Massimo Sannelli: (nuovi) Appunti-asino

 

La rivoluzione «non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta grazia e cortesia». La rivoluzione è un «atto di violenza», per Mao Zedong e nel primo istante di Giù la testa. Qui la rivoluzione non c’è: c’è solo il disgusto tra macchine umane, operatori poetici e mal comune. e il gaudio (fuggendo). e l’audio, l’odio abbandonato a Dio, e adieu per sempre.

puttana santa è la poesia come il cinema per Fassbinder, casta meretrix come un’altra cosa – Chiesa – che esiste malgrado tutto. Il problema non è la puttana santa, ma i suoi figli: figli della puttana, appunto.

Benedetti, De Angelis, Anedda, Conte, Viviani, Damiani, Cucchi, Rondoni sono autori di prose sensibili, nella lingua fredda e ipotetica delle traduzioni italiane di Miłosz o di Brodsky. L’italiano della nuova poesia visibile pratica il discorso, che è proprio discorso politico, filosofico, biografico, ecc. Il suono non c’è.
non c’è per costruire qualcosa, anche di buono. e manca per una speranza. perché?
perché l’officina musicale e suicida di Calogero e Rosselli non è la storia: quello è il margine, e socialmente è il deserto. Il prodotto in prosa è lievemente più vendibile, lievemente è più esposto, e ci si costruisce qualcosa, nel bene e nel male. ma Bene disse: «Sono subissato da infinite mortificanti missive giovanilistiche e no, impregnate di uno sformato verso libero, sintomatiche emulazioni di un qualcosa che i sedicenti autori già da lettori ritengono valore poetico; orrida ‘voce’. Le fonti consacrate dei vati ne sono più che responsabili, dal momento che hanno sempre proposto una ‘poesia’ comunicativa, edificante, a volte satura di decadentismo smidollato, spacciandola impunemente come opera d’arte. Siamo sempre stati vittime d’una poesia che innanzitutto si è sempre beotamente illusa d’essere nel discorso autoriale che tramava».

sopra le ceneri di Giuliano Mesa non si fonda una politica «comunicativa, edificante». Al limite ci si fonda un’etica, ma solo personale. Vale il giudizio di Cortellessa intorno al più Ambiguo dei cattivi maestri: «Per parte mia non da oggi so bene che – pur ammirandoli, amandoli magari alla follia – non è davvero il caso di farsi educare, nonché da Pasolini, da poeti da lui a sua volta molto amati (e di lui infinitamente più grandi) come Dino Campana o Ezra Pound» («Micromega», 6 [2005], p. 161).

Cortellessa dà anche una rhetorica in nuce, e poi un principio di engagement.
non ha tutti i torti, se il problema è fondare la nuova pólis intelligente.
nessuno Stato può fondarsi sul genio autodidatta (Mesa, con la terza media), sul pederasta che dice «la scuola media d’obbligo così com’è hic et nunc in Italia» è «un crimine» (Pasolini), sull’attore non diplomato che nega l’esistenza (Bene), sul regista dei 24 minuti neri (Debord). e D’amore si vive di Silvano Agosti filma un bambino pedofilo. Fa l’amore con una bambina, sembra che siano stati felici. io stesso non so se sia giusto.
sui nomi di chi non potrà educare si fonda la mia dignità, quindi la mia posizione. La rivoluzione è un atto di violenza che forgia un Io, non un Noi.
e poi l’Io grosso dovrà liberarsi di sé: meglio presto che tardi.
La scuola non può insegnare a non pensare più. Di male e peggio in Bene. Di buono in Bene. E Bene non sarà mai il nostro bene, cosa nostra.

l’illeggibile e l’autodidatta non sono educatori della comunità. Sono il suono esposto, le apparizioni della phoné o di un corpo, che finisce come deve finire. Poi la musica parlata cede, per coerenza con le qualità dei tempi. Anche la poesia exit: il suono è antico regime, chi urla la sua magia urla contro chi vive, chi ragiona condanna chi suona.
si chiamava «esitazione prolungata» e non esita più. Sceglie il senso, fugge il suono. poi violenza e violenti, mente violenta e violetta che si proclama fiore, e schieramenti e liste di nomi nell’elenco: l’importante è sapere con chi siamo, per sapere chi siamo. così si farà la bella scuola.
poi la poesia ragiona con le stesse ragioni della ragione, che non ha gola per cantare: per volontà di engagement o per installarsi.

per fare una politica dei pollói – i molti – serve una ragione spendibile.
L’asino non ama più i pensieri. Ora una prosa è il suo effetto di traduzione apparente; a lui non piace più il racconto, né la sapienza. La prosa usata non è quello che l’orecchio cerca, vuole, sa [e non sa – più – niente, e crede e non crede a tutto; è vero che Tutto è in Tutto; e cerca più l’Opera che la parola, più il Verbo che il vero].
L’orecchio [la fenice] morì, e visse, sul free jazz e sull’impeto disperato che trasforma il blessé in blessure (Bousquet, sempre: e nemmeno Bousquet è il buon pedagogo dei molti). e ci sono anche altre fusioni e fusi: non felici qui. e detto l’ho, felice di continuare (benché «doler mi debbia», nello stesso tempo).

