Alessandro Broggi: Autopresentazione per Il Verri

 

di Alessandro Broggi

Accanto al lavoro con la prosa [Quaderni aperti, nel Nono Quaderno di poesia italiana, Marcos y Marcos, 2007; Nuovo paesaggio italiano, Arcipelago, 2008; Antologia, in AAVV, Prosa in prosa, Le Lettere, 2009, ndr], sto attendendo da alcuni anni a un progetto in versi di serie di quartine, di cui è finora uscita, in forma di anticipazione, la sola plaquette Total living (La camera verde, 2007).
Prose e testi in versi rappresentano due piattaforme di lavoro di un medesimo ambito di ricerca, di cui cercherò di tratteggiare brevemente coordinate e corollari salienti.
Semplificando molto: credo prima di tutto in una scrittura “antiletteraria” – come tensione verso una lingua e verso modelli, format, generi e cornici, non invalsi -, una scrittura non plusvaloriale, che non si pensa come soluzione ma come sintomo. Che non recita ma si mette a nudo. Più in generale, ritengo che “dipingere paesaggi bucolici” non rappresenti più la nostra realtà, che illustrare situazioni d’evasione, della fantasia o della memoria, significhi oggi assumere una posizione nostalgica e politicamente marginale.
Ad un certo punto della mia formazione, ho privilegiato un’attenzione ai fatti della scrittura e del mondo più di tipo analitico linguistico, e testuale, che letterario in senso stretto, badando maggiormente alla sincronia e all’orizzontalità delle “connessioni discorsive che partono dall’istanza presente”, rispetto alla diacronia delle “forme disciplinari acquisite di un dato genere o mezzo” (Hal Foster, Il ritorno del reale, Postmedia, 2006). E propendendo, sempre e in ogni caso, per uno “stile semplice”, enunciativo, denotativo, sgombro ed essenziale, neutro se necessario: ero e sono più interessato a una poesia e una prosa del concetto (cfr. Kenneth Goldsmith, Paragrafi sulla scrittura concettuale, su gammm.org) e della consapevolezza, che alla liricità e all’espressione: senza cioè accensioni o verticalità metaforiche, e finanche in posizione dialettica rispetto alla visione “classica” (Jakobson, Sklovsky ecc.) della poeticità e della letteratura come qualcosa di formalmente diverso e linguisticamente contrastivo rispetto alla media lingua d’uso.
Nemmeno, pratico un’opera che prometta al lettore il (e si fondi sul) mero e quieto rispecchiamento nell’io dell’autore, o in una figura di soggetto che per la poesia coincide tradizionalmente con l’autore (precisamente, con l’esibizione – mediata – di una presunta interiorità occulta, dotata di corpo esperiente, che si pone in modo onnisciente rispetto al proprio dettato). Tale tutta (o quasi tutta) la lirica.
Nelle raccolte in prosa, e in modo diverso nel lavoro con le quartine, gli strumenti che utilizzo sono quelli del montaggio e dell’interpolazione di materiali e paratesti dei media – da Internet, pubblicità, giornali, tv, cinema, e dal mondo della comunicazione in generale. Che sono l’acqua in cui ci troviamo a nuotare. Un po’ come per Dante erano il volgare fiorentino e l’universo teologico medievale.
Si è trattato, in alcuni casi, di scendere sullo stesso piano della normale comunicazione odierna, formata sui modelli sociali dei media, sugli immaginari vincenti e sugli stereotipi discorsivi ed emotivi di una quotidianità sempre più annegata nei clichè dell’infotainment e del consumo, se necessario riusandone i “materiali”, le situazioni comunicative e le strategie per smascherarne dall’interno la superficialità e la vuotezza, l’inautenticità e l’ideologia. Oppure, in altri casi, come ad esempio nelle serie di quartine qui presentate, si è trattato di “riprendere”, non senza ironia, i discorsi stessi vigenti sul mondo dei media.
Anche per i poeti e per i prosatori, credo sia importante mantenersi attivi rispetto alla produzione linguistica e alle retoriche della qualità di massa (se necessario, come per quanto mi riguarda in molti lavori apparsi su Prosa in prosa, studiando l’assottigliamento dei “rapporti” che ne consegue). Parafrasando Nicolas Bourriaud: “Tutti gli elementi di tale produzione sono utilizzabili e nessuna immagine pubblica deve beneficiare dell’impunità, per qualunque motivo. Che nessun segno resti inerte, che nessuna immagine sia considerata intoccabile” (Nicolas Bourriaud, Postproduction, Postmedia, 2004). “Tutto quanto dobbiamo fare è accostare informazione a informazione, non importa quale. È così che diverremo consapevoli del mondo perché è quanto fa esso stesso” (John Cage, Lettera a uno sconosciuto, Socrates, 1996). “Niente è nascosto, ogni cosa è sotto i nostri occhi” (Ludvig Wittgenstein).
Fuori dalla cornice rassicurante della letteratura la cosa è invero piuttosto semplice, banale azzarderei: tutto, o quasi, è testo, e in quanto tale è oggettivabile, studiabile e manipolabile, per qualsivoglia fine e in qualsivoglia forma.
La prospettiva, dal punto di vista genetico come da quello della gestione del senso, non è cioè per me quella della “creazione del nuovo”, bensì la pratica di strategie come la postproduzione di dispositivi testuali già esistenti, il riuso critico, il riepilogo, l’ostensione, e ancora: il metalavoro e la riduzione a materiali delle strategie dei mondi comunicativi e testuali possibili, come delle cornici e dei contenitori dei cosiddetti “generi”: la prosa, la poesia, il saggio critico, eccetera. E, naturalmente, delle componenti retoriche atomiche dei generi: l’asserzione, la descrizione, il commento, il dialogo, la presentazione, la rappresentazione, la scansione, il verso (ove ne faccio uso, come mera misura di comodo, come contenitore-feticcio), e delle componenti testuali minime: la frase, la coerenza, la consistenza, e così via.
Nel complesso, questo genere di proposta può portare allo scoperto (e in ciò “denunciare”) due differenti disattendimenti rispetto alle attese medie del lettore:

