Milo De Angelis: ‘Tema dell’addio’ – una nota di Sebastiano Aglieco

 

Può ingannarci la copertina del libro. L’immagine descrive nitidamente un paesaggio caro al poeta: una periferia sconsolata; l’architettura dimessa, quasi monocromatica, di una strada di Milano. Potrebbe sembrare una fotografia, e invece si tratta di una pittura ad olio (1).Per capire questo libro si potrebbe partire da qui; dal senso, tutto simbolico, di un paesaggio – ritratto, non oggettivamente rappresentato, e quindi a suo modo rappresentato. Colpisce, se semplicemente si analizzano gli incipit dei testi, i fitti riferimenti alle visioni scomposte di una urbanità che non protegge; i vagoni dell’Eurostar; Milano e l’asfalto; una camera; le torri e il caos; i cavi sospesi; una strada di Roserio; l’estate; il traffico; un groviglio; una corsa a Villa Scheibler… Si tratta di paesaggi dell’anima – nel senso che il dolore li ha reinventati, alimentandoli di una mancanza di senso: le linee di quel tram sulla copertina del libro, non convergono, umanisticamente, nel punto che origina l’illusione della prospettiva. Quei fili ci suggeriscono piuttosto le trame della tela di un ragno; le infinite direzioni verso una meta sconsolata o un illusorio luogo in cui riposare; qualcuno ci obbliga, e la nostra destinazione è sconosciuta; dobbiamo andare, ogni cosa può mostrarci solo la sua viandanza.

È in questa urbanità periferica che si situa ogni nostra storia. Si tratta, più umilmente, di una cronaca, priva dei vessilli alti e lusinghieri dei grandi accadimenti; e il tono delle parole, quelle che tutti i giorni pronunciamo senza le formule della retorica, delle ricorrenze e delle parate, è la nostra intima lingua che ci lega al sentire. È solo in questa lingua bassa che possiamo trovare la formula della preghiera. Ma in un teatro moderno gli spettatori non sono accomunati dall’antico rito dell’Assemblea; non possono assistere allo stesso racconto in un tempo e in un luogo identico per tutti. Non sono più capaci di rimandare, in coro, la stessa domanda a uno stesso dio silenzioso.

La preghiera dei moderni è un atto semplice, personale, che solo un dio benevolo, nostro fratello, potrebbe accogliere. E così non è. Il luogo e il tempo sono quelli del nostro personale dolore, ma questo corteggia, o desidera, l’unione in una rosa, quel simbolo, altissimo dell’assoluto che ha attraversato tutte le culture. Nella contemplazione di una rosa c’è la richiesta di un pensiero immobile, fermato, «il luogo del fiore senza età» in cui l’ignoto non può che inchinarsi allo splendore del non accaduto, del mai donato al mondo.

Il testo manoscritto riportato nella quarta di copertina, ci suggerisce espressamente una traccia: «Quell’ignoto che in pieno giorno / ci porta via, quella rosa / affranta che appare nell’unione, / sua orbita segreta, siamo noi. / Siamo noi il luogo della cronaca / e il luogo del fiore senza età» (pag. 56). Conservo di questo testo, una rara versione in copie limitate con alcune varianti (2), in cui il poeta ha voluto suggerire con il suo testo, l’idea di un giardino d’inverno. E il pittore vi ha aggiunto i suoi colori, i freddi e splendenti colori di una lamina d’alluminio, sfocata nel nero del carbone. Un giardino, un luogo di sosta da cui contemplare l’idea di una rosa che è sfiorita, una rosa dimessa, che non splende e non profuma, ma che, appassita, ci sta accanto e ci suggerisce un senso. Questa rosa non si alimenta di tutti gli splendori e della pienezza, è piuttosto la luce che ci è stata sottratta, la visione che abbiamo ritardato e che non può più ritornare. L’estremo saluto e l’estremo dono che Orfeo può offrire alla sua Euridice è «una semplice / poesia, quel sorriso umano / e trascorso che vedevi in ogni / sillaba, a te una sola/dedica, cenere che si fa / respiro, atto unico» (pag. 69).

Cos’è, dunque, questa offerta, se non la speranza che la parola possa raccontare la storia di qualcosa che è già avvenuto e che chiede di essere fermato, per avere senso, nel tempo immutabile del respiro? Tempo immutabile e cronaca. Com’è possibile conciliare questi due opposti? È lo stesso poeta che, nel nostro non sapere, nella nostra irrisolvibile ignoranza, osa tentare una risposta. «Tu / non ci sei. Resta la tua assoluta / voce nella segreteria, questa / morte che non ha luogo» (pag. 23). I cimeli dei morti non sono oggetti; sono, piuttosto lacerti aurorali, macchinari che sostengono il corpo. È la prima funzione metafisica che gli antenati hanno attribuito alle pietre luccicanti, ai denti degli animali, alle spirali osservate nella sabbia. È la prima “téchne”.

