Milo De Angelis: ‘Terra del viso’ – una nota di Remo Paganelli

 

di Remo Paganelli

Il principio interno e generativo di questa poesia a me pare consistere in una soluzione – emotiva e tecnica – molto somigliante alle scomposizioni del primo futurismo e di Boccioni in particolare: gli oggetti e le situazioni si trovano ad essere di continuo frammentate e viste da ogni lato per virtù di una quasi prodigiosa facoltà (e velocità) di spostamento e di associazione.
Non è qui un metodo, una maniera, bensì la sostanza nuda del reale, attraverso la quale ci si imbatte in modo brutale nella tragicità della storia.

Questo è il più importante nodo da sciogliere se vogliamo capire (oltreché sentire) Milo De Angelis. Per questo non sono per nulla d’accordo con l’ignoto redattore della bandella, quando afferma che il testo è irrimediabilmente sciolto dal contesto (come se fosse possibile!) per il semplice fatto che pochi sono i riferimenti comunemente omologabili nel concetto di “storia” o “biografia”. Ribadisco che la realtà orribile della nostra generazione vi è presente (certo in forma più mimetica che critica) in quantità copiose e basta abbandonarsi al gioco crudele dei rimandi per rendersene conto fisicamente.

Il fondamento epistemologico di tale operazione coinvolge un nuovo sentimento della storia che altrimenti “dà soltanto notizie” nella sua repentina e rapace velocità di morte, sentimento che risiede nella potenza (identica) concessa alla parola, concentrata in brevissimo spazio ma significativa per il gioco quasi infinito delle risonanze che produce e assolutamente non enigmatica.

Questo è l’altro falso da chiarire. La pretesa e ormai leggendaria pretesa di sibillinità e orfismo di De Angelis è tale solo per chi vuole affrontarlo con gli strumenti di una “raison” cartesiana, non tenendo conto che si tratta di un’altra ragione, legata alla mitologia, alla sostanza arcaica del pensiero poetico, potente e asciutta, spartana – come stavolta sostiene l’ignoto recensore e giustamente – dato che il polo testuale più importante per De Angelis è proprio la classicità, un’idea del classico mutuata sulla categoria nietzschiana del dionisiaco, dello ctonio, talvolta temperato dalla gestualità liberatoria di un atletismo sereno e quietamente grande come l’apollineo.

Difatti, la metafora ricorrente in questo libro coinvolge lo struggimento e la nostalgia per il momento altamente gnomico della gara, della corsa in pista, una volta giovane e corretta nel sogno classico, ora piena di tranelli, dimidiata e non catartica, se non fosse per la morte che ci attende già prima del traguardo, ed è nel dialogo di una delle più commoventi poesie (31 agosto 1941).

Continuazione di un tale immaginario è il comparire frequenti di eroi sportivi – da Simpson a Brumel – e di battaglie su campi da gioco tagliati da luci scorciate e infangate (con memoria a una certa tradizione che trapassa la poesia lombarda) in cui appare la figura del padre: non casuale preponderanza di un’atmosfera bellica e invernale, come in “Luci di una malattia” o nella bellissima e critica lettura dedicata a Fortini. il preteso travestimento in un codice spezzato non devia dall’idea che questo sia un libro compattissimo, un discorso, un romanzo segnato dal rincorrersi di icone, un io decentratissimo e fortemente imperativo.

( a cura di Roberto Russo. Remo Pagnanelli, in “Marka”, giugno 1985 )

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