Inediti – Maria Rosaria Madonna

Presento qui una scelta di poesie di Maria Rosaria Madonna, nata a Palermo nel 1947 e morta nel 2002. In vita ha pubblicato un solo libro, Stige nel 1992. Alcuni suoi inediti uscirono nel 1998 nel n. 28 del quadrimestrale di letteratura «Poiesis». Di Madonna ho scritto a più riprese parlando della sua poesia come una delle maggiori del Novecento. Attualmente sono alla ricerca di  un editore disposto a pubblicare Tutte le poesie (1985-2002). Nel frattempo, il modo migliore per ricordare  la poetessa scomparsa è far conoscere in qualche modo la sua poesia.

Nel mio libro Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) (EdiLet, Roma, 2011 pp. 400), scrivo: «L’importanza della poesia di Maria Rosaria Madonna della quale è stata pubblicata soltanto la raccolta Stige (1992), altre poesie postume sono state pubblicate nel numero 34/35 di «Poiesis» nel 2006, la possiamo apprezzare adeguatamente se la consideriamo come spartiacque della poesia monadologica, erede ad un tempo della tradizione modernista e dell’anti-tradizione del post-sperimentalismo. Nella poesia di Madonna le due tradizioni vengono a fondersi in una koiné originalissima, uno “pseudolatino” “davvero originale e ispirato” come scrive Amelia Rosselli nella prefazione al volume. Già nel 1992 nella nota in premessa al volume, parlavo di “impressionismo degli elementi astratti”, con “una vigorosa opera di sfrondamento di tutto ciò che è realtà empirica, una sottrazione di ogni realtà individuale-esistenziale. Leggendo queste poesie noi non ci chiediamo il perché della sofferenza, non ci importa, godiamo soltanto dei paesaggi astratti, degli accadimenti stilizzati. La materia della vita è stata interamente plasmata dal processo di stilizzazione, di distillazione. Il pubblico al quale questa sottile lirica si riferisce è un pubblico astratto, verosimilmente inesistente, un pubblico dal quale è scomparso il bisogno di interrogarsi sugli avvenimenti della lirica, forse per eccesso di sangue, per eccesso di realtà, per eccesso di potenza dei nostri organi ricettivi, così che non siamo più in grado di recepire le onde hertziane come i raggi ultravioletti. L’essenza di questa come della nuova lirica sembra essere la prevalenza del fuggevole sul durevole, dell’effimero sullo stabile… è una poesia che accoglie il silenzio come unica condizione di esistenza, una poesia che non tende all’autenticità, ormai dissolta nel mondo ed inutilizzabile al pari di un reperto di ingegneria del neolitico”.

L’aspetto profondamente innovativo è nell’aver ideato una combustione a caldo di una linguisticità artificiale e nella velocità iperbolica delle connessioni lessematiche e fonologiche, tale da renderci una poesia ad altissima tensione metaforica e iperbolica, una esperienza linguistico-emotiva assolutamente singolare ed originale nel panorama della poesia italiana contemporanea».

