Manuel Cohen: ‘Winterreise – La traversata occidentale ‘

 

I destinatari.

Mi sono accostata per la prima volta alla poesia di Manuel Cohen leggendo le sue Cartoline di marca (Marte editrice, 2010), una plaquette che  l’autore, a me noto allora solo come finissimo critico, volle donarmi. Una raccolta che mi colpì per il rimpianto che conteneva, per  una comunità perduta, quella dei compagni della giovinezza e della formazione, amici poeti maestri uniti in quell’intreccio incancellabile di memoria e radici che trova senso nel cerchio caldo dello scambio. E in questo nuovo libro, pur diverso per i differenti territori attraversati e per più vasta dilatazione del pensiero, sento il filo della continuità, nel suo sotteso rivolgersi proprio a quel tipo di empatica comunità oggi così difficile a formarsi e a mantenersi,  per condividere  il grido d’impazienza e la voglia di sovvertire il mondo, per  sconfiggere disumanità e dispersione.

L’inverno.

E’, questa traversata invernale , un winterreise del coraggio, che ha il lucido profilo di una poesia della realtà.  Una poesia che si indigna, chiara e del tutto priva di nebbiose velleità evocative, di quella fumosità di cui in un recente articolo  (24 maggio, Sole 24 ore) il noto critico Alfonso Berardinelli audacemente accusa la gran parte dei poeti italiani di oggi. Cohen non è tra questi. Perché scrive lucide ottave  rivendicando alla poesia il diritto-dovere di guardare il gelo di umanità caduto sull’occidente, di prendere posizione sulla nostra storia recente e denunciarne gli errori e le aberrazioni. La sua è una parola che non cerca di certo il sublime, piuttosto l’infimo, che è proprio delle miserie umane, e ne denuncia la vergogna.  Perché il poeta non può essere solo  un visionario, ma può e deve farsi anche banditore di perdite. Così le ottave di Cohen nominano le miserevoli recenti vicende occidentali,  e lo fanno costruendosi come archi tesi, densi, esatti, perché denso è stato il tempo e va detto esattamente, con l’esatto disamore che ne consegue. La forza poetica di questa scrittura è proprio in questa capacità di sguardo senza veli, nella forza d’urto etica che scuote e convince  e stabilisce( con il lettore) un’alleanza. Perché chi legge non può che aderire, alleandosi contro la devastazione.

Le vibrazioni.

Si apprezza, in questa scrittura, come un’ansia di abbracciare, nel senso fisico di comprendere, le parole dei maestri amati, come Volponi, Luzi, Fortini, Jabés e altri ancora, e il metodo linguistico che  Cohen crea per realizzare questo desiderio è quello di includere interi loro versi nelle ottave, quasi a voler profondamente assimilare quel loro senso imperdibile trasmesso, farlo diventare carne della scrittura, accogliendolo e facendolo risuonare con le proprie rime, assonanze, allitterazioni.

Una perfetta fusione  di rigore formale e spirito contemporaneo fanno di questa scrittura un esempio di “poesia bella del senso” e davvero non so- mi piacerebbe saperlo- se e quanto lavoro formale sia sotteso. Perchè  ogni ottava sorprende per l’effetto di spontaneità, nel suo apparire così pieno di urgenza del dire.

E perché pure si mostra una rara sapienza di distribuire i suoni nei versi, che spesso si di-vertono stirandosi e torcendo la sintassi, creando sensazioni linguistiche nuove. Si ha l’impressione di essere trascinati da una sorta  di metafore tecniche, che pure concorrono a sottolineare il dramma, il vuoto, la frattura.

E’ pure evidente , lungo la gran parte di questo viaggio nel buio delle storture umane, una vocazione alla dignità,  un tono alto, che però nelle ultime sezioni, di fronte ad un ”grado zero” di umanità , si rompe e volontariamente vira verso il sarcasmo,  perché si fa incontenibile la rabbia sulle ipocrisie dilaganti in certi ambienti, anche poetici, e in particolare sulla vacuità di una impresentabile nota figura pubblica.

Resta alta la lezione che Manuel Cohen lascia al lettore, di vigilanza continua, di allerta per preservare la propria libertà, contro ogni omologazione. E sempre l’eco di parole profondamente etiche, memorabili, in cui riconoscersi.

20 maggio 2012

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6 Comments

  • Mi scuso per il ritardo, non sapevo che vi fossero commenti nè che si otesse commentare.
    desidero ringraziare nell’ordine:

    ANNAMARIA FERRAMOSCA, per la cura squisita e per la profondità della lettura, empatica e intelligente.

    MARGHERITA EALLA, per la sua gentilezza e per la generosità.

    MARIA PIA QUINTAVALLA, per la simpatia e la cortesia. ll piacere è stato evidentemente reciproco.

    a tutte, e ai curatori di questo bellissimo e utilissimo sito, un grazie e un saluto carissimo.

    manuel

  • E’ molto bello rileggere Manuel che ho avuto al fortuna di conoscere alla rassegna Quintocortile a Milano, mentre leggeva da QUESTO BEL LIBRO, poesie che riparlano il tema civile e lirirco assieme…
    SUCCESSIVAMENTE AL PREMIO tUROLDO, DOVE CI SIAMO CONOSCIUTI MEGLIO: MOLTO FINE POETA, ELEGANTE CRITICO E CONDUTTORE, GIUSTAMENTE RITORNATO ALLA POESIA, (FORSE GLI ANNI APPARTATI DOVEVANO SERVIRTI A QUESTO: CHE BENE SIA)

    con affetto, MARIA PIA QUINTAVALLA

  • Bello Annamaria! che metti in evidenza, in modo prezioso, l’urgenza di dire che si avverte in questa poesia di Manuel Cohen e, nel contempo, il registro affilato e raffinato che egli ha scelto per dirlo. Trovo in particolare ottima la sottolineatura dell'”alleanza” che questa scrittura attua con il lettore.

    Adesso metto il rimando nel mio commento a VDBD. così rimane il richiamo a qui

    un abbraccio

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