Come certe danze del caucaso – una nota di F. Fortini su ‘Terra del viso’ di M. De Angelis

 

di Franco Fortini

Cinquantasette brevi poesie: le legga oggi chi si occupa di poesia nuova e domani anche chi non se ne occupa mai. L’autore, trentaquattro anni, è alla sua terza raccolta. Versi difficili: che non volano però al vento sulle foglie della Sibilla, ma se ne stanno ostili come scacchi a partita giocata e vogliono che noi la si ripercorra all’indietro, fin dall’inizio. Danno il labirinto e il filo, non la pianta. Il titolo intende che la faccia umana è terrestre, un’area misurabile e coltivabile, come si dice Terra Nova o Terra del Fuoco. Materia e basta. Ma quando a dirlo è una voce così esasperata, è come gridasse: spirito e basta.

Tra i versi vengono avanti ragazzi e giovani in gara e in rischio, come per un’educazione greca; e la luce può ricordare quella dell’alba di Platone, dopo il convito. Con l’aiuto di grandi di ieri, come Campana, Mandel’stam e Celan, De Angelis vuole imprimere una regola rigida e razionale a un modo di immaginare il proprio discorso, che può invece procedere solo per balzi e scatti, come certe danze virili del Caucaso.

Il personaggio-autore attacca le parole a mano armata, attento a punirsi subito d’ogni moto di compassione. Ma, per fortuna della sua poesia, vedi a occhio nudo la fragilità del cristallo che specchia siffatto atletismo. La sua solitudine è tanto più vera quanto più recitata; la fine della sua giovinezza è reale, non solo fantasticata. Così, di poesia in poesia, il lettore paziente assiste, come in teatro, a un movimento a vista. Quando scrive “la rada gioia del paradiso” o “soltanto il mio turno, benché eterno”, è ancora nel proprio ruolo “sublime”; ma quando scrive “ritrovo una sintassi nei secoli già studiati” o “da un punto decrepito qualcuno ritorna e spara” oppure “l’armadio dei pochi vestiti / con cui cambiare una civiltà”, senti che al di là della perentoria angoscia di assoluto e di apocalissi, il poeta sta passando dalla ricerca di fratelli a quella di amici.

“Sì, l’aveva giurato”, dice l’ultimo verso di una bellissima poesia-dialogo (“31 agosto 1941″) su di una podista sovietica che, già morta, taglia il filo di lana; e quello è ancora un giuramento solitario. Mentre, della più ricca contraddizione tra ira e pietà, testimonia, con altre, una poesia di pochi versi che mi sembrano memorabili. Ha titolo “Nei polmoni”, ma meglio le converrebbe quello di due altre composizioni: “Colloquio con il padre”. “La coperta, la sua forza mentre crescevamo. / O gli occhi che ieri furono ciechi, / oggi tuoi, ieri l’inseparabile. Le fiale, / il riso in bianco diventano l’unico / mondo senza simbolo. Materia che / fu soltanto materia, nulla che / fu soltanto materia. Vegliare, non vegliare, poesia, / cobalto, padre, nulla, pioppi”.

(Franco Fortini, “Panorama”, 2 giugno 1985)

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