Roberto Bertoldo: ‘Pergamena dei ribelli’, postfazione di Sandro Montalto

 

di Sandro Montalto

Questa nuova raccolta poetica di Roberto Bertoldo, come sempre densissima e gravida di percorsi nell’umano sentire, si configura come la più esplicita nell’attacco alle convenzioni, alle ipocrisie, al perbenismo, nonché alle mafie che penetrano in ogni porosità del lavoro letterario e intellettuale (da intendersi come riflesso dell’attività umana in genere) con tutte le sue nobiltà e miserie. Da sempre, certo, la poesia del Nostro ci ha abituati a toni mai accondiscendenti e a duri colpi inferti a suon di simboli taglienti e linguaggi calibratissimi; in questo volume il filo della tensione non cede mai, il fronte della denuncia si fa amplissimo e pare riassumere, o almeno potenziare come solo la poesia sa fare, il più ampio lavoro di denuncia dei corrotti e di difesa dei vinti dall’autore intrapreso con gli strumenti, anche, della narrativa e della critica, per non parlare della filosofia e dell’intervento civile e politico.

Diciamolo subito: l’esporsi coraggioso e senza il minimo ripensamento di Bertoldo, il suo linguaggio acceso e affilato, i suoi strali, e soprattutto il suo mettere prima di ogni cosa in discussione il proprio stesso status di poeta e uomo, il gettare nella contesa tutto il proprio essere, corpo e mente, potrebbe apparire eccessivo. Ma ad essere eccessiva, e vergognosa, è la calcolata ed opportunistica pavidità con la quale ognuno di noi prima o poi terminerà di leggere almeno una di queste poesie e penserà “ecco! finalmente!”, per poi tornarsene ad innaffiare il proprio orticello, rinsecchito o putrido che sia, lasciando il poeta alla solitudine delle sue denunce.

Denunce che riguardano, peraltro, non generici atteggiamenti e tipi umani ma precisi atteggiamenti, soprusi, violenze, governi. L’autore si mette nei panni dei rivoluzionari per vocazione e ribelli come massima possibilità, quelli che attacca sono i politici, prima di tutto. Il che restituisce a questa poesia, che certo pretende l’astoricità o meglio di essere soprastorica, un valore anche nell’immediato e contingente, una spinta che vale per tutte le mentalità classiste su cui proliferano le dittature, esplicite o implicite che siano (il «ladro di popoli», la «larva della storia», i «capitani dell’imbroglio», ecc.). Insomma avversario è, in questo libro, chi domina e, in subordine, coloro che l’assecondano.

A molti suoneranno stridenti diversi passaggi, titaniche certe prese di posizione, inflessibili certe opinioni (perché di opinioni, finalmente, e non solo di nuda contemplazione dell’esistente di può parlare nel caso di questi versi). Tuttavia, senza voler qui separare i buoni dai cattivi con aspirazioni manichee (anch’esse troppo spesso, a conti fatti, opportunistiche), probabilmente la continuità della denuncia risulterà tanto più disturbante quanto più i nostri sensi di lettori e scrittori si sono abituati a sopportare (e dunque coadiuvare) le ingiustizie e le falsità.

La stessa forma dei testi, spesso occhieggianti a certo romanticismo e all’ermetismo, parla di una volontà di penetrare nella cosa, di scovare i buchi nella corazza apparentemente solida della tradizione (o meglio dell’idea che ce ne siamo fatti), di cambiare le cose dal di dentro, saggiamente e coraggiosamente. Mettendo, appunto, in gioco tutto se stesso, e fugando facili vie di fuga come la protesta solo apparente del rifiuto della forma o del senso, e soprattutto l’anarchia intesa come perniciosa assenza di governo, e dunque di regole e di qualsivoglia gerarchia. Bertoldo diffida dell’anarchia come rifiuto di ogni autorità, la quale è un’aspirazione astratta e in ultima analisi logicamente impossibile, e rimane, sulla scorta delle proprie pulsioni vitalistiche ma anche logiche, a favore piuttosto di un anarchismo che sappia rifiutare ogni comoda maschera di idealismo; che sia «metodo di vita e di lotta» (come dice Malatesta, citato da Bertoldo in Anarchismo senza anarchia) tendendo al pensiero libertario; che sappia rispettare l’individuo tanto nella sua autenticità e singolarità quanto nei suoi bisogni di socializzazione; che sappia accettare la contraddizione, complice quel Leopardi che fa da ponte con il concetto di “nullismo” da Bertoldo studiato e rinverdito; che sappia rifiutare l’autorità imposta (scriveva Bertoldo nell’importante intervento Profili e contraddizioni della violenza: «sovente chi rifiuta ogni forma di ipse dixit è una persona molto onesta ma lo è alla luce del sole»; in questa silloge sta scritto: «noi aggrediamo la divisa, / abbiamo l’irriverenza!»).

