Sul bordo del baratro: una nota di lettura per Caterina Davinio

 

di Mauro Ferrari

Credo che la difficoltà di accedere alla poesia di Caterina Davinio – poesia composita e originalissima, prova di creatività che si colloca a fianco di innumerevoli esperienze artistiche non solo poetiche di cui rappresenta una sorta di prezioso Prologo – sia trovare il (soggettivo) punto di accesso, laddove cioè la superficie del significante si apre o meglio lacera. Allora, in una raccolta che ci fornisce una cronistoria (attentamente non cronologica, come carte sparpagliate ad arte per scombinare ogni possibile lettura diacronica e ogni ricostruzione “storica”) della prima fase dell’opera poetica di Caterina Davinio, troviamo un clamoroso ossimoro nella striscia sintagmatica «Fino all’ultimo stadio del male / delizioso» (p. 42): qui l’enjambement, altrettanto vistoso, separa ma tende e rende visibile lo spazio irreale fra i due termini. E, poco oltre (p. 55), si parla di «durezza nella dolcezza», con un’allitterazione sonora e dentale che ha una funzione affine. Si tratta, infatti, di una poesia basata anche a livello macrotestuale sull’ossimoro, o meglio su una contraddizione interna di cui l’ossimoro è l’evidenza parcamente attestata ma perfettamente calzante. Due campi si fronteggiano, combattendo ma paradossalmente alleandosi a volte per definire, insieme, i campi dell’umano: dolore e piacere; o, diremmo ancora, caso e necessità, vita e morte, amore e odio.

Siamo, insomma, in presenza di una delle rare attestazioni di una poesia contemporanea che non si rifugia nel laccato minimalismo (meglio se autobiografico), né fa dell’esibizione intellettualistica il proprio centro nevralgico; né, tantomeno, Caterina Davinio punta sulla perfetta tornitura del verso: questa è invece poesia vera e forte, diciamolo chiaro, corrusca e sporca («il mio sporco infinito», p. 122), che osa esporsi direttamente e senza mediazioni, sfidando la cosiddetta fallacia autobiografica che avvertirebbe di non azzardare troppo banali sovrapposizioni fra uomo che soffre e artista che scrive. È una poesia che raccoglie in un unico fardello un’esperienza di vita comunque piena e dolorosamente gioiosa – avanzerei anch’io un ossimoro – che in Italia ha ben pochi uguali, e che non si rifugia nemmeno nel maledettismo più o meno di maniera, né tantomeno nel moralismo.

Quella di Caterina Davinio è una poesia che gronda vitalismo, fisicità e corporalità, che credo ci faccia amare oltremisura la vita proprio perché affonda le unghie nell’azzardo e nella morte – nella sfida alla morte, anzi; tutto questo senza retorica, né nella costruzione dei versi né nella dimensione narrativa e asseverativa di questa sorta di diario allucinato e lucido.

«Scavare gallerie / nella polpa» (p. 108): ecco la definizione di un progetto vitalistico che, dipanandosi, diventa sempre meno progettuale, sempre più fuga – e caduta – dalla noia: «si cade innamorati per contrastare la dura noia / quando ci si innamora si soffre / quando ci si annoia si soffre» (p. 112). Partendo da questa consapevolezza soggettiva, allora, viene costruita una maschera teatrale e schizofrenica dietro cui sfuggire la banalità, ingannandola e correndo verso una vita da ghermire oltre ogni bene e ogni male: «volevo con le unghie ogni giorno tremulo e appassionato» (p. 150), confessa la persona del protagonista; e ancora, poco oltre: «quel che offre l’attimo prendo». Ecco allora che davanti al libero arbitrio si apre un tragico baratro: da una parte l’ennui mortale e dall’altra un gioco vitalistico ma altrettanto pericoloso.

Storia? Sì, le date (a cavallo fra il 1975 e il 1990) ci raccontano di anni di piombo ed eroina; i singoli testi ci raccontano però una storia – meglio, ci offrono istantanee frammentate, a heap of broken images che non ambiscono a un’organicità assoluta – attraverso cui la ricerca del piacere (momentaneo ed effimero, come è sempre leopardianamente il piacere) si fonde con l’immersione nel dolore come sistole e diastole. La ricerca affannosa della droga è vagabondaggio, dilazione e attesa («l’attesa è tutto», p. 36); la resurrezione alla vita dopo una notte di droga, o la lucidità che illumina fra due baratri è dunque la conferma terribile di quanto valga «quella vita / che manca» (p. 38) e di come essa vada corteggiata per sentirsi vivi un giorno di più, ebbri sul bordo dell’abisso.

(Postfazione a Il libro dell’oppio, di Caterina Davinio, Puntoacapo Editrice, Novi Ligure, 2012)

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