Thiene, la letteratura e il web (secondo me)

 

foto rubata dall’album di Criticaletteraria.org

Secondo me, il 7 e l’8 Luglio scorsi a Thiene[1] hanno avuto luogo alcuni errori ed un miracolo.
Gli errori, già ampiamente analizzati, ormai li conosciamo tutti e non c’è bisogno di ritornarci su[2]. Il miracolo, invece, mi sembra abbia bisogno di essere ribadito: lo scambio.

Secondo me, la grande opportunità di k.Lit – indipendentemente dalla moltitudinarietà delle presenze (oggettivamente molto scarse in alcuni casi) – è stata quella di aver avuto la possibilità di conoscere numerose persone particolarmente interessanti, di affrontare con tutte loro temi particolarmente rilevanti con una certa sistematicità, tornando a casa diverso da come ero partito.

Secondo me, avere la opportunità di sentirmi parte di un progetto che mi trascende vale più di 1.000 (mille) idioti seduti in silenzio a (fare finta di) ascoltare quello che 1 (un) altro idiota gli sta dicendo[3].

Secondo me, chi parla di flop o non ha capito una mazza, oppure non vuole capire che non è più possibile continuare ad utilizzare, per esperienze come k.Lit, i parametri critici del quantitativismo positivista che vanno ancora bene per determinare gli esiti del Premio Strega, il successo della sagra dei tortelloni al cinghiale o l’audience di un programma in TV. (La crisi della critica, dunque, mi pare vada ben oltre i confini della letteratura.)

Secondo me, chi non ha capito una mazza o non vuole capire (e sono in molti) ha una percezione quantomeno parziale (per non dire superficiale)[4] del web: “il medium è il messaggio” è l’unica frase che ha letto di McLuhan citata da qualcuno in chissà quale articolo di chissà quale supplemento domenicale, e possiede una visione riduttivamente strumentale del “mezzo” internet; visione troppo miope per riuscire a vederne i risvolti “bio” ( -sociologici, -antropologici, -politici, -etici etc.).

Secondo me, visto il momento storico durante il quale si è svolto k.Lit, la letteratura ha rappresentato (e rappresenta) un pretesto per parlare di qualcosa di cui ancora non sappiamo il nome. Mai prima d’oggi tutto è stato così indissolubilmente (è il caso di dirlo) connesso, e mai prima d’oggi i compartimenti stagni delle nostre categorie tassonomiche si sono rivelati più ingenui e insufficienti, inadeguati. Non mi sorprenderebbe se un giorno, fra qualche decina d’anni, un mio ipotetico nipote – con un chip di Google impiantato nella testa – mi domadasse “nonno, cos’è la letteratura?”.

Secondo me, per le ragioni sopra accennate, l’ebook allo stato attuale rappresenta un mero elettrodomestico senza alcun valore (non economico) aggiunto, responsabile (con noi che lo compriamo) di suicidi asiatici, guerre africane e condizioni lavorative discutibili a livello globale.

Secondo me, la crisi della critica, la crisi del soggetto, la crisi delle identità, la crisi dei ruoli, la crisi del postmoderno (o la sua morte o agonia o evoluzione), la “crisi dei valori”, la crisi politica, la crisi economica, la crisi dell’editoria, la mutazione della letteratura, la mutazione antropologica etc. sono tutti segni tangibili di un fenomeno – la rivoluzione digitale – che, come tutti i grandi cambiamenti imposti dal progresso, sta stravolgendo e in gran parte distruggendo la società all’interno della quale sta avendo luogo, le cui conseguenze avranno la stessa portata di quelle sperimentate dalla società durante la rivoluzione industriale.

Secondo me, la digitalizzazione della realtà ha accorciato (e continuerà a farlo sempre più) le distanze tra l’uomo e il reale[5]: l’instantaneità dell’elettricità ci implica al di là della nostra volontà, rendendo obsoleta, irrilevante, anacronistica qualunque osservazione. Nel linguaggio binario 0-1 il tempo della riflessione si trasforma in tempo dell’azione (reazione). La simultaneità ed ubiquità del digitale azzera qualunque prospettiva, qualsiasi punto di vista: il motto nitzschiano che recita “non ci sono fatti ma interpretazioni” si trasformerà nel motto di derivazione heisenberghiana[6]non ci sono interpretazioni ma azioni”. In tal senso, l’esigenza del dire, dello spiegare si vedrà rimpiazzare da quella del fare. La questione della verità e della conoscibilità del mondo così come la conosciamo oggi scomparirà, assumendo le forme della esperienza mediata da una rinnovata sensibilità, da nuove sintesi sensoriali e sinestesie inedite di cui ci serviremo per continuare ad affrontare l’inemendabile, ineluttabile arbitrarietà dell’esistenza.