Tornando a questo volume, già in principio il libro parla chiaro, pur nella densità dei versi bertoldiani dovuta non all’oscurità del lessico o alla difficoltà dei concetti ma all’andamento reticolare dei testi e alla ricerca di una pur ruvida musicalità. E’ forte infatti la denuncia degli «uomini mediocri» che fanno della loro pena costruita a tavolino «l’inganno», mettendosi in mostra pur essendo in realtà «padroni delle piaghe» alla disperata ricerca di «credenziali» che essi devono conquistare sulla ribalta; laddove il vero poeta, o meglio l’uomo autentico che soffre per sé e per il prossimo in egual misura, tali credenziali le ha innate, scavate dal di dentro, e non sente l’esigenza di metterle in piazza se non per denunziare con il proprio sangue autentico il cerone dei versificatori ipocriti.

Ma, come accennato prima, se l’accusa va agli scrittori è perché essi sono considerati esemplificativi dell’umanità: carnefici e vittime, truffatori e truffati, sono infatti, spesso, ugualmente colpevoli: «voi che mafiate la spina dorsale / dei popoli bigotti e sornioni, / voi, cuciti sulle spalline degli ammiragli…». Tutti pronti a giocare i ruoli di padrone e servitore studiando quale di esso, di volta in volta, sia più redditizio, e a giocare con le parole per costruirsi un piedistallo: «I poeti speculavano sulle parole, / andava a gettoni il loro cuore». In fondo, «il popolo non tollera l’arte / se non per le fosse e gli altari».

Insomma, come concludeva il romanzo Anche gli ebrei sono cattivi, «non voglio più distinguermi, noi, noi tutti, chi vive e chi scrive, siamo pervenuti alla colpa». Tutta l’opera bertoldiana è infatti attraversata da continue interrogazioni, tra le righe eppure palesi, sulla conciliabilità di vivere e scrivere, laddove lo scrivere è visto come perennemente esposto al rischio di strumentalizzazione, e chi scrive al rischio di diventare lo strumento di un potere, o di decidere di utilizzare la scrittura e le idee come il trampolino verso un palcoscenico, senza la minima partecipazione emotiva (è la denuncia contro Voltaire che dà l’avvio al romanzo L’infame, nel quale è scritto anche: «bisogna scegliere tra la vita e il potere, non sono la stessa cosa»). L’emotività, l’amore, l’autenticità, e le loro emanazioni quali la solidarietà, sono invece condizioni necessarie secondo l’autore per una vita e per una scrittura degne di esistere e finalmente indissolubili. Ecco allora che parlare e scrivere, insomma testimoniare, non possono essere strategie studiate a tavolino ma solo necessità urgenti: «Non abbiamo scelto l’afasia / né le corvée della parola / ma l’esplodere delle vocali / contro la reticenza dei pensieri» (si rilegga in parallelo, dalla raccolta Il calvario delle gru, la poesia Lettere alla gazza V sul poeta esperto che «ha grande cura / per la metrica / e le proprie sagome di cristallo»).

Dice il sacerdote protagonista del romanzo Ladyboy: «se in passato non mi fossi ubriacato di passioni, non avrei potuto acquisire il talento dell’esteta»; il termine “talento”, certo, potrebbe sembrare banalmente contraddittorio rispetto a quanto fin qui detto, se non fosse che nel romanzo L’infame Calas, parlando a Voltaire, sembra poi fugare ogni dubbio: «avete cominciato a capire quando avete smesso di considerarVi al centro del problema e la Vostra umanità è penetrata nel mestiere. In fondo è questo il carattere del talento». Il “talento”, dunque, come cosa ben diversa dal “mestiere” (quello di vivere e quello di scrivere), è piuttosto una facoltà che si nutre in egual misura di logica ed emozione, reciprocamente necessari.

