L’Aria n.15: Secretum professionale

 

Beatrice – 1819. By Washington Allston, Museum of Fine Arts, Boston

In Italia il problema della lingua è sempre stato pragmatico. O dal punto di vista normativo (quale lingua parlare/scrivere? Come parlare? «Risciacquare in Arno», ecc.) o dal punto di vista stilistico-contenutistico (comico-realistici, ermetismo, «Linea Lombarda», ecc.).

E poi l’intenzione generale. Cesare Gàrboli attribuiva alla lirica italiana – tutta la lirica italiana – un sentimento depressivo, soprattutto negli ultimi tempi. La depressione crea contemplazione, ed è sterile. Ma vi è implicato anche il dato di fatto: il predominio maschile sulla tradizione del parlar materno, cioè dello scrivere materno. Le madri non hanno mai scritto, in questa tradizione. I padri erano depressi, spiriti contemplativi, ma aggressivi [Dante, sempre. E poi Dante si indonnò, a suo modo, aggressivamente: quando ruppe il guscio degli usi amicali e di Fiorenza. E allora l’idea dilagò nella forma «mai pensata in alcun tempo». La novità faceva luce nella forma].

Chi legge una certa rosa mystica (Cixous, Muraro, Rich, Irigaray, Djebar) vede che la mascolinità della lingua-strumento convive con la sua incarnazione individuale. Vede grandi lingue in grandi esperienze. Chi scrive conoscendo la diversità (è donna) e l’esilio (è maghrebina e francese), o l’esilio e il plurilinguismo, sa che lingua, corpo, voce sono coessenziali e che l’insieme è una forma di resistenza simbolica e politica: per questo motivo la scrittura riguarda «questo fuoco» ed è una «strada da aprire».

L’utero oggettivo non conta. Attenzione. E la Femmina è anche la Scrittura. La disperata prova le voci che assediano. Non importa che sia davvero una donna a scrivere: può essere Djebar come Derrida, Cixous come Novarina, Zallio come Bene; e non sopporta limiti di genere, proprio perché rifiuta la depressione della lingua. L’assedio è bellicoso e non malato. Così la lingua gloriosa può flectere quod est rigidum, come il Sanctus Spiritus che si invoca, al quale si dice: Veni! Anche il vero amante lo dice, nel Cantico più cantico che ci sia: Veni, sponsa, de Libano! [ho promesso di dire le stesse parole nell’ultimo giorno, nell’ultima ora, quando sarà: allora chiamerò una sposa definitiva, non una disgrazia]. Il Nuovo Testamento finisce con lo stesso ordine: Vieni, Signore Gesù. L’imperativo dell’amore – tutto l’amore, tra cielo e terra, e anche il sesso al culmine – è vieni.

La sponsa inizia Fra corpo e voce e chiude con «scrivere da diseredata». Il rapporto tra inizio e fine è intuitivo, ma è la salute: soprattutto per il lettore maschio e italofono, un precario che non si può paragonare all’esule e all’esule-donna. Delirando, ex-maschio o più-maschio, o più-che-maschio, Joë Bousquet studia in quaderni il but de l’oeuvre littéraire: «Mais dis cela avec ta voix de femme, rends-le mortel, article de Paris» (Mystique, Gallimard, Paris 1973, p. 36).

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