La buona poesia n.11: Giorgio Linguaglossa

 

di Giorgio Linguaglossa

Montale paventava la cultura di massa, ne aveva orrore e terrore; paventava il consumo veloce e temeva che, applicato alla poesia il metodo di lettura del consumo veloce il risultato sarebbe stato dirompente: l’affondamento del fragile vascello della «poesia». Dall’altro lato del quadrante, anche un poeta come Franco Fortini era ossessionato dall’idea che la cultura di massa avrebbe imposto i propri canoni di lettura alla poesia, distorcendo e annichilendo le capacità critiche del pubblico dei lettori. Di qui la sua «fede» nell’idea (marxista) del rivolgimento rivoluzionario dei fattori produttivi e dei rapporti tra le forze di produzione affinché si cambiassero anche le regole di porre una legittimità ad un certo tipo di «poesia» che è sempre un prodotto storico-sociale. Per il marxista Fortini soltanto la Rivoluzione socialista avrebbe potuto farsi carico di questo mutamento. Di qui l’aporia di Fortini: la poesia del presente (e del futuro) non sarebbe stata cambiabile perché occorreva attendere lo sviluppo della Rivoluzione incombente. Soltanto dopo la Rivoluzione sarebbe cambiata la «poesia».
Entrambi, sia Montale che Fortini ma anche Pasolini, ciascuno in diversa misura e con diverse armi intellettuali, tenta una «resistenza» contro l’invasione di quello che, dagli anni Ottanta in giù diventerà l’esercito dei nuovi barbari: il Ceto Medio Mediatico. Tentare di definire il Ceto Medio Mediatico in modo netto secondo una definizione di classe di tipo marxista ritengo sia un errore: il Ceto Medio Mediatico accorpa nel proprio ventre di Balena Bianca diversi strati sociali e culturali ACCOMUNATI dalla CULTURA DI MASSA DELLA CIVILTA’ MEDIATICA. Questo è un dato di fatto incontrovertibile, credo. E qui si pone il problema: che fare? Ebbene, io credo che occorra mutare visione della «cosa» e strategia: non più «resistenza» né passiva né attiva (entrambi metodi inadeguati di fronte alla gravità della situazione) ma rinuncia ad una visione nostalgico-riappropriativa in quanto riprodurrebbe, in noi e nelle nostre produzioni estetiche, la medesima antinomia che si cela nella «cosa» di cui ci si vuole ri-appropriare. Non c’è più nulla di cui dobbiamo ri-appropriarci: anche la Tradizione non è più una «cosa» di cui noi dobbiamo ri-appropriarci. Essa non c’è. È stata inghiottita nella voragine della rivoluzione telematica e noi non potremmo che risuscitare che i fantasmi della tradizione, non la tradizione! A questo punto tu mi chiederai: come si fa a riconoscere (e a fare) una buona poesia? La risposta è semplice: rinunciando a ri-appropriarmi di quella «cosa» che i nostri antenati possedevano: la tradizione; accettare questa «mancanza» come una perdita irreversibile. E ricominciare daccapo, con coraggio, senza nessun cedimento alla Nostalgia, alla Sensucht, alla Stimmung, andando al di là della categoria hegeliana della Aufhebung, sapendo che fare o riconoscere una poesia è un atto che si compie soltanto andando contro corrente. Con tutte le forze.

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9 Comments

  • Siamo per forza di cose detentori di una Tradizione , con il suo portato di suggestioni ormai consustanziale al DNA dell’espressività individuale . Emanciparsene pur rivisitandola in chiave moderna è impresa iperbolica .
    Chi ha le risorse ( rarissime ) può declinare , beato lui , l’invenzione verbale sulla scrittura , approdando così a risultati “credibili” sia occupandosi dei propri calzini sia di questioni sociali , etiche/politicheecc. ; insomma sentendosi compartecipe e interprete responsabile dell’Altro , del Mondo .
    Linguistica(mente) ci troviamo tutti nel pantano di che pesci prendere e forse l’unico referente rimastoci è l’onestà intellettuale di lavorare sui propri limiti ( quindi riconoscendoli e circoscrivendoli ) ; conservando e promuovendo curiosità e stimoli verso quel problematico “sociale” e quel micidiale “globalizzato” che può ( dovrebbe ) rappresentare il terreno privilegiato per l’invenzione verbale di cui sopra proprio assumendone il falso e vero verde , i tic e le follie massmediali tragicomiche nonché le opzioni umanamente condivisibili e difendibili . Credo sempre nell’attualità di tutta questa retorica .

    leopoldo attolico –

  • se deleghiamo a 10 critici diversi di indicare un poeta contemporaneo di valore, avremo 10 nomi diversi. Allora, il problema va reimpostato (capovolto) nel modo seguente:

    COME SI FA A RICONOSCERE LA BUONA CRITICA?

    e si ricomincia da capo come in un girotondo impazzito.