Secondo me, le trasformazioni in atto in campo letterario, come il rifiuto della trama nella narrativa e il progressivo abbandono del (manierismo del) verso in poesia, sono paradigmatiche nella misura in cui rappresentano la (temporanea) soluzione all’impossibilità heisenberghiana (cfr. nota 6) del dire l’esperienza. Con la simultaneità del digitale non c’è più tempo per una forma narrativa: il tempo narrativo si trasformerà gradualmente in tempo dell’azione nella misura in cui la narrazione si avvicinerà all’esperienza fino a coincidere con essa.

Secondo me, il giorno in cui la narrazione coinciderà con l’esperienza, la società visiva e del linguaggio scritto diventerà una società simultanea, dunque storica, ovvero orale. Lungi dal rappresentare un regresso o una involuzione, tale ritorno all’oralità sarà un avvicinamento alla razionalità che appartiene alla musica. La frammentarietà del logos figlio dell’alfabeto e della scrittura verrà sostituita dalla unificazione favorita da una tecnologia che, mentre ora produce per la massa, poi produrrà la massa. Non ci sarà più pubblico perché non ci sarà più spettacolo.

Secondo me, la diluizione della frammentarietà e l’abbandono della serialità contribuiranno al compimento del passaggio dalla società “platonica” alla società “omerica” ed al consolidamento del mito come modalità della consapevolezza simultanea di un complesso gruppo di cause ed effetti[7].

Secondo me, considerando tali premesse, non è difficile immaginare “che cosa potrà essere l’opera d’arte quando il pensiero non incontrerà più ostacoli nel marmo, nella tela e nei colori, nei suoni e nella parola; quando l’opera d’arte si esplicherà, si formerà con la stessa rapidità e con la stessa nettezza dell’idea, cioè, quando il pensiero diventerà visibile, tangibile, quantunque fuggevole, forse, e mutabilissimo, come la sua natura di pensiero comporta; quando insomma le creazioni dell’intelletto immaginativo vivranno, sia pure per qualche istante, realmente fuori di noi, quasi proiettate da un cinematografo infinitamente superiore a quello inventato dai fratelli Lumière”[8].

Secondo me, sarò morto da un bel pezzo quando ciò che deve accadere – sia quel che sia – sarà accaduto e non saprò mai come sarà andata a finire.

Secondo me, k.Lit da “primo festival dei lit-blog d’Europa” deve diventare un “festival dei lit-blog europei”.

Secondo me, il verde mi dona tantissimo.

altra foto rubata dall’album di criticaletteraria.org


[1] Lo giuro sul cane del vicino: era davvero pieno di pugliesi, pugliesi ovunque! Eppure, tranne farci pagare l’acqua al bar con il caffé e darci indicazioni stradali rigorosamente in veneto antico, non ci hanno insultati, malmenati, denigrati et similia. E noi non ci siamo comportati da terroni trogloditi. Un chiaro esempio di esperimento di integrazione ben riuscito. Per chi non cogliesse i riferimenti socio-politici impliciti, a richiesta facciamo un disegno.

[2] Per i pignoli: troppi eventi in contemporanea; tempo insufficiente per molti degli interventi; dispersività delle numerose location; troppo caldo; scarsa attenzione alla documentalità (registrazioni, streaming etc.); scarsa o insufficiente comunicazione territoriale, tra i principali.

[3] Per coloro che dovessero sentirsi offesi dal turpiloquio o non accettassero la definizione di “idioti” e che però hanno (o avrebbero) applaudito al Costanzo Show: Carmelo Bene docet.

[4] ma questi sono solo eufemismi per dire che: non ha capito una mazza.

[5] Nell’accezione lacaniana del termine, il reale – che non è la realtà – è ciò che non può essere espresso attraverso il linguaggio, ciò che non può essere detto, che non si può rappresentare; nel reale il mondo è senza l’uomo, nella realtà lo presuppone.