Per noi moderni, essa riveste piuttosto la funzione di un pensiero altro, dislocato dal senso primigenio del “guardare oltre”, del cercare la faccia di un dio attraverso il suo totem, i suoi oggetti, la sua naturale parvenza nel mondo. Per i moderni è diventata il luogo della mera riproduzione. Ma cos’è la parola, se non téchne, voce, capace di riverberare il suo senso e di donarcelo nel tempo assoluto della dizione?

Dei morti, dunque, ci rimangono le voci come prolungamento di un corpo che non capiamo più, che dobbiamo relegare in un’idea di metafisica. I loro oggetti, i cimeli, ci dicono che essi sono ancora qui, vicino a noi; che non abitano una terra lontana e irraggiungibile. Tra il cielo e la terra, tra la riva di un fiume, un mare e la soglia della nostra casa, i morti rimangono a osservarci nel freddo che improvvisamente invade la nostra mente ed è in questa maniera misteriosa che si siedono vicino a noi. Questo è il loro modo di essere apparenti e presenti. Noi non possiamo far altro che vivere nell’illusione, o nella speranza, di tenerli vicini il più possibile, di conservare e percepire quell’aura che emana da questa téchne, da questo prolungamento significante del loro senso: «Nella stanza, nel modo esatto/di disporre gli oggetti, c’era la tua attesa» (pag. 50). Reggiseno, forcina, cuffia, rimmel, paltò. Luoghi, cose, parole a volte urlate, a volte sussurrate, pensieri che non si possono dire. Ecco tutta la nostra vita: una brezza di vento, il rigore imperturbabile di una estate cittadina, l’indifferenza di un buio e di un silenzio.

C’è questa lotta nel libro, tra la constatazione di un non senso, del totale nulla al quale le parole, infine, si arrendono, e la costrizione a invocare, a pretendere da esse la descrizione di un tempo che sia infinito; perché i gesti, le immagini, per sempre possano dire della morte che non ha più tempo: «Ora si è spezzato l’ordine. Ora / ti avvicini alla stanza e resti / nuda per tutta l’estate, con la mano / che gira all’infinito la maniglia» (pag. 77).

Le parole pretendono di superare la cronaca; vogliono cogliere l’attimo in cui tutto si è fermato, e quindi, forse, non è mai avvenuto. L’unico modo di neutralizzare il dolore, è forse, relegarlo nel tempo del suo accadimento, un presente congelato, togliendogli storia e passato, la speranza di un immensurabile futuro. Non si tratta di un’illusione. In questo poeta, il cui pensiero si nutre della lezione della Necessità, è certamente presente l’autorità degli antichi dei; la speranza cristologica è solo lo sfondo della modernità. Questo testo ce lo dice: «Negli estremi atti di forza, nelle labbra sensitive, / nell’impeto che non si fa parola, ti cerchi / e ti consumi, affiori, graffi, ti aggrappi / urlando che questo è il bene eterno, che le stelle / s’incendiano sulla fronte, che rimarremo / qui per sempre. Ti rispondo che ogni dimora / si allontana da chi l’abita, che è la nostra / ultima recita» (pag. 62). Questo testo ce lo dice: «Negli estremi atti di forza, nelle labbra sensitive, / nell’impeto che non si fa parola, ti cerchi / e ti consumi, affiori, graffi, ti aggrappi / urlando che questo è il bene eterno, che le stelle / s’incendiano sulla fronte, che rimarremo / qui per sempre. Ti rispondo che ogni dimora / si allontana da chi l’abita, che è la nostra / ultima recita» (pag. 62).

Ciascuno di noi, nel proprio estremo e infantile tentativo di dare senso al mondo, alle cose che deperiscono, alle persone che perdiamo, potrebbe pronunciare quelle stesse identiche parole «nell’impeto che si fa parola». Ciascuno di noi potrebbe tentare la discesa negli inferi, supplicare Ade perché ci restituisca la nostra Euridice, pur nel rischio di perderla per sempre. Ma questo Orfeo moderno, questo Orfeo senza la grazia di un pensiero salvifico, di un senso che rimandi alla speranza di un altro tempo e di un altro luogo, non può che rispondere indicando la distanza e l’allontanamento: un tram, un taxi, i nostri passi sull’asfalto durissimo, un tempo che ci appartiene solo nella distanza del presente.

