La buona poesia n.10: Narda Fattori

 

di Narda Fattori

La poesia è un’arte tanto antica quanto aleatoria e usurpata. S’apparenta troppo spesso ad altre forme di comunicazione, balzella fra il riso e il pianto, fra l’amore e la denuncia, si arroga le competenze dello psicoterapeuta,  pretende di  essere male e farmaco, crede, a volte, di dare risposte che solo la religione osa … La poesia che non si prende, non si compra ( né in senso figurato né in senso metaforico), ma si dà essa stessa come dono a chi la sente e a chi la ama.
Dire oggi che cosa sia la buona poesia e, soprattutto, possedere dei criteri oggettivi per discriminarla – di qua i buoni versi, di là i versucoli – credo sia più difficile che nel passato, quando comunque esisteva un canone piuttosto preciso fatto di retorica, di strofe, di accenti e di ritmi…
Ma che cosa sia la buona poesia, così come ogni buona arte , è veramente arduo a dirsi.

Credo che una  buona poesia necessiti di alcune proprietà:

  • sia vera o verosimile;
  • abbia un contenuto riconoscibile;
  • parli con voce comprensibile;
  • non imiti la prosa, il sentire comune, il sentimentalismo, le formulette da bacio Perugina.
  • eviti il tranello linguistico, quel sadico gioco di formulette che come alcune salse rendono “buone e uguali” ogni pietanza;
  • e ancora che il referente non prevarichi sul messaggio, ovvero l’abilità letteraria venga utilizzata per distruggere ogni contenuto, così come è andato di moda e ancora qualcuno pratica il campo arido dei lessemi ben o mal accostati a scimmiottare musica o a stridere in corrusca lingua.

La poesia accade, come l’amore. E come l’amore può far male e tuttavia continuiamo a frequentarlo, ad averne bisogno come incurabili amanti.
Qualcuno ha detto che la poesia è una discesa agli inferi, ovvero una ricerca degli angoli scuri dell’identità, di rivisitazione delle esperienze che ci hanno strutturato destrutturando quanto era preesistente. E’ vero. Ma è anche una risalita “ a veder le stelle”, ovvero a cercare in un’oltranza che può limitarsi solo a vicinanza ( e non è certamente poco) un respiro più fresco, un’aria celeste, un vento che non brucia, un arcobaleno che faccia da ponte. E mentre si rimirano le stelle, mai si dimentichi che questo è tempo di identità violate, di mercantilismo imperante, di piazze merceologiche, di parole svuotate di senso come forzieri depredati.
Ma la buona poesia può e deve andare oltre: deve praticare dualismi ossimorici come distanza/vicinanza; discernimento/passione; discesa/risalita; sperdimento e genius loci;  assenza/presenza; costanza/impazienza. Potrei continuare, ma non ne verrebbe fuori molto di più.
Urge che sia amata, che l’individuo ritorni a colloquiare con se stesso e con il mondo per suo tramite. La buona poesia ha caratteri d’universalità: è atemporale, aspaziale, esterna al dominio della cultura del tempo anche se ne ha qualche sapore, se di questa sporca il verso.
La vera poesia si dà al mondo personale e sociale ma io non vedrei questa distinzione, considerando che siamo natura e cultura senza soluzione di senso; il suo scopo è quello di ridonare un senso all’esistere hic e nunc, ma soprattutto di ricreare la potenza generatrice della  parola  perché torni ad avere un senso che vada oltre il cicaleccio.
La buona poesia non è mai conformista, si scosta, frequenta poco i reading, non è ben accetta dalla critica, anche perché la critica spesso non la riconosce e procede per altri valori che non le appartengono.
Oggi , con tanti alfabetizzati, se ne abusa, e andare a capo prima del margine e abbandonare sul foglio abissi di abiezioni , montagne di dolori e oceani di sentimenti dolenti, è medicina omeopatica gratuita .

La poesia vera , invece, è restia, spesso si cela dentro metafore lontane, si ammanta di ritmi singultanti, parla di povere cose, anzi molto spesso nella poesia  moderna e contemporanea il quotidiano assurge a uno statuto di universalità, considerata la difficile scalata all’immenso e all’infinito. Troppe scorie pensanti nella testa, e l’infinito è il naufragio di un istante. La poesia vera si colloca fra parola e parola, fra verso e verso, fra verso e spazio bianco, nei loro legami, poco analizzabili ma riccamente semantici.
La poesia è vera se chiude in sé contiguità di senso, uniformità di strategia, coerenza fra significato e senso e fra referente e messaggio, se è armonica, non declamatoria, e ha in sé il seme della verità.
Minuscola, mi raccomando.

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