Caterina Davinio: ‘Fenomenologie seriali’

 

Compaiono oggi, ancora, libri di poesia – pochi, per fortuna – che ostentano un linguaggio instabile, provvisorio, che pretenderebbe d’essere riconosciuto come di nuova avanguardia, ma che resta àfono, incapace di indicare senso anche oltre un dettato enigmatico evocativo, come pure potrebbe accadere in poesia. E’ ciò che assolutamente non si può dire di questa prima raccolta di Caterina Davinio, che l’autrice umilmente definisce un “libretto”.
Non si tratta né di libretto infatti, ché la silloge raccoglie ben 62 testi sedimentati lungo quasi un decennio, né dell’ennesimo giovane autore ansioso di bruciare le tappe, ché l’autrice ha superato in età il mezzo secolo, ma di un’opera “colma di voce”, matura, frutto di accuratissimo lavoro sul linguaggio, affinato anche grazie al noto lungo lavoro dell’autrice sulla poesia visuale e dei nuovi media. I testi appaiono in traduzione inglese, frutto di una collaborazione tra l’autrice e David W.Seaman, che appone il suo appassionato commento a fine libro, dove appare anche un’analisi dal taglio critico molto interessante di Francesco Muzzioli.
Già nella sua Nota a inizio libro C.D. avverte che il suo è un “uso minimale della parola” e che il fuoco tematico di questa scrittura è nel descrivere lo ”spazio vuoto”, quello che oggi la vita rivela attraverso i due fenomeni seriali dall’amore e dalla stessa parola, non più capaci, come l’autrice ritiene, di tradursi in verità percepibili. Sono riflessioni singolari, ma dal riconoscibile sapore universale, che nascono da un’interiorità che si avverte cablata su un’interrogazione incessante sull’essere. Lo confermano, senza che la poeta ne sia forse consapevole, le due coppie di versi in apertura e chiusura del libro, emblematiche di una premessa e di un traguardo della scrittura:  Dove inclina la curva vana / impronunciabile è infatti, già perentorio,  un blow up sul limite della comunicazione umana, e i versi finali Tutto era rosso/ E niente forte come la pietà manifestano tutta l’accorata consapevolezza del dolore universale insieme al grido di un residuale valore di salvezza.
Lo sguardo sul vuoto del mondo si riversa nei testi senza toni urlati, ma con pacato disincanto; vi è una rara sapienza della parola nell’inscenare l’indicibile tragicità dell’esistere perché ogni testo appare come un seme lasciato germogliare in un’atmosfera rarefatta che ha azzerato ogni dimensione temporale, sebbene satura di memorie, con richiami, per esempio, a un  dio sanguinoso/ senza tempio, che annullano anche ogni illusione religiosa. Un’indegnità di abitare il mondo che accomuna esseri umani e vegetali, in un urto elettrico che rivela la loro somiglianza di entità sterili, attonite,senza orizzonte. Uno sguardo calmo, spietato, mai liricizzante, in una ripetizione quasi ossessiva del termine pupille, a sottolineare la fissità e il disincanto.
Questi testi colpiscono per la capacità di parlare di contemporaneità ai contemporanei, rappresentando l’angoscia universale dell’oggi senza inscenare minime tracce di quotidianità. Anche senza le visioni e i suoni del vivere si avverte-poeticamente- l’implosione del mondo, l’urto inesorabile tra le entità anima e morte, voce di allodola e diamante. E di continuo, sullo sfondo, la pupilla, come fondale giudicante, occhio che solo costeggia una evanescente felicità, orbita che si fa paradigma di un centro s-centrato. Una poesia dunque di sicuro né gioiosa né estetizzante, ma scabra, frequente di lessemi che evocano il freddo, il rigore: verdicante, diamantina, ferro, pietra. Una scrittura che si porgecome domanda insistente di significato, consapevole di una impossibile risposta, invasa da un colore rosso, quasi a richiamare la ineliminabile universale sofferenza.
Dove, dunque, e quale, “amore”?   Qui amore è visto come realtà parallela, un mondo altro, denso e pure inconsistente, dove regna il tempo del non, dove la presenza fisica dell’amato si mescola alla dimensione di un oltre evanescente. Come fosse, l’amore, un accadimento di salvezza e insieme di annullamento, che mantiene un suo feroce irraggiungibile mistero. E l’amante-ombra si fa anche mezzo per specchiarsi, per ri-flettere l’orrore della morte del sé, destinata a ripetersi ad ogni di nuovo . Sorprende, in un’autrice immersa per lavoro in una dimensione ultratecnologica densa di energia e perenne vitalità, questa “imperdonabile” visione dell’esistere, questo nuovo nichilismo che si avverte emergere da lunghe sofferte riflessioni filosofiche che si fanno largo nella sua acuta sensibilità tra i vortici vacui e veloci dell’oggi. L’impossibilità che la realtà venga riconosciuta perfino nella sua espressione più vitale, quella dell’amore, e che un misterioso magma oscuri il territorio dei sensi, è infatti poeticamente dichiarata in : tu senza sempre/ senza mailacrime e cenere e grandissimi fiumi, e si annida in un orizzonte estremo che vede quella nostra morte/ allineata sul vetro, dove risuonano volutamente ironiche le scontate parole: così – voglio amarti per sempre.

E ancora l’orma riconoscibile e intensa della poesia prende corpo nella capacità di rendere l’eterno ambiguo profilo di eros-tànatos e  nel testo “Nella nebbia fine” crea versi limpidi dove l’effimera promessa d’amore si contrappone alla cupa potenza del tempo che nullifica. Sì, questa scrittura sembra cantare – senza lirismo – un preludio della fine, ma senza generare angoscia. Anche nella sezione Squeeze, più luminosa di squarci, più tenera nello sguardo, dove il verso E il cielo mi faceva azzurra ricorda quello, indimenticabile, E mi sarei fatta altissima, della sfortunata poetessa Claudia Ruggeri, ma è senza il suo tragico richiamo, piuttosto con uno squarcio aperto ad un’accorata speranza.
In quest’isola rarefatta del disincanto totale, è chiara e percepibile, a dispetto della perentoria dichiarazione iniziale dell’autrice, la gratitudine alla parola, la sola capace di innescare scintille di senso. Cos’altro dicono, altrimenti, i versi-consegna: Così recita l’epitaffio/ Consumò vivendo tutte le parole/ Se avesse toccato il mondo/ Avrebbe preso fuoco. Insomma vorremmo credere che C. Davinio, attraverso la sua coraggiosa ricerca sul tempo-nulla e sulla parola che in esso vive e muore, abbia raggiunto la consapevolezza del segno-logos come mistero del limite e insieme umana soglia di salvezza. La sua scrittura colpisce per maturità e novità dello stile, per il suo essere felicemente pietrosa, oltrepassare la sintassi, cercare un ritmo dal respiro breve, franto, in versi come singulti, come pause sul margine di innumerevoli abissi che sono i versi a fine testo, messi là come cartelli-avviso: il cuore fermo; che non siamo più noi; segno segreto; fuoco.

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