Dall’intervista collettiva di Francesco Pontorno su “Prosa in Prosa”. Le risposte di Alessandro Broggi

 

Cos’è la prosa in prosa?

“Prosa in prosa” è una formula – secondo me molto felice – di Jean-Marie Gleize, per definire qualcosa qualsiasi tipo di lavoro con la prosa e nella prosa (del mondo e, quindi, del mondo della comunicazione) non eminentemente poetico, narrativo o saggistico. In breve: non – in senso lato – di genere (ma affondante le sue radici nel fondo politico della questione della testualità e della scrittura), e in ciò, almeno in parte, esorbitante la cornice rassicurante della letterarietà, le sue marche retorico-formali e i suoi giochi linguistici più consueti e logori.

 

C’è una tradizione – quasi tutta transnazionale – a cui fate riferimento, chi sono i vostri phares?

I nomi di riferimento della piattaforma concettuale di Prosa in prosa sono da ricercare tra i poeti e gli scrittori francesi post-Tel Quel e post-Oulipo, e, oltreoceano, tra gli autori di area Langpo. A cui vanno aggiunti, almeno, Beckett e Ponge. Queste le principali letture a noi tutti comuni.

 

Nel volume, risvolto, introduzione, note di lettura, spiegano genealogia, forma e forza politica della vostra scrittura e certo ne annunciano (e anche di più) i contenuti. Viene in mente una domanda precisa e fantasma, cortocircuitante e regressiva: fatta salva la matrice concettuale, come spieghereste a chi non vi ha letto di cosa parlano le prose in prosa?

Per quanto mi riguarda – semplificando molto – pongono allo scorporto lo stato e le modalità dei discorsi, e quindi dei rapporti, nel grado zero della quotidianità di massa nella società dell’infotainment e del consumo.

 

Prosa in prosa contiene un Fotoromanzo e in esso sono frequenti i riferimenti al flusso di immagini che percorre ogni nostro giorno. In che modo la vostra scrittura si rapporta con i media visivi e con le arti visuali e no?

Grazie, ab origine, al lavoro teorico e al “solco aperto” tracciato da Duchamp e da Cage, un grado di analisi del contemporaneo, e di efficacia nel conseguimento di un’estetica, di molto superiore a quello della scrittura, in prosa o in versi, è proprio quello raggiunto da alcuni filoni e artisti delle arti visive, installative e performative degli ultimi quartanta/cinquant’anni.
Il loro studio è per me prassi giornaliera.

 

Questa è un’antologia?

È a mio avviso un libro collettivo, che raccoglie lo stato dell’arte delle ricerche in prosa dei suoi sei autori.

 

Cosa pensate delle classifiche di qualità?

Sono una delle idee più felici di questi ultimi anni. Indispensabili.

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