La qui assente – dall’introduzione ad Una rapida ebbrezza. I giorni genovesi di Elisabetta d’Austria

 

 

Vivo della mia vita imperiale e so intenerirmi.

Raffaele Perrotta

 

Alla fine di marzo 1893 l’imperatrice Elisabetta d’Austria passa qualche giorno a Genova, in totale incognito: dalla sera della Domenica delle Palme alla mattina del Venerdì Santo. […]

I testi dei giornali genovesi non hanno niente di letterario. Sono la pura cronaca, possono sbagliare per carenza o sovrapposizione di notizie, ma non per eccesso di sublime, come nel diario di Christomanos, o per eccesso di romanticismo, come nei tre film. I giornalisti hanno parlato del fatto, come è loro dovere. Il simbolo è cosa da interpreti, tutti postumi e successivi, per forza di cose: compreso il D’Annunzio della Virtù del ferro.

Gli articoli di Genova mostrano tutte le ossessioni di Elisabetta: le camminate di ore, l’attrazione saturnina per la morte e per l’arte dei morti, il bisogno di spazio. È proprio la tensione che Cioran ha notato, dal punto di vista del pensiero. Elisabetta sale sul Monte Gazzo con «invidiabile forza di garretti». È vero, «Sissi nutriva una vera passione per ciò che è estremo» (Borgna), e a Christomanos ha detto, l’anno prima: «A me non interessa assolutamente sapere a quanti metri di altezza sono arrivata». I metri sono segnalati dai giornalisti di Genova, non a caso: è una curiosità per il popolo che legge il giornale, e il popolo siamo noi. Elisabetta non è così: «Può interessare ai turisti: io voglio soltanto salire». Ha anche ammesso, candida come la piccola Heidi: «Io non mi stanco mai». Dire «può interessare ai turisti» e «io non mi stanco mai» significa, in parole povere: io non sono normale, io non sono un fenomeno da sociologi e psicologi; sono un’Altra – completamente Altra – e non sono come voi. È qualcosa di simile alla filosofia di Carmelo Bene, ma senza l’orgoglio umanistico delle citazioni a raffica: il diverso è «il qui assente», perché la presenza è degli altri, attori e viventi, che leggono il giornale e pensano di poter fare politica. Carmelo Bene non è più un attore, perché non rappresenta più l’opera; Elisabetta non è più la sovrana, perché non rappresenta più lo Stato, ma solo se stessa. È davvero la qui assente: ecco la traduzione postmoderna del «più completo incognito» del 1893.

Anche il giornalista del «Secolo XIX» coglie qualcosa dell’assenza: «evitare in ogni modo e con ogni mezzo di essere osservata dal pubblico». L’ultima parola è interessante: il pubblico, non il popolo o la gente. Il pubblico è l’insieme degli spettatori o dei fruitori di un locale. Ma nel 1893 non è più il momento di rappresentare niente: così la performance imperiale assume una libertà inconcepibile.

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All’Imperatrice piace l’arte, in particolare la scultura, quella simbolica e funebre di Staglieno. Sembra che a Genova cerchi qualcosa o qualcuno, gli esecutori di un’iconografia o un progetto da realizzare: un simbolo. A questo punto la rappresentazione realistica non è più il suo problema.

A Christomanos ha detto: «L’arte è soltanto una creatura del nostro anelito verso un’esistenza che vorremmo ci fosse data; nasce dal nostro struggimento per l’unica patria, e ne indovina le forma». Davvero ha detto così? Così parlò Elisabetta? Sì e no. Così parlarono le Vergini delle rocce di D’Annunzio. Elisabetta cerca solo un’intensità non realistica, come le pose delle statue. Nel 1893 ha già rinunciato ai ritratti, sia in pittura sia in fotografia, e questo è un fatto. Ha rinunciato anche agli obblighi dinastici: due figli su quattro sono morti, e lei non sarà più la madre del nuovo imperatore.

Vienna le è insopportabile: troppo fredda, troppo imperiale, e troppo familiare. Bisogna viaggiare, in tutti i sensi: per questo le piace il monumento funebre di Carpaneto, con l’angelo navigatore. E anche il corpo deve essere teso come un arco, bisogna forzarlo a dimagrire e a correre. Il vitalismo di Elisabetta non è vita, così come la «macchina attoriale» non è l’attore della norma: l’Amazzone di lusso non può più identificarsi con un ruolo, perché la sua vita non è più la rappresentazione di qualcosa. Il rischio è sempre lo stesso giudizio: «Vi sono dei giornali che la pretendono pazza», scrive il «Secolo XIX».

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A Genova si può vedere l’apertura totale dello spazio, tra cielo, mare e montagna. Nietzsche ci si è esaltato come Dioniso: «Rendo grazie alla mia sorte che mi ha fatto capitare in quella dura, austera città durante gli anni della décadence: e quando uno va a Genova è ogni volta come se fosse riuscito a evadere da sé: la volontà si dilata, non si ha più il coraggio di esser vili» (lettera a Peter Gast, 7 aprile 1888). L’aforisma 291 del libro IV della Gaia scienza è un inno: il genovese ha sempre cercato di «interporre tra sé e il suo vicino la sua personale infinitudine», «ad ogni angolo della strada, trovi un uomo che sta per conto proprio, che conosce il mare, l’avventura e l’Oriente, un uomo che è avverso alla legge e al vicino, come a qualcosa di tedioso…». Queste parole si possono applicare anche ad Elisabetta, né più né meno.

L’Imperatrice «si appalesò amantissima di quanto la nostra città ed i dintorni, vantano di bello e di artistico», lo dice anche il giornale. L’amantissima non è sempre la dea oracolare di Christomanos, il suo commento sulla Liguria dall’alto è semplice, quasi giulivo: jolie, jolie. Nessun aforisma da Zarathustra. Solo una dolcezza francese, come se l’Imperatrice «di molte favelle» non avesse mai saputo l’italiano. A Christomanos ha detto: «Anch’io ho dovuto imparare l’italiano, ma è una lingua con cui non sono riuscita a familiarizzarmi. Del resto, sarebbe stata fatica sprecata». Ma sul Monte Gazzo parla una voce semplice, che non deve cercare di essere memorabile. «La volontà si dilata», la parola diventa un soffio della «personale infinitudine»: jolie…

( dall’introduzione ad Una rapida ebbrezza. I giorni genovesi di Elisabetta d’Austria, a c. di Vittorio Laura e Massimo Sannelli, Edizioni GMT, Genova 2012. Per informazioni : www.unarapidaebbrezza.blogspot.com )

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