  1. rispetto a bisogni di una letterarietà a chiara (e spesso ad alta) soglia – per dettato verbale, per evidenza di indici stilistici e segnali formali (valide invece, per me, le opzioni contrarie: cfr. anche Christophe Hanna, Poesia azione diretta, su gammm.org), e per predeterminazione di quali siano i parametri della lingua chiamati in causa in una lettura “informata” rispetto a un dato genere letterario; e
  2. rispetto al bisogno, ugualmente legittimo, di una chiara codifica e di un ordinamento dei generi, o almeno di una loro immediata o rassicurante riconoscibilità, vissuta come prima, costitutiva e “ovvia” regola del gioco.

Da tali disattendimenti discendebbe l’automatismo scettico – riscontrato talora, ad esempio, nei commenti a miei testi ospitati nel web – verso esiti come le quartine sopra riportate, che, seppure “in versi”, non solo non incontrano 1) e 2), ma si pongono come indifferenti all’interrogazione se si tratti o meno di “poesia”, ritenendo implicitamente le due ipotesi (entrambe, positivamente o negativamente argomentabili) come valide e impugnabili a seconda di cosa fondativamente si intenda per poesia.
Ma vengo allo specifico dei lavori presentati (e provo a farlo, ancora una volta, in forma di prelievo: in questo caso, prendendo da tre lacerti di critica). Se nella serie edita Total living  era “attiva, come oggetto, una superficie verbale che, lasciata allo zero assoluto della freddezza pubblicitaria, del vocabolario da rotocalco o soap opera, cade sì in frantumi ma tirandosi dietro del tutto esplicitamente e strategicamente le retoriche da cui parte” (Marco Giovenale, dalla prefazione al volume), anche Poesie per principianti e Arrivo sono lavori che “si basano su un meccanismo espositivo” che, “come in tutte le digitazioni alla luna, ha in sé una trappola che bisogna evitare, ovvero leggere il testo come se ci stesse dicendo qualcosa (per esempio delle banali considerazioni sociologiche) e non, piuttosto, come se montasse il teatrino (l’installazione) delle nostre opinioni e dei nostri piccoli strumenti quotidiani” (Gherardo Bortolotti, commentando su www.nazioneindiana.com). È qui in gioco lo sfasamento tra l’involucro pacatamente classico delle quartine e il contenuto laconico e assertivo tipico del saggio sociologico: ovvero, in questo caso, “la struttura del verso rende proverbiale il pensiero critico, che del proverbiale è in realtà l’antitesi (il proverbio è infatti la negazione di ogni pensiero articolato)” (Andrea Inglese, dallo stesso sito).

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