[6] WernerKarlHeisenbergsviluppò la prima formalizzazione della meccanicaquantistica grazie al suo principiodiindeterminazione, affermando che la misura simultanea di due variabili coniugate, come posizione e quantità di moto oppure energia e tempo, non può essere compiuta senza un’incertezza ineliminabile. Come dire che la constatazione dell’accadimento di un fatto ed il suo giudizio di valore (vero/falso, buono/cattivo), ovvero la sua interpretazione, saranno sempre inficiati da un’incertezza ineliminabile di fondo che comunque non solleva il soggetto dalla ineluttabilità della sua risposta/azione/reazione.

[7] M. McLuhan, Il medium è il massaggio, Corraini Edizioni.

[8] L. Capuana, Cronache Letterarie, Cav. Niccolò Giannotta Editore, 1899.

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2 Comments

  • Caro Davide,
    rispetto al grado di elaborazione, ritengo sia un problema che ci riguarda oggi ma che ci riguarderà sempre meno nella misura in cui la velocità/simultaneità dei fatti (e non delle informazioni) ci imporra di rispondere con altri fatti rendendo anacronistica qualunque mediazione – anacronistica nel senso che mentre uno riflette il mondo ha già lavorato per rendere differente il nucleo della riflessione. A mio avviso, tutto ciò sta già accadendo, anzi: in realtà è sempre accaduto, è sempre stato così. Ciò che realmente cambia il digitale, la comunicazione elettrica è il livelllo di percezione che noi raggiungiamo di questa constatazione.

    Rispetto all’incontro in carne ed ossa: sono totalmente d’accordo con te. La società orale che compare nel mio vaticinio è anche ritorno ai corpi, ma dei corpi differenti, con nuove sensibilità. Dei corpi più coerenti con il mondo di asimov (L’ultima domanda) che con quello di Matrix per capirci.
    Prendendo spunto da Capuana, immagina fra 10, 100 o 1000 anni un festival k.Lit fatto di corpi in grado di abbattere le barriere della mediazione della materia: barriere che esistono solo rispetto al pensiero, ovvero alla mediazione-rielaborazione del reale trasformato in realtà. Le barriere fisiche (ad esempio, la morte) esistono ed esisteranno sempre: i fatti esistono nonostante le interpretazioni, la cui numerosità non fa che ricordarci della loro arbitrarietà. Ma tutto questo potrebbe potenzialmente non riguardarci più, non essere più un problema per il nuovo livello di sensibilità e/o percettivo raggiunto.

    In tale contesto, mi sembra inutile parlare e/o preoccuparmi della letteratura che ha senso ora, nel mio contesto presente ma che avrà sempre meno senso così come oggi esiste. Dunque si, credo che la letteratura sparirà come molte altre cose, sempre grazie a o a causa delle trasformazioni non solo tecnologiche della società.
    Nel caso specifico della letteratura, essa sparira a mano a mano che si avvicinerà all’esperienza (pensa in tal senso a Twitter: immediatezza dell’esperienza espressa in 140 caratteri. E se un giorno non ci fosse più bisogno di esprimere l’esperienza con 140 caratteri? ). Io oggi ho bisogno di scrivere per comunicare ad un altro la mia esperienza e per mediare l’esperienza rispetto a me stesso. È però possibile che un giorno possa non avere più questa esigenza poiché la mia esperienza si trasmette al mondo e quella del mondo alla mia; potrei più non avere la percezione di una esperienza MIA ma dell’esperienza che richiede in risposta altra esperieza e così via. Non ci sarà più ne bisogno né tempo di raccontare l’esperienza: saremo tutti troppo occupati a viverla diciamo…. all’unisono, a raccontarla mentre la viviamo e a modificarla a seconda di come la raccontiamo e l’abbiamo vissuta senza bisogno di supporti materiali e/o fisici. Insomma, una specie di avatar senza rettili volanti e pelle azzurognola.
    L.

  • Io invece credo che proprio questa riduzione al binario,questa rivoluzione digitale, imponga un grado maggiore di elaborazione, interpretazione, mediazione: imponga che a un certo punto, perso il contatto con la realtà fisica, a questa si torni (all’incontro in carne e ossa), come un festival fisico (come K.lit) dimostrerebbe. Non so se preoccuparmi, ma in questo pezzo vedo una specie di euforia per un futuro (una letteratura ecc. futura) che a me sembrano preoccupanti, e che d’altronde sono abbozzati solo a livello teorico, senza esempi pratici. Senza mediazione e autoriflessione la letteratura non cambia, semplicemente sparisce, secondo me.

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