Giovanna Frene: una nota di Paolo Zublena

 

di Paolo Zublena

L’amore irrisolto, il lutto, la morte, la consunzione del corpo (vivo e cadaverico), il consumarsi del mondo fenomenico tutto e il suo rapporto con l’essere: questi sono i temi dominanti della scrittura di Giovanna Frene, fin dai suoi precoci esordi. La messa in pagina di questi oggetti cardinali avviene in un originale, anche se inizialmente un po’ faticoso, incrocio tra poesia di pensiero e poesia, diciamo così, corporale (in cui domina, cioè, la registrazione – e poi la risignificazione allegorica – di percepta corporali). Se dunque non si può negare l’indubitabile maîtrise esercitata da Andrea Zanzotto, per altro costantemente attento al lavoro di Frene, va detto che dell’ampia tastiera zanzottiana la conterranea percuote solo – e con ritmicità ossessiva – alcuni tasti seletti. Inoltre allontanano dal testo zanzottiano (cui pure alludono alcune scelte lessicali e morfolessicali) anche un insistito espressionismo stilistico (nella forma di allitterazioni, nessi consonantici aspri, ardite composizioni neologistiche ecc.), riconducibile piuttosto alla grande tradizione espressionista europea e un’adesione spesso quasi immediata alle forme della poesia pensante heideggerianamente intesa (con il suo corollario di andamento aforistico e assertivo). […]

Con il suo incrocio amore-lutto, e la gestione più matura della poesia di pensiero, Datità è libro più compatto e forte. Il titolo denuncia palesemente l’angolazione filosofica della ricerca poetica: oggetto dello scrutamento è la semplice presenza, la realtà dell’Es gibt. La coscienza della temporalità deietta iscritta nel vuoto scorrere dei giorni getta l’io-soggetto nell’angoscia, cui fa da contromovimento il solito sguardo necroscopico. Forse però, in effetti, la mummificazione (o polverizzazione) del corpo-già sempre cadavere non è aliena (come un tratto scuro che si deposita sul bianco del lutto) dalla potenza sublimatoria della poesia, che pure si avverte in queste pagine. Una sublimazione autocosciente – e perciò meno illusoria –, controbilanciata da una tensione all’annichilimento, visto magari sotto la specie del sonno, che realizza la virtualità nichilistica tipica della malinconia.

Ancora il primum del lutto è alla base di Spostamento – Poemetto per la memoria, forse il risultato più convincente della produzione di Frene. La memoria (quella dello zio morto suicida) è priva di qualsiasi indulgenza elegiaca. La rappresentazione barocca del disfacimento trova una sorta di reazione da una parte in una fruttificazione biologica del cadavere che rimanda certamente al Zanzotto del Galateo, e in particolare di Rivolgersi agli ossari, dall’altra nell’«irradiazione» totalizzante di una luce che è quasi una speranza esterna, non fungibile dall’umano: di cui solo può illuminare le ossa. La poesia, nella [Clausula] finale, parodia oraziana, è non il monumentum, ma la cassa da morto, che sfoggia una sua ambigua sopravvivenza di fronte ai poveri resti umani.

(da: cappello introduttivo a Giovanna Frene, nell’antologia  poetica Parola Plurale, Sossella, Roma 2005)

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