    Laura Canciani

  • Cara Luciana,
    per quel che riguarda me, il pensiero è in moto da circa 30 anni – e, pubblicamente, attraverso questo sito, da più di due.
    Ciò che tu interpreti come mutismo assoluto dovuto a un supposto innalzamento teorico degli interventi può essere in realtà anche un mutismo dovuto ad un acconsentimento, ad una pausa di riflessione o a un disinteressamento o disaccordo.
    Laproblematica di cui tu parli non è affatto caduta nel vuoto: ci sono numerosi poeti, in italia e in europa, che hanno fondato la loro poetica proprio su questa problematica. Altra cosa è che li si consideri oppure no – problematica, questa, che si è cercato di affrontare con il post su De ANgelis con scarsi risultati. Risultati comunque indicativi della situazione poetica italiana, non molto distante da quella politica.
    Ad ogni modo, sarebbe preferibile non pretendere di risolvere questioni di tale portata in un post in un blog con dei commenti. Sarebbe preferibile non cercare di risolvere problemi di tale portata da soli, in un unico luogo. Sarebbe perferibile, inoltre, rispondere in maniera estensiva ed esauriente con altri interventi piuttosto che con commentini sparsi qui e li che contribuiscono alla frammentazione, alla balbuzie ed al minimalismo che porta alla sproblematizzazione della realtà.
    Non è possibile affrontare in un solo luogo, in una sola volta e da una sola persona una questione di amplissima portata quale la sovrapposizione e confusione di ontologia, epistemologia ed ermeneutica che ha caratterizzato tutto il postmoderno e da cui si sta cercando di venir fuori in maniera a mio avviso inedita anche se ancora troppo acerba.

    Stare zitti non necessariamente significa essere ignoranti o lobotomizzati; a volte significa anche essere pazienti oppure abbastanza umili da riconoscere la eccessiva portata di certi discorsi che hanno bisogno di maggiori risorse che non siano un commento in un blog.

    Luigi B.

  • alla redazione,

    mi meraviglia che dopo quest’ultimo commento di Giorgio Linguaglossa nessuno si sia adoperato a rispondere, ogni volta che il livello teorico degli interventi si alza c’è un mutismo assoluto. E dire che qui il critico romano ha messo tanta di quella carne al fuoco da bollare la quasi totalità della poesia che si fa oggi. termini come «autologia», «post-minimalismo», «vento di sproblematizzazione» che ha investito il romanzo e la poesia contemporanee, crisi del «soggetto empirico» con conseguente sbocco nei «riduttori» di cui la poesia (ma anche la pittura e il romanzo per non parlare dell’architettura e del design) fa un uso addirittura eccessivo. Tutta questa problematica mi sembra sia caduta nel vuoto (e che vuoto!). Sono convinta che senza affrontare questa problematica non sia oggi possibile fare una buona poesia, dico una poesia consapevole, critica, e non «aproteica e aproblematica» come scrive il critico.
    E poi la questione del «frammento» e dello stile della balbuzie, delle scritture claudicanti oggi di moda. (Non mi meraviglia quindi che oggi sia acclamato come massimo poeta un autore che fa della balbuzie e dello stile claudicante il suo tratto distintivo, come abbiamo visto nel dibattito tra parti opposte che sta avendo luogo in questo blog!).
    Mi sembra che qui il critico abbia espresso un verdetto di condanna di tutto un indirizzo della poesia contemporanea, no?
    C’è qualcuno che vuole mettere in moto il pensiero?

  • Caro Luigi, il trionfo del soggetto empirico ha il suo portato e il suo sostrato nel fenomeno della de-fondamentalizzazione del soggetto (e la sua morte trascendentale) e nella disartizzazione dell’arte; cioè, l’esistenza non ha più il suo luogo «trascendentale» ma in compenso ha i suoi soggetti empirici con i loro luoghi empirici e perimetrabili moltiplicabili all’infinito. Di qui una certa patina di esistenzialismo che si avverte nella narrativa e nella poesia contemporanee. E la poesia obbedisce supinamente a tale quadro di sproblematizzazione del «reale». tutto l odierno minimalismo postdeangelisiano e postmagrelliano ha qui la sua origine.
    C’è da chiedersi come la poesia contemporanea possa replicare a tale contesto di sproblematizzazione del «reale»; c’è da chiedersi con che specie di «reale» l’arte moderna pensa di avere a che fare. mettere in campo un «riduttore» del poetico è il riflesso di quelle enormi forze motrici che fanno da moltiplicatore dell’estetico tramite la diffusione dell’estetico dall’architettura e dal design alle pareti dell’anima (se così possiamo dire), nel privato e nella privacy demoltiplicata e manifesta alla piena luce dei neon alogeni.
    Direi che con la demoltiplicazione del «soggetto» siamo giunti a ridosso del «nuovo» soggetto empirico, della ottimizzazione delle risorse umane nelle moderne economie a capitalizzazione del lavoro salariato.
    Nella stragrande maggioranza dei romanzi e delle poesie contemporanee (anche di autori ritenuti del massimo rilievo!) appare evidente che i risultati di una tale demoltiplicazione non potevano essere diversi: il trionfo del minimalismo e della micrologia. Ma se il minimalismo (venato di un candido aproblematico e aproteico autologismo) è il portato di una potente vento di sproblematizzazione, ciò non toglie che vi sia anche chi opera, all’incontrario, per la via di una problematizzazione di ciò che la cultura della giustificazione aveva derubricato come irrilevante e minoritaria.
    Nel mondo della democrazia del globale mediatizzato corrisponderebbe così la democrazia del minimalismo e dei soggetti empirici. L’autologia è dunque l’involucro del soggetto empirico, il genere oggi prevalente nella narrativa e nella poesia, dove l’io si autocelebra sull’altare del «privato» opportunamente scisso e deturpato negli esiti più intelligenti in una galleria di situazioni e di maschere, in una liturgia con un linguaggio liturgico.

