Tutta la gioia possibile: una nota di Antonio Porta su ‘Somiglianze’ di Milo De Angelis

 

di Antonio Porta

Scrive in splendida chiarezza Paolo Volponi parlando del recente “Festival della gioventù” di Ravenna: “La felicità è un desiderio profondo e pulito dell’uomo: per raggiungerla le abbreviazioni, oltre che le mediazioni, sono insufficienti. Occorre realizzare che contro la felicità non c’è solo il divieto (poliziesco di fumare lo “spinello” (le droghe leggere), ma che c’è la società capitalistica, la quale poi non è soltanto il prelievo del plusvalore e la difesa di ogni privilegio, ma è anche distorsione e freno dei desideri, occupazione del “personale” con tanti miti e tabù, fino a dividerlo e a sfondarlo…”
Queste parole, scritte da un “ancora giovane” per i giovani (dunque anche per gli “ancora giovani”), conducono al centro del problema della nuova poesia, appunto quella dei giovani, che stanno emergendo con l’autorità che deriva dall’avere un messaggio preciso da trasmetterci, una serie di emozioni in cui coinvolgerci. Milo De Angelis è certamente tra i più dotati, quello che, insieme a Cucchi, ha rotto gli indugi e ha avuto il coraggio di dirci di fare il gran salto, di servirci del linguaggio della poesia senza remore, per sondare le reali possibilità di “gioia” che ci vengono offerte dalla storia che sembra realizzarsi soltanto per negarla.
Quando De Angelis, inedito, fu presentato da Bàrberi Squarotti sull’Almanacco dello Specchio del 1974, appariva in “surplace”, per usare il gergo del ciclismo, e la sua posizione ancora “difficile” e contraddittoria, come veramente faceva rilevare il suo prefattore. Da una parte la consapevolezza che la “verità” fosse sempre altrove rispetto al discorso della poesia e dall’altra la convinzione che sussista “un margine” di mistero, cioè di possibilità, di rischio, di hazard per la parola, bene al di là delle dichiarazioni d’impotenza e di illusorietà di essa…”. (cito sempre Bàrberi Squarotti). L’indugio di De Angelis dipendeva, a mio avviso, dal fascino e dall’orrore che esercitava in lui la constatazione della morte; l’ovvia conclusione del ciclo biologico e vitale non riusciva ad accettarla pacificamente come un dato naturale, piuttosto la respingeva come fosse un “insulto” alla vita privilegiata dell’uomo occidentale.
Ecco, l’abbandono di questa tanto pervicace idea di “privilegio” nei confronti della morte, ha segnato il passaggio di De Angelis da quella sorta di paralisi orrifica in cui si trovava al nuovo movimento della sua poesia (che nell’attuale raccolta si concentra sopratutto nella sezione intitolata: “L’ascolto”). Sono questi due versi a rivelare il momento dello scarto dalla precedente posizione: “Ma già l’accadere è accettato: / non si potrà rispettarla, la morte”.
Come accade spesso nella storia della poesia, nel corso del suo contraddittorio divenire, tipico di una logica che è sempre “scarto” dalla normalità,dal senso comune, l’abbandono di una ideologia di morte coincide con il riconoscimento della vitalità del linguaggio, coincide cioè con la sensazione che il linguaggio diventi “corpo”, che il reale e il simbolico diventino la medesima realtà, come nelle culture cosiddette “primitive” (come ha fatto rilevare di recente Nadia Fusini, in “Il piccolo Hans”, n. 9, 1976) E’ con questo linguaggio poetico animato e vitalizzante che De Angelis ha cominciato a fare le sue richieste di “gioia”, a interrogare gli eventi cercando di spremerne fuori, per così dire, ogni luminoso residuo. Ha scoperto, ancora, che la perdita e l’impotenza sono “fatati”, cioè storicamente inevitabili, e che occorre mettersi in caccia di quello che ci rimane: o la ragione selezionante o la registrazione e la trasmissione delle emozioni. De Angelis procede con mezzi apparentemente paradossali: cerca cioè di sfruttare la non durata del fenomeno chiamato realtà, e al vuoto sostituisce l’effimero, consapevole che quella “gioia” di cui si diceva all’inizio, si manifesta in tempi infinitesimali, proprio ai confini di quell’altro fenomeno che chiamiamo “tempo”. Dice: “Anche questo polso / batte, vuole qualcosa, / una grande risata, vicinissima. / Ma è tempo ormai di non far durare le cose”.
E’ questa la strada giusta per ridare peso e valore al “privato” rispetto al “pubblico”, al “personale” rispetto al “collettivo”, per fare interagire queste entità in apparenza opposte, per coglierne fino in fondo anche il significato politico, se vogliamo infine convincerci che i problemi hanno le stesse, storiche, radici. A cercare di sciogliere nodi tanto delicati il linguaggio della poesia viene a soccorrerci, quando si fa flessibile, antidogmatico, disponibile e insieme disposto ad accogliere la molteplicità dei fenomeni, per restituirci la vita che ci è tolta. Certo non solo dal tempo e dalla società, ma questo è ancora un altro discorso e aspettiamo che sia un altro libro di poesia a farlo.

(Antonio Porta, “Il Giorno”, 25 agosto 1976. A cura di Nicola Borletti)

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1 Comment

  • Commovente leggere quest’antica recensione di Antonio Porta. Era il 1976 e nessuno conosceva ancora Milo De Angelis. Porta, anche in questo caso, è stato veggente!

    Roberto Russo

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