Il cucchiaio della poesia. Appunti su “Pasta madre”di Franca Mancinelli

 

di Anna Elisa De Gregorio

Ogni poeta ha parole chiave che tornano nella sua storia stampate dalla nascita come nomen interno, quello che i monaci prendono il giorno in cui si consacrano. Le parole scelte o, meglio, che hanno scelto Mancinelli per “legarsi” a lei, sono parole di accoglienza, ad esempio “incavo” o “cuna” nella precedente raccolta Mala kruna (piccolo, prezioso libro di esordio edito da Manni nel 2007), oppure, in questi ultimi inediti compresi nell’antologia Nuovi poeti Italiani 6, la parola altrettanto materna “cucchiaio”, contenitore e contenuto poetico:

masticando si addormenta,
si buca il cuore,
forma un cucchiaio con le mani
per contenersi il viso.

E, ancora, in un altro componimento che apre la stessa raccolta:

cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono
ali. Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole; quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

Da questa breve poesia (sempre Mancinelli si espone con poche parole alla volta, nella sua costante cifra di discrezione, di sottomodulazione fino ad arrivare a volte all’epigramma), si intuisce anche lo sguardo della sua poetica: non siamo noi a voler sfuggire le cose, sono le cose che tentano di liberarsi di noi, intrappolate, tradendo così il vizio occidentale di indicare noi stessi come centro dell’universo. L’atteggiamento periferico di Mancinelli, dove l’uomo è al massimo spettatore e dettaglio, ci obbliga a cambiare “lettura”, a seguire il “suo” occhio, che indica un mondo rovesciato, dove protagonista è un oggetto, un attimo di vita, una foglia, un animale. L’uomo, in questa folla di “uguali” si apre a un “cum” molto più vasto, a un io sempre più “correttamente” minimo, che è significante nel momento del confronto e della compassione con “l’altro”, chiunque esso sia, compresa la morte. Questo è ciò che differenzia Pasta madre (parte di un secondo volume di poesie ancora inedito), da Mala Kruna che è viaggio di formazione dove l’io è fortemente presente in una fisiologica maturazione dalla fanciullezza alla giovinezza, dalla conoscenza dell’amore, alle inevitabili “perdite”, come dice Elizabeth Bishop parlando di lutti e di sottrazioni. Anche nel primo libro troviamo la parola cucchiaio: ‹‹se oggi avessimo la febbre insieme/ saremmo come due cucchiai riposti/ asciutti nel cassetto…››. Qui è presente il due dell’esperienza amorosa di coppia, mentre nei versi di Pasta Madre c’è un noi che comprende e rappresenta, con tutto il suo limite, l’umanità intera.

“Cucchiaio” è il poeta che si rapporta al mondo raccogliendo e decifrando a suo modo ogni rumore, umore, che lo sfiori. La scrittura diventa “dimora” di questo sentire unico, del tutto solitario, momento di illuminazione sul nascosto, parola da trasmettere agli altri (quasi una necessità per esorcizzare il perturbante) per farli compagni, come in questo piccolo, sorprendente quadro quasi magrittiano, dove il momento è eternato nella sua quotidiana imperfezione:

sono tornati nomadi i quadri
scorrono come lampi rotti
sulle pareti dove un ritmo batte
chiodi insicuri, incerti semi, e tu
dalla mattina presto
in piedi sulla sedia
a cercare l’angolatura esatta
il punto a cui restiamo appesi.

La spoliazione rigorosa, silenziosa in questo impasto caotico che è il nostro divenire, è la via di Franca Mancinelli (forse la strada non si sceglie, semplicemente si percorre), dove sostanza e forma camminano di pari passo nella sottrazione del superfluo sia verbale che di senso; l’enjambement stesso, che di per sé sarebbe figura di rottura (di rumore), che obbliga a fermarsi al comando di chi scrive, si nasconde nella levità delle immagini, diventa solo ricerca di pausa silenziosa.

Scomparire nella condizione dell’altro significa “essere come”: ‹‹come in un giorno di lavoro››, ‹‹come farebbe una gatta con il figlio››, ‹‹come fiammiferi›› o ‹‹come un foglio››.  Lei stessa si fa madre, albero, cane, respiro del mondo e fatica del respiro: ‹‹padre e madre caduti/ frutti che non potevano/ marcirmi attaccati/ mentre nudo imparavo/ a reggere il cielo/ come un uccello sul dorso, lasciando/ campi e case ad affondare./ L’azzurro torna/ a coprire la terra. Trattengo/ nel becco il ricordo,/ il seme che sono stati››. Con questo “seme”, altra voce amata da Franca Mancinelli, di quelle che evocano speranza di continuità, metamorfosi, maternità, memoria, ci congediamo da Pasta Madre e dalla sua giovane autrice (che ha ‹‹…un giro di frase lieve e tuttavia disposto nella terza dimensione››, come ha scritto sul recente numero di «Poesia»  Massimo Raffaeli) in attesa di leggere il suo secondo libro.

(“Pasta madre”di Franca MancinelliNuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini, Einaudi 2012)

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