Sempre in Ladyboy alcuni aforismi, come di consueto inglobati nel testo bertoldiano, appaiono chiarissimi: «quando è cieco l’amore è instabile»; «non conosceva i turbamenti, come poteva amare Dio?»; e ancora, a significare come l’amore non possa esistere senza un aprirsi e un darsi: «non si ama un altro a causa della sua sofferenza, ma a causa della propria». In guardia, dunque, da qualsiasi sentimento esibito solo per ricevere gratitudine, dalla generosità pelosa. Bertoldo contro ogni opportunismo e piccolezza già scagliava questi splendidi versi dalla raccolta L’archivio delle bestemmie: «Che ne sai dell’amore / tu che con labbra gonfie di vocaboli / gridi i tuoi pulviscoli?».

Incipit propulsivi, lessico preciso ma ricchissimo, estrema mobilità tra aggettivo e sostantivo: questi ed altri aspetti contribuiscono a rendere la lettura delle poesie ricca, variegata, penetrante. Il tutto è tenuto insieme, poi, da alcune figure ricorrenti come la falena e la cicala (figura centrale nella raccolta poetica Il calvario delle gru), o un lessico che rimanda soprattutto al gergo marinaro e a quello della campagna (l’erranza e le radici?). Tra gli altri elementi ricorrenti e importanti segnalerei almeno le labbra: insanguinate di storia, pulsanti e brandite mentre «nelle vostre facce getto la pausa di un sorriso» (Il calvario delle gru); vissute «come uno speciale passatempo» ma ora cresciute e decise a combattere gli «sciacalli», in opposizione a quelle altrui meramente «gonfie di vocaboli» senza emozione (L’archivio delle bestemmie); e in questa raccolta vittime, con «giuda come rossetto», violentate da baci che «si posano sulla ceramica della condizione», e tuttavia ancora capaci di rifiutare un bacio a chi si abitua «al perdono di chi non ha regno».

Senz’altro da notare poi, tra i preziosismi, almeno l’uso in funzione di denuncia-insulto del vocabolo «plausibili!» nell’accezione non tanto di “ragionevoli” quanto di “degni di plauso”, o meglio, in questo caso, abili nel suscitare l’applauso e nel rendersi graditi a tutti.

Continuano fino alla fine immagini forti come forte è l’urto dell’occhio limpido, dell’animo assetato di solidarietà da dare e da ricevere, con la realtà, spazzato via ogni autoinganno vigliacco e ogni egoistico sogno, preferendo ferire una volta di più pur di distruggere un’illusione di comodo: «Abbiamo visto i nostri bambini / aperti come zolle / e avevano vermi bastardi anche loro». Un andamento che sarebbe però sbagliato definire apocalittico siccome significherebbe ignorare come questa poesia sia ben addentro alla storia e alla società: «come quando gli aerei ci passano sulla testa per andare a colpire / e sentiamo noi la scheggia che spezza i bimbi degli altri».

Ciò che manca, nel progredire della scrittura anche come attività sociale (e dunque, con equivalenza implicita, solidale), è la comprensione di quali siano i veri pericoli per questa emotività, per la vita vissuta davvero, e il dolore più grande è sempre la solitudine: «che io porga la mia vecchiaia / contro i fucili delle menzogne / non è una buona cosa / quando lastre di giovani / foderano le strade dei troni / […] perché scrivono versi che sono mani protese / e leccano il vento per la questua»; poco oltre, l’autore rispedisce al mittente con giusto orgoglio ogni maligno sospetto di retropensiero: «mica ci prendiamo la rivoluzione per miseria, / è per passione che ingiuriamo i troni».

Alla fine di questa lettura, solo chi sa davvero comprendere cosa siano l’amore per il prossimo e la dignità comprenderà come alla base di tanti strali, di tanti urti e di tanti versi affilati come lame stia, saldo e splendido, «il pudore di vivere». Gli altri siano consegnati alla palude dei poeti, e cittadini, ed esseri umani, irregimentati e spaventati, pavidi e protervi, correi, scolastici, pigri, servili, i quali recitano una vita che hanno paura di vivere, diventando, per citare una delle bellissime immagini di questo libro, «orchi / che declamano la notte / come fosse divisa in sillabe».

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