Giorgio Linguaglossa

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2 Comments

  • vorrei replicare un commento che ho lasciato a moltinpoesia:
    «il linguaggio poetico è un sistema di relazioni che è in rapporto dialettico con altri sistemi di relazioni, Che cosa voglio dire? Voglio dire che il linguaggio poetico di Maria Rosaria Madonna è un sistema relazionale che entra in rapporto conflittuale con i sistemi relazionali adottati dalla tradizione poetica italiana del tardo Novecento. Madonna mette in opera un (e qui ha ragione Ennio Abate) un linguaggio cristallizzato (morto) per metterne in risalto ciò che non è morto di quel linguaggio morto, opera una resurrezione di un linguaggio morto. Ma qui il distinguo è più sottile: in questo modo mette fuori gioco i linguaggi maggioritari del post-sperimentalismo e della poesia degli oggetti mostrando (indirettamente) come quel linguaggio morto e stereotipato sia, quello sì, un linguaggio morto! In questo modo Madonna rivitalizza quegli oggetti che entrano nel suo linguaggio poetico. La poesia di Madonna la si può apprezzare soltanto se si coglie questo distinguo sottilissimo: è un linguaggio relazionale perché non si riferisce ad altro che non sia il mondo degli oggetti del proprio linguaggio poetico. Del resto, criticamente parlando, non si può valutare un linguaggio poetico da ciò che è esterno a quel linguaggio poetico ma la valutazione deve iniziare e finire entro il contesto storico stilistico e filosofico di quel linguaggio poetico. La straordinaria espressività (e novità) del linguaggio poetico di Madonna la si può cogliere proprio nei suoi nessi relazionali che ci dicono il «noto» per svelarci ciò che «non è noto»; la restaurazione di Madonna è, invece, a mio avviso, una vera e propria rivoluzione! A parte il fatto che il merlo posato sul frontone di un tempio pagano potrebbe anche non «gracchiare», potrebbe singhiozzare, sibilare, ugolare, strillare, mormorare etc., non vedo affatto nulla di così scontato nell’uso che Madonna fa del verbo «gracchiare», e poi il fatto che sia un merlo e non un corvo che «gracchia», come hai ben notato tu, ci dice molto di più, ci dice che quel «merlo» «gracchia» perché il suo canto è Brutto, prodotto di Menzogna, e il fatto che si posi «sul frontone di un tempio pagano» ci dice che il suo canto è funesto e infausto, è il canto di vittoria che irride il tempio pagano. Il «merlo» che gracchia diventa così il simbolo (il correlativo oggettivo) della tradizione poetica italiana, la quale «gracchia» non sa fare altro che «gracchiare», e il suo suono sinistro e lugubre è il contrario della dizione apollinea dei versi di Maria Rosaria Madonna, la cui poesia avviene sotto il segno di Apollo, è apollinea e dionisiaca (e non cristiana!). L’accenno al mare che entra sciabordando nel peristilio è un simbolo relazionale che ci collega a un’altra civiltà del passato che è scomparsa ad opera del «merlo» che «gracchia».
    Quello che più conta poi è la siderale distanza che Madonna pone tra la propria poesia e quella che si è fatta nel Novecento (in specie la seconda metà). È proprio questa distanza della sua poesia da quella del suo tempo che ne fa un valore relazionale inestimabile.
    Se uno dei criteri per la valutazione di un’opera di poesia è il suo valore relazionale, quello della poesia di Madonna sta proprio in quell’atto di negazione della direzione intrapresa dalla poesia italiana del secondo Novecento. La sua massima relazione è nell’assenza di relazioni con quella tradizione. È questo il punto centrale della sua poesia. Il punto altamente politico, se mi si passa il termine. E la critica ha un senso e un valore soltanto se è capace di sviscerare i punti critici di un certo tipo di linguaggio relazionale, altrimenti è chiacchiera».
    Virrei dire ai lettori che la ragione dell’eccellenza della poesia di Madonna risiede nella composizione delle immagini; la poesia viene costruita come un complesso sistema di relazioni di immagini e simboliche. Madonna utilizza un repertorio di immagini appunto, consolidate, un repertorio di immagini a disposizione di tutti. È questo il suo semplicissimo segreto: utilizzare ciò che è a disposizione di tutti senza ricorrere ad alcun trucco.

  • Grazie anzitutto per questo post che mi fa incontrare un’autrice che non conosco.
    Leggendo questi inediti mi ha colpita (mi scuso se cito male, ma non ho modo di fare il copia e incolla, devo ricordarmi ciò che ho letto…) il riferimento alle “parole morte”
    “dicono i più che la poesia debba attingere al dizionario delle parole morte”.
    ..
    “se tu lettore vuoi sincerartene…”
    e via l’ invito a sparigliare il dizionario delle suddette parole…

    mi pare che di parole in sé “morte” non si possa parlare, se non semmai nel senso di parole utilizzate come i frutti o altro in una natura morta, parole come di frutta appena colta e accostata, nel suo essere appena prima al ramo vivo che la nutriva. Parole ancora di sapore profumo e colore, che tuttavia richiedono una struttura e magari una restituzione, anche artificiale (in questo mi trovo con le osservazioni di Linguaglossa), dopo l’artifcio di averle scelte e “colte”. L’autrice stessa sottolinea questa messa in opera, utilizzando spesso lemmi “datati” e commistioni (negli inediti con il pseudolatino) , ma non solo, anche le immagini vengono riprese dalla tradizione, di nuovo accostate e riaccostate, non necessariamente rivoluzionando tale accostamento, ma mantenendolo, mi verrebbe da dire “perpetuandolo”.
    Viene da credere che valga per l’autrice nei confronti delle parole (morte), ciò che l’autrice si domanda a proposito dell'(ex)amato: ““che cosa c’è dietro, sotto le parole
    Che tu non volevi fare vedere. E perché”.

    E siamo di nuovo al che cosa, al chi, al perché…

    Un caro saluto

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