l’acqua diamantina conserva tutto del
mondo nei solchi di terra
e ancora un po’ di mondo
e la luce tutta da bere, fredda
E il sangue di rampicanti avviticchiato
ai pini
E il verde nero dei pini
E il mio passo di sole tra i fili di grano
E la tua casa, prima del bosco
E la tua casa prima
le cose tue l’aria tua
il mondo tuo e il pensiero tuo
gli amati tuoi
E il tuo tempo
Il tuo tutto
Il tuo ferro la tua pietra.

IX

Così forte, e mi chiedevo cosa fosse

Perché l’urlo di dicembre schianta
querce secolari
E io strappo le mie foglie i miei rami
E io pianta nuda non odo che stormire
di fronde
e rumore di
ali tra le non-foglie i non-rami
e il freddo del tronco rotto
e il fuoco
del non-tempo
non ho tempo
non ho più tempo

Conto secondi secolari
anelli nel tronco dei nostri alberi,
spezzo tutti i rami nostri e nulla
mi consola.

E scalza sul prato ferito (rosso-sangue)
non lascio tempo
niente al caso
a deserto, le gemme.

X

La collina
non ha che il rosso del sangue e il nero
delle foglie marce
tremo al passaggio della tua
ombra
e ricordo ogni secondo del non accadere
registro il tempo del non,
tutto.
Le sue fìtte, i colpi bassi.
Dico:
Stringimi e non accadere, amato mio,
non dirmi adesso, un giorno
mai
Non dirmi.
Ch’io ti racchiudo e ri-contengo tutto
Come il tuo cuore batte sangue mio (perché ti corro
nel bruciante petto?)
E ancora, sulla bocca ciliege
uccise come rosa e dolce,
sale e riso e se.

GUERRE

XV

L’acqua riga colline dure
Fianchi scabri
Versanti nodosi e neri.
Strappo fili d’erba come corro sentieri
nel bosco
E vanno le mie morti
innumerevoli
a passo di soldati
Marciano compatte,
poi rompono le righe
ferocissime giù per gli
inguini e i seni
come lingue e denti,
graffi e carne,
vanno dure come battaglie in me
e a fondo nei miei crepacci.

XVI

(Nella nebbia-fine)

Osavo,
ma non oltre il confine del
tuo passo
Perché non esistessero verità oltre te
E null’altro su cui posare lo sguardo.

E
quando il freddo la sapeva lunga sulle
mie ossa
di creatura scaltra ma senza piani
ricordavo che non potevo,
e l’indomani sarei
(andata)
dove terminano
tutte le stazioni
E le ore
E le curve
E i punti di fuga
E le infinite funzioni matematiche.

XIX

Mentre gli orologi scandivano
tondi secondi
ore e secondi bruni, così precisi di toni
medi, né chiari, né forti
né scuri, né grigi
La mia lente si fece dura
e perfino il silenzio, luogo più
grande dove metterti.

Caddi
senz’armi
senz’aggrapparmi.

L’ora dilaga in tutte le sfumature
rosso sfinito
assolutamente metodico, con tavolozze
di mestiere,
sciorina medietà silenziose, ficca
passi regolari
a un lungo funerale.

da Squeeze

LA CASA II

Così sapiente di cose dimenticate
di coloro che più non sono.
Il viale zitto tra alberi alti
ora piccola siepe nuova
e le pietre ora lisce, la vernice fresca
sotto cui riposano altri strati e storie
d’occhi, voci e corpi fanciulli,
di elastiche ossa adolescenti, respiri primi
del passato nostro, Padre Nostro,
quel santuario di piedi scalzi danzanti in
una vita forse solo sognata.

E poi affondare occhi tremendi nel tramonto – nell’infinito dolore –
che filtra dalla siepe tremula, fiorita nella notte di luci
sospesa sull’orizzonte rosso – debordare
nella fine –
passioni di poesie tragiche
dove fu odiata la vita, cresciuta in gemme turgide
pregna del minuto;
geme adesso, e piango l’ora priva,
l’aria greve riarsa tra corteggi di vespe
sciami assediami d’inezie,
così anche l’oggi fugge, inevaso.
Come masticare suoni nuovi, canti fieri di presente
confusi a quelli d’allora, dalla profondità dove
il tempo rovina
scandito da luttuosi orologi,
pretendendo ciò che è suo:
tempo e altri segni di tempo.

CHAT LOVE 2005

I

Wonder_38

Il tuo nome acceso
nel monitor e il cuore
rapido come una freccia.
L’anima è cosa sottile,
l’anima è vetro,
taglienti i suoi frantumi
nel petto di sangue.
Dal pianeta, il più distante dal sole,
tu,
o solo il tuo nome
come un arco lucente.

II

Liebling.
Da una luna remota
ti scrive amore
nero su bianca luce di plasma,
segni d’inchiostro e amicizia,
carezze
e altre cose sensibili
(cerchi di niente)
segnali di ciclo vitale alieno
con cui ti sfioro.
Oh, cose future!
Accesso remoto agli occhi,
al cuore!
Due punti, parentesi
(sorrido)
lacrime, come apostrofi e virgole,
sorrisi come parentesi e approdi.

Dimentica.mi @ @ @
:0

,,

(

.

,

segni e segnali

dalla petrosa via lattea;

dalla luna cometa,

il mondo

.

III

Chat_love_4

Un giorno dopo l’altro
accendo le macchine,
dispiego la loro immensa memoria,
ogni giorno
incendio i motori,
poi dentro mi spengo.

Ma il tuo nome è un arco lucente,
solca la notte del monitor come una freccia,
come una cometa
e mi manca quel farti sentire.

Lo sai che non ho miti.
Amo le automobili da corsa
e poche altre cose
che non posso dire.


LA PARTENZA S’APRE

terre di nessuno
dove lo sguardo s’allunga
incredulo

Forse niente,
ipotesi di passione pensata,
un numero
in un indirizzario,
recapito
a infinito punto-it,
inesauribile
appunto
sul taccuino o tempo
sull’apatia della bonaccia
che svuota le vele,
due note,
due lettere,
una virgola

,
segno segreto.

Nota: ho omesso le traduzioni inglesi di David W. Seaman, benchè interessanti, per ragioni di spazio e perchè non le ritenevo indispensabili, in questa limitata selezione, per definire la personalità dell’autrice.

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