Alessandro Broggi: ‘Nuovo paesaggio italiano’

 

di Fabiano Alborghetti per Alleo.it (2009)

Gli stralci di conversazioni altrui che Broggi raccoglie e riscrive in questa ultima pubblicazione, sono allucinatori, stordenti, così intrisi di normalità da apparire surreali, cosi saturi di luoghi comuni che pare impossibile siano conversazioni, osservazioni, pronunciate “per davvero” e che l’autore ha ricomposto creando un paradosso che appare già nel titolo: “nuovo” paesaggio italiano.
Di nuovo non c’è nulla apparentemente, e invece c’è!
Tutto – ed è questo il sottilissimo e quasi impercettibile punto focale – è (per le voci dei protagonisti) un nuovo punto, una nuova vita, un nuovo inizio, un fatto straordinario mai accaduto prima. Il detto avviene come per una conversazione e bravura del Broggi è acuire il senso di algidità del dettato con minime variazioni, ripuliture. Il disturbo, i rumori di fondo vengono eliminati. Rimane la traccia sonora principale, il punto di sviluppo effettivo della storia, la linea bianca.
Sono storie singolari e personali: ogni pagina offre due, tre quadri al massimo, anche brevissimi, a volte quasi epigrammatici. La lingua è piana, a tratti così scarna da risultare fastidiosa  (1° – Ho diciassette anni e sono felice. Dopo un anno di pianti perchè lei aveva un altro, da tre mesi sono fidanzato con una ragazza stupenda. Non è la classica cotta da adolescenti. // 2° – Siamo sicuri di essere anime gemelle e che staremo insieme per il resto della vita… Non credevo che si potesse amare così tanto una persona, darle tutto l’amore possibile senza aspettare nulla in cambio.)
Il fastidio derivante da un dettato cosi semplice è in realtà un espediente miratissimo dell’autore: le credenziali degli attori del quale leggiamo la vita sono persone “di tutti i giorni”: la nostra vicina, la collega di lavoro, l’amica dell’amico che parla, uno sconosciuto incontrato ad una festa.
Al contempo, è come leggere la posta del cuore di una rivista o spiare un messaggio scritto, una lettera inviata per mail che riassume invece che spiegare. Messaggi che risultano algidi, che espressi in parola non trovano quella potenza che chi vive il fatto/accadimento, vede, prova, vive. C’è una pulizia assoluta nelle parole e una inadeguatezza assieme. Non bastano, rese così quelle parole, quelle frasi non bastano ma sembrano invece banalità, suonano come banalità, luoghi comuni, piccoli fatti invece che deflagrazioni che ribaltano una vita. E’ altresì evidente che l’autore gioca con l’incapacità di molte persone (una maggioranza..?) di trovare parole adeguate, cosa che porta ad esprimersi in un lessico sempre più omologato ed appiattito.
In altre parti/episodi, c’è invece una arguzia, una tale profondità che la stesura per frasi così nette ne tronca l’eco ed ancora una volta ecco il gioco dell’autore: sovrapporre a chi le frasi pronuncia.
Il risultato, se dapprima lascia perplessi, dopo poco diviene esilarante per trasformare solo a fine lettura in un senso di crudele consapevolezza dell’appiattimento sentimentale/emotivo della “grande massa”. Crudele perché l’autore espone tutto senza mettere nemmeno un velo, senza esprimere un giudizio. Egli fa un passo indietro, mettendo noi in condizione di fare tre passi avanti.
Non c’è distinzione o preferenza negli episodi esposti: una bella serata, un amore finito, un paio di tette rifatte, una delusione d’amore, l’autoelogio camuffato da modestia, la violenza domestica o la retorica del cambiamento (e via citando), tutto il corollario di “frasi fatte” insomma, che accompagnano una normale conversazione ascoltabile in un qualunque momento di socialità.
Ulteriore punto dell’autore, è accendere una lampadina nel lettore: spingerlo a chiedersi, dopo aver letto, criticato, deriso gli altri, “anche io mi esprimo cosi” ? La collana “Chapbook” (parola inglese che vuol dire a buon mercato) costa davvero poco e oltre a Broggi vanta titoli di buon peso, tra i quali anche il funambolico performer francese Jean Michel Espitallier. Me ne sono fatti mandare solo quattro e avrei potuto acquistare l’intera collana ma rimedio, provvedo ora, a fare.


