Giovanna Bemporad: ‘Esercizi vecchi e nuovi’ – una nota di Anna Ruotolo

 

di Anna Ruotolo

Se si vuole parlare di Giovanna Bemporad non lo si può fare senza che risuoni in mente una parola: “rigore”. Di rigore è intriso il suo lungo lavoro di traduttrice (da Goethe a Novalis, da Omero a Virgilio a Hofmannsthal …)  e, di più, quello di poetessa. È una sola la sua opera, monumentale e curatissima, alla quale si è dedicata con tenacia: gli Esercizi. La prima uscita di un volume contenente  poesie sue proprie, insieme alle imprescindibili traduzioni dai grandi classici, risale a sessantaquattro anni fa e porta il titolo di “Esercizi. Poesia e traduzioni” (Venezia, Urbani e Pettenello, 1948). Da quel momento in poi, e sino ad oggi, gli Esercizi sono stati ristampati e riproposti con alcune varianti da vari editori. È del 2011 l’ultima edizione uscita per i tipi di Sossella, incentrata esclusivamente sulla produzione originale della Bemporad, “epurata” dalle traduzioni, che porta il titolo di  “Esercizi vecchi e nuovi” ed è a cura di Valentina Russi. Se già dal titolo promana quel concetto di dedizione assoluta cui si faceva riferimento poco prima, l’impianto del libro (che ha una struttura circolare, con un preludio e un epilogo) pare dare forza ancora e sempre nuova alla maniera di agire della poetessa ferrarese sui testi e sulle ispirazioni. Il mondo della Bemporad è ricco, resiste alle brusche virate di mode passeggere, si attesta perlopiù sull’uso sapiente dell’endecasillabo – che si rivela il luogo giusto in cui riversare i contenuti di diari implacabili, ricchi di luci e ombre – e nei passaggi vere e proprie dichiarazioni di appartenenza alla più grande poesia italiana. Così, qua e là e tra gli altri più risalenti e classici, risuonano anche echi montaliani, leopardiani, ungarettiani visibili ma mai ingombranti poiché sempre intesi e trattati alla stregua di necessari interlocutori. La confessione iniziale, aiutata dall’esergo che cita P. Valéry, di quella peine infinie rimanda a un senso di sforzo che tocca lo sfinimento. Non c’è esagerazione, in questo, quanto una ricerca assoluta di perfezione così solida da convincere dapprima se stessa e poi il resto. Anche la scansione delle sezioni è un ordine contenuto in una simmetria pulita dove il tutto è chiuso in uno scrigno da aprire trovando la combinazione. Bisogna entrare nel risentimento che si scioglie liquido per un’età che passa il testimone a un’altra età sopraggiunta, in una condizione sentita con coscienza e realismo, tanto che giovinezza e riso, vecchiaia e silenzio rivendicano quasi da sé il proprio posto. Non raramente, però, le lune e le albe (ricorrenti in “Diari”, molto più spesso) tratteggiano un passaggio dalla notte all’aurora, insistono, siglano la pace con una terra che riesce a smuovere la resa al sonno. La pena di un tempo ormai andato trova in “Aforismi” una concrezione efficace. Sono brevi poesie che ospitano dichiarazioni di rammarico mai fine a se stesso ma capace di ribadire l’ordine degli eventi, le posizioni esatte delle vite: “E immagino che quando / la morte a noi verrà, non ci dorremo / se si ricorderanno i cari amici / di noi, parlando, e ci ameranno ancora”. Movimento, questo, ripreso nella sezione “Disegni” in cui immagini efficaci fissano prodigi e nuove evidenze, impressioni su carta, come fotografie. Calma e rimpianto, gestione matura del sentimento, pensiero educatissimo e misurato vengono consegnati agli amici di sempre (presenti in “Dediche”, in “Altri esercizi”) vissuti, conosciuti o fratelli solo per mente e passioni, e agli amori, soprattutto quando “felice sospensione ha il mio dolore / nella pausa che alterna suono a suono”. Il nocciolo immutabile di conoscenze, affetti, certezze, tempi, lavoro incessante e forme perfette significano, per la Bemporad, un esercizio insieme letterario e interiore, sempre vecchio perché ormai dato e perfezionato e sempre nuovo in quanto sempre attuale. Esercizio, infine, sorretto da una musica complessa che dona alla poesia contemporanea un bagaglio solido ed emozionante.

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