Giovanna Frene: L’esperienza poetica è logos

 

di Giovanna Frene

Non sono stata precoce, nella scrittura poetica; avevo altri interessi, come la musica classica (suonavo il flauto traverso fin da piccola) e, prima ancora, il disegno. Ricordo un particolare buffo della mia primissima infanzia: avevo una sorta di quaderno che portavo sempre con me dove disegnavo tutto quello che mi passava per la testa; un giorno mi salta in mente di disegnare una sposa in abito bianco, e invece alla fine mi rendo conto che avevo disegnato una sorta di figura scheletrica. Poi, col tempo, durante la tarda adolescenza la scrittura poetica ha preso il posto del disegno – perché a un certo punto ho sentito il bisogno di dire qualcosa, e che questo qualcosa rimanesse -, ma i quadernetti sono rimasti, questa volta anche con la funzione di zibaldone di pensieri. Sono esistiti poi anni nei quali scrivere poesie era il mio pane quotidiano, anni che in parte sono coincisi con importanti incontri poetici. Ora non è più così, ma non certo perché io sia meno dentro la poesia: anzi, proprio perchè sono più dentro, proprio perché la poesia è così aderente a me da essere diventata la mia stessa vita, in realtà la mia mente è sempre concentrata in quella direzione, mentre è diventata meno essenziale la scrittura – anche col crescere della mole delle letture, sempre ricercate e meditate -, scrittura che accade anche dopo lunghi periodi di silenzio, tutta insieme, con intuizioni folgoranti perché a lungo pensate,  e magari dura davvero poco, perché oltretutto per me è un dispendio enorme di energie psichiche. Forse il termine più preciso per indicare che cosa è diventata per me, oggi, l’esperienza poetica, è proprio logos. Non credo poi più che si possa davvero essere fuori da quanto si scrive in poesia – e in questo sono diventata di sicuro meno indulgente verso i poeti -, che esista cioè uno scollamento incolmabile tra pensiero/scrittura e azione/comportamento: il punto in cui le due cose si toccano è alla fine il limes dove coincidono, schiena a schiena. Su questo stesso crinale scorre anche il fiume della storia, e non ha senso scriverla maiuscola o minuscola: la storia, appunto, è la spina dorsale dove pensiero e azione coincidono, come realizzazione, testimonianza, interpretazione, e specialmente casualità. È questo l’assunto che regge il mio ultimo libro, Il noto, il nuovo (Transeuropa 2011), dove credo di aver raggiunto un perfetto equilibrio tra estetica ed etica.

 [intervento di poetica in “L’Estroverso”, anno VI, n.2, marzo-aprile 2012]

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