Broggi, Triste denotazione del Bel Paese

di Cecilia Bello Minciacchi per Alias (n. 26, 27 giugno 2009)

Per descrivere un paesaggio socio-culturale o una situazione storica nazionale, si può muovere dall’esterno, planando a volo da un cielo aperto, oppure si può risalire dall’interno, fissando immediatamente il fuoco dell’obiettivo su gesti precisi, soggettività singole ma non individuali. L’importante, se si vuole disegnare con correttezza “geopolitica”, è osservare con occhio limpido, rispettare le coordinate e non barare, non usare correttivi idillici. Con i ventinove brevi, asciutti testi di Nuovo paesaggio italiano (Milano, Arcipelago Edizioni, pp. 35, 3.00 euro) Alessandro Broggi traccia una mappa fedelissimae a antibucolica, disegna un atlante nitido del Bel Paese dall’interno, dagli intimi nuclei di soggettività che espongono la propria condizione parlando in prima persona, offrendo in formule rapide fatti biografici o tratti caratteriali: “Mi sono sposata a ventiquattro anni”; “Vivo una relazione felice, ricca e sana”; “Ho una bella carriera in un’azienda farmaceutica”; “Adoro cucinare”. Affermazioni semplicissime, di grado zero, inchiodate a piani referenziali anche se descrivono stati d’animo e reazioni sentimentali. Alessandro Broggi, giovane autore lombardo (Varese, 1973), da tempo pratica una scrittura sfrondata da ogni lusinga, esatta e inesorabile. Nel suo lavoro poesia e prosa spesso si intersecano – testi in prosa sono stati accolti nel Nono quaderno italiano di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2007) –, essendo lo slittamento, il trapasso dei generi, un ulteriore potenziamente espressivo, un accrescimento di densità proprio nella tessitura testuale. Anche quando le sue geometrie compositive paione esitare nel poème en prose Broggi non cede a tentazioni seduttive. In Nuovo paesaggio italiano ogni testo ha il medesimo titolo, nuova situazione, perché il nuovo è l’identico, ogni realtà sembra diversa ma al fondo è la stessa, non c’è sviluppo, il processo è asfittico: manca l’ossigeno in queste vite. Punti di vista e orizzonti sono angusti, bloccati, non passibili di mutamento. Ogni soggetto si descrive attraverso lacerti triti del quotidiano, banalità rassicuranti e perbeniste, autoinganni; il livello denotativo sembra umile e risulta infinitamente triste. Il più delle volte il gelo arriva, pungente, nelle clausole, in cauda. Ma senza veleno. Rattratto, piuttosto, nel grigiore e nella meschinità. L’azzeramento della retorica è efficace stilema allegorico di esistenze scheletriche, spolpate da un sitema reificante tanto potente da non essere mai nominato. È in se stessa critica, questa scrittura che rifiuta evasioni nostalgiche e politicamente consolatorie, e ha impronta etica fin nei presupposti d’autore: “credo in una poesia e in una scrittura antiletteraria, non plusvaloriale, che non si pensa come soluzione ma come “sintomo”, che non recita ma si mette a nudo”. Svela con calma e detrae con attenzione, Broggi, e non si accanisce mai, non incrudelisce, eppure il paesaggio italiano che ci rimanda fa rabbrividire: è apocalittico, quietamente e orribilmente apocalittico.


di Fabio Zinelli per Il Semicerchio (XLI, 2009)

Vale come programma della ricerca di Broggi (n. 1973) il verso di apertura della precedente plaquette, Total living (La camera verde, 2007): «importante è non tradire / la nitida visione delle cose». Se la visione del mondo è chiara di per sé la scrittura deve fornire il quadro in cui lasciarla emergere. È una costruzione prospettica cresciuta nei dintorni dell’opera di Giampiero Neri, piccolo classico di una poesia che registra sul piano della prosa quadri di storia degli uomini e storia naturale in un gioco di sovrapposizioni che mettono a fuoco gli oggetti allontanandoli. Neri è però in questo autore del Novecento: per quanto questo resti invisibile al lettore, il quadro si forma ancora nell’occhio del poeta. Per Broggi la lezione sul mantenere l’oggetto a una distanza che permetta di osservarlo è testata come messa a fuoco ottenuta per allontanamento equidistante di oggetto e scrittore. L’esperimento si svolge sempre in forma di prosa, ma cambia il frame. Introdotti dal titolo performativo di Nuova situazione si leggono, altrettanti script per brevi video, ventinove interviste a schema fisso in cui un personaggio, uomo o donna, parla di sé, in poche frasi, della propria vita professionale o sentimentale. A una presentazione lapidaria («Ho quasi quarant’anni e sono sposato da sette») segue un breve sviluppo in due o tre movimenti distinti come strofe (in corsivo rari interventi di una voce off). Nel finale, la morale del turista consumatore scampato allo Tsunami («Ho guardato in su e ho visto un’onda alta sette metri, sembrava una scena dei dieci comandamenti […] l’anno prossimo me ne andrò in Versilia») schiaccia forse troppo su una soluzione post-moderna alla Aldo Nove il contatto con le testimonianze di personaggi che sentiamo inevitabilmente come molto vicini. E l’autore? Felicemente perso nel video-specchio, a meditare probabilmente sulle meta-implicazioni di una delle risposte: «Cerco di volermi molto bene, perché è difficile amare qualcun altro se non si ama se stessi». Allontanamento riuscito, i conti tornano: «Nuova situazione».

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