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2 Comments

  • Che non possa servire alla comunità (sia chiaro, a quel che ne resta) forse, quasi sicuramente, è vero. La comunità è insieme di singoli però, che condividono qualcosa. A quei singoli si può “parlare”. Ma non è UNA poesia condivisibile per definizione, che è sentimento e traduzione individuale. Non c’è via d’uscita? Sì, c’è via d’uscita. Non è la singola poesia, è la Poesia: la creazione del possibile sempre e altrimenti. Un passo avanti, anche se avanti ci dovesse essere (e ci sarà) solo il baratro. Che sia prosa, opera d’arte, verso/i, sonetto o epitaffio, francamente, non me ne frega un caxxo.

  • Vero. Si deve, forse, tornare, fosse pure criticamente o ironicamente, dopo tanta “vita in versi”, tanta “prosa del mondo”, alla lezione simbolista e poi ermetica del puro suono (la poesia come “esitazione prolungata fra il suono e il senso” di cui parlava, qui evocato, Valéry); o, fosse pure, al paroliberismo dell’avanguardia, riletto attraverso il neo-avanguardismo tragico, la devastante “sperimentazione come assoluto”, di uno Spatola.
    E’ ciò che differenzia la poesia dalla prosa, in fondo; e che può rendere, in certi casi, la prosa stessa (dal “petit poème en prose” alla prosa d’arte al romanzo lirico, forme un poco dimenticate) vicina alla poesia (la “Prose pour Des Esseintes” di Mallarmé, e prima ancora le “prosae” mediolatine, legate alla sillabazione, viscerale e sprituale insieme, alla fisica e sublime “ruminazione”, del testo sacro – come nel D’Annunzio-Debussy de “Martyre de Saint Sébastien”, sontuosamente e splendidamente monotono e tedioso, freddamente cruento, lucidamente sacrificale ed ascetico – Vita immolata alla Musica, grido e lamento e pianto e piaghe fatti musica – “Ognuno uccide la cosa che ama”).
    La stessa “poesia performativa”, la stessa poesia scritta con la “voce dell’inchiostro” deve avere già in sé la musica, essere musica; non aspettarla dalla rituale “messinscena”, dalla prostitutiva ostentazione del proscenio e dell’evento.
    Carmelo Bene faceva cantare il testo, anche quando lo decostruiva; lo “eseguiva” usando la voce come strumento, le parole scritte-dette come note di uno spartito. Ma la musica preesisteva nei segni – “musica ficta”, “musicale silenzio”, “musique du silence”.
    La scuola non può nulla. La poesia non si insegna. Un discorso sulla poesia che non sia esso stesso poesia non ha ragion d’essere. La poesia non si commenta; il commento è esso stesso poesia, o è vaniloquio, glossolalia vuota, che non ha neppure un sovrasenso profetico.
    Assurdità, disumanità totale della “valutazione” scolastica, che vorrebbe (testualmente, orrendamente) “misurare la performance dell’alunno”, come fosse un toro da monta, o un motore; numeri vuoti; non si misura il piacere, poetico o d’altro genere (anche se è questo che l’età contemporanea, in cui non a caso nasce quell’aberrazione scientistica che è la sessuologia, vorrebbe fare); non si può tradurre la fruizione poetica (che è essa stessa poesia, ri-creazione, risonanza riverbero prosecuzione, del discorso poetico) in un linguaggio altro ed estraneo; non ci sono “finalità” ed “obiettivi didattici” a cui la lettura di un testo poetico possa essere subordinata, poiché il testo poetico è di per sé, per antonomasia, “autonomo” e fine a se stesso.
    Tornare ai vociani. “E’ necessaria una critica schietta, pronta, esperta, aderente. Senza commento. Il commento spiega la parola. E la parola, in arte, è viva di per sé. Con impeto interpretativo. L’interpretazione realizza le pause. Le pause, in arte, sono sospese tra sillaba e sillaba. Rifare il cammino dall’espressione ultima creativa verso la ragione prima che la determinò: il fondo detto germinale; come sembra faccia la musica”.
    Così Giuseppe De Robertis. E non c’è da stupirsi se la critica accademica, con i suoi “metodi” e i suoi “protocolli sperimentali” (e con essa quella prassi didattica ed antologica che altro non è se non la sua degradazione applicativa e praticistica, con il ritardo medio di un cinquantennio), in lui non ha visto, spesso, che un bellettrista datato.

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