Ci frastorna questa furia di voci – Alcune ricorrenze nella poesia di Milo De Angelis

 

insegnatemi il cammino, voi che siete
stati morti, attingete la nostra
verità dal pozzo sigillato, staccatevi dal tempo
e portateci oltre le tragiche colonne
tra i fari dei camion e un piumino
getteremo le più alte
astrazioni in un sussulto di fiammiferi,
torneremo a casa, vi diremo.

Si conclude, dunque, con un ritorno, questo nuovo libro di Milo De Angelis: Quell’andarsene nel buio del cortili, Mondadori 2010. E’ scritto in una stagione della vita che ha travalicato le porte dei sussulti e delle domande ma che, piuttosto, si rivolge alle ombre con uno sguardo riassuntivo, sostando ossessivamente nell’idea di una ripetizione destinale. Sono poesie che abitano ancora il cono d’ombra del libro precedente. Lì si invocava l’addio, la distanza necessaria, delle ombre, dal nostro non poterle più contenere; qui un pensiero portato avanti, come, invece, a volerle raggiungere col passo attardato e un po’ stanco del pellegrino; rendere le armi con onore: perchè «ognuno è solo il suo andarsene», disposti, ora, a imparare qualcosa, «siamo i supplici/rimasti ad ascoltare».

Se dovessi riassumere tutta l’avventura poetica di Milo De Angelis, sceglierei la parola compito, quel gesto feroce e necessario del portare a termine a tutti i costi e che ereditiamo fin dalla nascita per statuto ontologico della specie: «sentirai ogni battito del tuo cuore/come un piccolo dovere», anche subendone l’irrazionalità; gesto che non ha niente a che fare con la concatenazione delle cause e degli effetti, debito e resa, perdita e ricavo, ma rilevante solo perché è la consegna.

«Adesso tu/devi tradurre». Che cosa tradurre? Non si tratta di responsi, vaticini, certezze da interpretare, ma sillabe per le quali trovare un ordine provvisorio. Pur ammettendo l’inconoscibilità del reale, e che ogni cosa è sottomessa a una legge oscura e precisa, a un vero ordine riconosciuto, il poeta non può sottrarsi alla ripetizione del gesto – che è la sua stessa parola – altrimenti, scrivendo, scriverebbe compiutamente una sola volta, e per sempre. Le voci si presentano, invece, sempre, ossessive. Non sono mai acquietate. Il vero nome che si cela dietro ogni nome, è la necessità di dover ricominciare ogni volta, proclamando la grande luce oscura del segreto e ribadendo l’impronunciabilità di ogni verità. Ciò che splende allora, è la voce strozzata, la ferita, le parole offerte al grande Nulla, come se scrivere non fosse altro che questo gesto paradossale del ribadire, del rinascere tutte le volte alla necessità di una medesima dichiarazione.

L’opera di Milo De Angelis è tutta tesa al compito – attraverso la ricerca inaudita di una pronuncia esattissima – di accorciare lo scarto di tempo che separa le parole dalle cose. Perché ciò che esiste veramente, in realtà è già accaduto e noi possiamo solo celebrarne il precario, doloroso splendore. La parola è sempre tesa, fino al rischio della rottura, «l’idea/e lo scisma nell’idea»; cioè l’ammutinamento all’interno della stessa fortezza mentale.

(da La Mosca di Milano n. 23, a cura di Nicola Borletti)

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