  • Pessoa all inizio del Novecento scriveva che la sua opera era un insieme di frammenti e che la tradizione ” e una nota a margine di un testo completamente cancellato”. Passato un secolo quasi da quelle parole noi oggi sappiamo di poter scrivere soltanto frammenti. Noi sappiamo che nell’epoca del declino delle «Grandi narrazioni» è avvenuta la moltiplicazione delle piccole narrazioni in una miriade di racconti miniaturizzati. La «Grande narrazione» si è risolta in una «Piccola narrazione», nella narrazione di piccoli mondi: il mondo dell’affettività privata, la rammemorazione del vissuto e la rivivibilità del «privato» nel presente «attualizzato». La modalità, il modus che nella poesia del pre-moderno aveva a che fare con il «soggetto trascendentale» è stata sostituita dalla pluralità dei soggetti empirici e dall’egoità dell’attualità. Se ancora in Hölderlin e in Leopardi soggetto trascendentale e soggetto empirico coincidevano, noi oggi possiamo prendere atto che abbiamo accertato con evidenza assoluta che il «soggetto puro», in altri termini, il «soggetto trascendentale» che aveva ancora «coscienza di sé», ha compiuto oggimai la sua traiettoria concettuale ed ha esaurito le sue potenzialità «narrative», lasciando il pensiero estetico alle prese con i problemi derivanti dall’eclisse del «soggetto».
    Ormai non vi sono più che soggetti empirici: sul piano dell’etica questo significa il conflitto delle volontà (Nietzsche) e l’ideologizzazione della morale; sul piano dell’estetico ciò comporta che non vi è nient’altro che uomini empirici, l’uomo come soggetto scompare per diventare soggetto di scienza, soggetto del politico, soggetto della sfera artistica, soggetto del religioso, soggetto della divisione dei poteri e del lavoro all’interno dello Stato democratico. In una parola: soggetto della democrazia. Presto però si è scoperto che il soggetto democratico che scriveva poesie o che colorava le tele o che scriveva i romanzi del nostro tempo altri non era che un complemento ideologizzato del «globale», insomma, che il «locale» altri non era che il riflesso (feticizzato) del «globale» Così, nell’agone democratico, al conflitto degli impulsi mimetici della sfera artistica corrisponderebbe l’ideologizzazione inconsapevole dell’estetico.

    • Grazie, Giorgio, per questo tuo ulteriore chiarimento. Di nuovo mi trovi d’accordo, ma credo di essermi perso qualcosa perché penso che anche questo tuo chiarimento faccia parte sempre delle premesse che, come ti dicevo, condivido. La questione, però, di pone proprio a partire da qui: date le tue premesse, che sono anche le mie, che si fa? e in che relazione poni le tue premesse che condivido rispetto alla tradizione (ed al suo rifiuto)? Non è pure la evoluzione che tu descrivi nulla di diverso rispetto ad una tradizione letta in chiave “evolutiviva”?
      In altre parole, da che parte cominciare per ricominciare a costruire interrompendo il vizio postmoderno di distruggere?
      Forse ora sono stato più chiaro nell’esposizione dei miei dubbi.
      Luigi B.

  • Come dicevo in una discussione nata su Facebook, sono d’accordo con le premesse; un po’ meno con le conclusioni che mi sembrano affrettate, superficiali oppure più semplicemente poco sviluppate, forse sottintentendo troppe cose.
    Non si capisce bene, credo, cosa si intende con “rinunciare alla tradizione”. Credo inoltre sia poco funzionale rinunciare alle stratificazioni sociali della tradizione; il rischio è dover ricominciare tutto d’accapo sempre, ogni giorno. Da che parte si va, poi?
    Se la scienza assumesse il medesimo atteggiamento, dovremmo reinventare il fuoco e la ruota quotidianamente, altro che fisica quantica. Dunque in tal senso dico che tali affermazioni restano un po’ generiche e di facile cattiva interpretazione.
    Nel frattempo, è stato appena pubblicato un intervento di Sannelli che parla pure di tradizione ma in maniera totalmente differente: un bel confronto di opinioni

    http://www.poesia2punto0.com/2012/08/14/laria-n-16-zero/

    Luigi B.

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