Se un dio ci parla, la sua voce è confusa, impercettibile. Le presenze estranee, queste misteriose direttrici dello sguardo, non sono altro che forze misteriose, ostili; epifanie del mezzogiorno, in quell’ora del giorno in cui gli umani possono intuire, negli sfondi di un paesaggio abbagliante, i segni enigmatici dell’esistere. Sdoppiamenti, presenze innominabili nella loro sostanza. Null’altro ci è dato di scoprire o di sperare: «una parola che fu intera assedia la testa, / fruga tra le macerie, fissa incredula / quella luce sovrumana» (pag. 40). «tra i quattro cantoni, silenzio / di fate e di foglie, finché il giallo / si fa scuro, / si fa minaccia nel cielo» (pag. 39). «quel niente / che tiene freddo il pensiero, quel tremito / di lampadine ed aghi, qualcosa / che s’incarcera dove grida.» (pag. 37). «Un istante / in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi, / si fece luminoso, si posò respirando sul petto, / sulla grande presenza sconosciuta» (pag. 12).

Il dono di una parola che sappia cogliere l’essenza delle cose, è il prezzo da pagare a un dio oscuro; è l’offerta per tutti, per le antiche parole di un patto: quello in cui il nostro nome fu pronunciato mentre venivamo al mondo, firmando. «Non ha più contorno / la ferita che abitava nel seno, / preme sui vetri e sulle pentole, / esce tra i semafori / della Prenestina, grida che niente / diventerà parola, che tutto / era scritto» (pag. 75). Quella ferita, che improvvisamente ha perduto il suo tempo, e si è fatta oggetto del dolore di tutti, è diventata il sigillo stesso dell’inadeguatezza del mondo; il dolore ritorna alle sue origini, ha portato a termine il suo compito; è diventato semplicemente il soffio della città che lo consuma tra i vapori di un’estate torrida. Il suo niente può diventare parola, perché tutto era già scritto. Tutto questo avviene nello sfondo di una stagione assoluta, tra l’asfalto e i centimetri di un spazio angusto in cui due persone, gli sposi promessi, affidano il senso a parole assolute, a gesti semplici: gli ultimi. In questi momenti, le cose ritornano al loro vero nome. Le parole si riducono all’osso, all’estremo loro senso. In un piccolo recinto, qualcuno ci chiama, ci giudica ancora, per l’ultima volta, e ci riconduce alla terra da dove siamo venuti.

Non c’è altra verità nelle parole: l’azzardo della vita è trovare la vittoria su un tatami, a tre secondi dalla fine. Ma questo avviene molto raramente, questo avviene in un tempo che non ci è dato di conoscere. La nostra visione abituale non può essere che fermarsi «Dove ondeggiava il sangue, dove il perfetto / insieme era più nostro» (pag. 26). La stagione assoluta di questo libro è l’estate, un’estate terribile, come un volto cattivo che appare tra le nuvole. Una bocca che secca tutto, che ingoia tutto. Una nomenclatura, quasi ossessiva, fin dalle prime pagine: «Milano era asfalto, asfalto liquefatto» (pag. 12). «Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate» (pag. 14). «Nell’estate del tempo umano, nell’ultima estate, / c’erano tutte le strade» (pag. 16). «un metro di asfalto e di nulla // e il respiro è d’asfalto, le labbra d’asfalto» (pag. 26). «L’ultimatum, anche quello, / ce l’ha dato l’asfalto, l’asfalto» (pag. 26). «resto accanto / a te, ai tuoi sandali / che l’asfalto bruciava» (pag. 30). Fino a questi versi bellissimi: «Noi che abbiamo conosciuto / il cuore di ogni giorno e il cuore senza età, / l’idea che illumina la carne, / la sapienza delle misure / e il lampo, noi ci lasciamo / qui, in due metri di cemento, con un atto / di presenza, un battito / estivo, uno scambio di persona» (pag. 31). Non ci sono ombre: o un indefinito buio, o una luce accecante.

Questa mancanza di chiaroscuro, è in fondo, la sostanza stessa di questa poesia. Le parole ci appaiono crudeli proprio perché quella scansione, quell’indagine di aghi nelle vene che non si trovano, realizza la coincidenza tra il dolore e la sua rappresentazione. «queste poesie tornano nella loro grammatica, / nella stanza d’albergo, nella baracca / di ciò che non si unisce, anime senza sosta, / labbra invecchiate, scorza strappata al tronco. / Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato, / hanno sbagliato l’operazione» (pag. 18). «Tutto chiedeva / di essere atteso, di tornare nel suo vero nome» (pag. 14). Il suono e la materia del suono sono la stessa cosa.

È come se tutta la poesia di Milo De Angelis, in questo libro, si fosse aperta per mostrare i suoi ingranaggi. Leggiamo ancora le parole che conosciamo: esattezza, misura, secondi, giudizio, compito, costruzioni. Leggiamo le sue ossessioni e i suoi punti fissi, ma improvvisamente ci accorgiamo che il discorso riguarda/riguardava tutti. Quell’estate «è follia di tutti… Ognuno / è lo stadio terminale, ognuno è l’estate…Ognuno chiede dov’è / la vena, presto, la vena » (pag. 36). Ogni perdita è, insomma, l’azzeramento di ogni senso. Nell’esperienza della perdita, incontriamo un dio maestro di giustizia e di nuove parole; un maestro di accadimenti che ci sferzano la faccia perché noi non abbiamo compiuto le azioni giuste, le azioni necessarie. È così che egli ci riporta indietro o avanti di millenni.

Certamente ci ritroviamo in un altro posto. È come se dovessimo rifare i conti, controllare, da un nuovo altrove, dove abbiamo sbagliato: «cosa / è accaduto, amore mio, come / mai,come mai» (pag. 28). Nella corsa sconsiderata che ci porta a inseguire linee, direzioni, a intrecciare il filo dei pensieri con le azioni di tutti i giorni, quelle che compiamo senza mai pensare che di tutto questo il tempo si sta alimentando, il poeta, noi stessi, perdiamo il senso della nostra vita. Spostamenti, corse affannose, illusorie soste nelle stanze per fermare i pensieri. Tutto il libro è percorso da un andare e venire, da un frenetico rincorrersi per le strade d’Italia. I corpi si agitano, scompostamente lasciano tracce, muovono oggetti, percepiscono l’assenza del sangue, sentono che il tempo va riconsegnato al suo ordine naturale, alla logica delle parole.

Ad un certo punto finiscono per coesistere due ordini: quello del tempo bruciato dell’istante, doloroso, che ci assale alle spalle, che non ci lascia scampo, e quello di un tempo che è già avvenuto, dove le persone, miracolosamente, si mostrano nella loro immanenza, consegnate ai tratti di un antico bassorilievo. «Il cancello si apriva, erano le undici, / venivi qui ogni sera, varcavi il limite / del dolore e riposavi su un’intatta / panchina, riposavi ed eri l’arcadia / delle tue mani, quell’essere ombra, quel / luogo senza età» (pag. 78). È già il tempo, il tema dell’addio. È già presentirlo, riuscire a comporlo con precisione, con naturalezza, in brevi momenti in cui la mente riposa, i rumori della città vengono allontanati dalle alte mura di un recinto. Un giardino o una stanza respirano in un tempo più buono e più sincero; mostrano un altro paesaggio, la stanza d’attesa prima di una luce, o di un immenso buio; prima dell’appello totale: «All’appello totale, all’appello / che conduce al sorriso, che conduce / e fa nostro ogni globulo, / manchi soltanto tu.» (pag. 79).

È qui che è possibile percepire una voce che già ci parla da un luogo inimmaginabile. Da un’altra stanza della stessa casa, chiusa per sempre a chiave, possiamo sentire le parole di un augurio: «Noi saremo liberi, amico mio, dimenticheremo / questo fluire premendo il pulsante d’addio, lo stesso / di un fax o di una segreteria che incessantemente / ripete il nostro nome in direzione di bocche e orecchi, / freme, scivola nell’orbita di un tutto o niente che intrappola / la mente, il sangue, le vertebre, quel / niente che non dà pace» (3). Dunque le azioni sono riconsegnate, la voce è intrappolata per sempre, la porta è richiusa. «Si muore così, all’ingresso / di una scuola, un cerchio perfetto» (pag. 29).


Note:

1. Luca Guaitamacchi, “Luci verso sera”, 1989, olio su tela, collezione privata
2. Quattro poesie per il giardino Oldofredi, con poesie di Sebastiano Aglieco, Alessandra Giappi, Alessandro Catà, Milo De Angelis e opere originali del pittore Rinaldo Turati, Edizioni “Il fiume”. Giardino d’inverno: “Quell’ignoto che in pieno inverno/ci porta via, quella rosa affranta/ che appare nell’unione, sua orbita/segreta, sua incenerita luna, siamo/noi.Siamo noi il luogo della cronaca/e il luogo del fiore senza età”.
3. Giovanna Sicari, “Epoca immobile”, Jaca Book, pag. 104.

(già in Dissidenze.com)

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